Fotografare un orso

Quando le immagini esistono per un motivo

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“Un’immagine vale più di mille parole.” Recita così un celeberrimo adagio, che sottolinea il potere comunicativo delle rappresentazioni visive nello spiegare concetti, veicolare messaggi e suscitare emozioni.

Viviamo in una società fortemente basata sulle immagini e questo anche perché il nostro sistema nervoso centrale, in fondo ancora di sofisticati primati frugivori, si è evoluto soprattutto sugli stimoli visivi ed è perfettamente adattato a cogliere e registrare immagini, linee, forme e colori. Questo si riflette anche sull’effetto che tutto ciò può avere sulla nostra vita quotidiana e sulla nostra sfera emotiva.

Tutte le fotografie esistono per ricordarci quello che dimentichiamo. In questo (…) esse sono l’opposto dei dipinti. I dipinti infatti registrano ciò che il pittore ricorda. Dal momento che ciascuno di noi dimentica cose diverse, una foto, più che un dipinto, può cambiare significato a seconda di chi la osservi.

John Berger

Come esseri umani troviamo più semplice memorizzare un’immagine, che non una frase o una serie di note.

Una buona (non semplicemente bella) immagine, pensiamo ad un celebre dipinto o ad una fotografia d’autore, diventa tale perché rispetta alcuni canoni (luce, composizione, soggetto) che, come i tasselli o la sintassi di un qualsiasi linguaggio, la rendono in grado di parlare a tutti, indipendentemente da cultura, provenienza geografica o estrazione sociale. Lo stesso potrebbe esser certamente affermato della musica o della letteratura, ad esempio, ma le arti visive hanno una marcia in più. Questo perché, in generale, la nostra specie trova più semplice memorizzare un’immagine, che non una frase o una serie di note. E di una pellicola cinematografica (o di un’esperienza) siamo spesso in grado di ricordare singoli fotogrammi invece di sequenze. Numerosi studi dimostrano, inoltre, come sia molto più facile immedesimarsi nelle situazioni ed emozioni vissute da altri, osservandole in immagini, piuttosto che attraverso i racconti. Pensiamo, ad esempio, ai desideri suscitati dalle pubblicità che passano in televisione, ma anche, e soprattutto, alle scene dei film e alle fotografie che hanno scandito gli ultimi cento e più anni della storia umana, celebrando le gioie, così come i drammi, e solleticando nell’intimo, facendoci sognare, piangere o esultare. Inoltre, la possibilità offerta dalla fotografia e dal cinema documentario, sin dai loro albori, di ritrarre la realtà e di riprodurla altrove nello spazio e nel tempo, ha da sempre connotato queste arti anche di un certo valore sociale. Senza volerci qui addentrare in questioni di verità o presunta veridicità, alla fotografia e alla documentaristica è stato spesso affidato il compito di testimoniare ciò che accade, diffondere informazioni e offrire chiavi di comprensioni del mondo.

Esempio di un’immagine celeberrima che ha influenzato le coscienze di un’intera generazione: “La ragazza col fiore”, manifestazione contro la guerra nel Vietnam. Washington, 1967 © Marc Riboud, Museo d’Arte moderna della città di Parigi

Oggi, più che mai, l’immagine è centrale nella nostra vita. Grazie anche all’impatto della digitalizzazione.

Non più solo disegni, illustrazioni, dipinti, sculture e stampe fotografiche: a questi si vanno aggiungendo le migliaia di input che riceviamo ogni giorno semplicemente facendo scrolling sul telefono. Un’abbuffata visiva a cui contribuiamo anche noi registrando e condividendo decine di fotografie e video sui nostri smartphone, con cui, in qualche modo, desideriamo dare maggiore valore e rilevanza agli eventi e ai momenti della vita nostra e di chi ci circonda. Il digitale ha decisamente rivoluzionato il mondo delle immagini e la gratificazione istantanea che permette, moltiplicata dalle possibilità di condivisione offerte da internet, ha fatto avvicinare il grande pubblico alla fotografia, un tempo attività piuttosto circoscritta a causa dei costi e delle abilità richiesti da attrezzature e tecniche. Questo ha avuto un grande impatto anche sulla fotografia cosiddetta “naturalistica”, ovvero rivolta ai soggetti naturali: fenomeni, ambienti e le specie selvatiche che in essi vivono. Per decenni, questa è stata fortemente di nicchia, praticata da pochissimi appassionati e pressoché del tutto trascurata dal mondo della fotografia sensu lato, tradizionalmente legato soprattutto ad una rappresentazione meno documentativa della realtà o maggiormente a contenuti a sfondo sociale. Nessuno si aspettava, quindi, il boom che sta vivendo la fotografia di natura in questi anni, sicuramente aiutato anche dall’enorme sviluppo di tecnologie e strumenti (non solo fotocamere e lenti iper performanti, ma anche fototrappole, droni, visori notturni, abbigliamento mimetico, etc etc) creati appositamente per questa attività e che, forse, attirano il pubblico tanto quanto le potenziali immagini da realizzare. E così, da un piccolo circolo di “iniziati”, questa pratica fotografica oggi conta milioni di appassionati in tutto il Mondo, ciascuno alla ricerca di una propria esperienza con la natura e con il selvatico.

Io credo che una fotografia, di un soggetto qualsiasi, richieda un coinvolgimento personale. E questo significa conoscere il proprio soggetto, non solamente scattare a qualsiasi cosa sia di fronte a te.

Frans Lanting

Mai come oggi, in un’epoca di grandi stravolgimenti e disorientamento, la società sente il bisogno di riconnettersi o ritrovare un equilibrio con la natura.

Qualsiasi attività che possa permetterci un riavvicinamento, portandoci fuori dalle nostre case e lontano dagli schermi, ha quindi sicuramente dei risvolti positivi. Inoltre, la disciplina e l’attenzione richieste dalla fotografia di natura, con le sue levatacce, attese silenziose e ore di osservazione, possono anche rappresentare un momento di ritrovata consapevolezza, ovvero un’alternativa benefica ai ritmi serrati e alle abitudini della vita quotidiana. Ciononostante, va anche considerato che questo crescente numero di appassionati e l’aumento della richiesta di fruizione degli ambienti naturali e di “incontri” con i loro abitanti che ciò comporta, pone nuove questioni etiche e di salvaguardia degli habitat e delle specie. Un’attività che generalmente viene percepita come del tutto innocua e positiva, in realtà può avere un impatto molto più profondo e duraturo di quanto si pensi. Laddove una frequentazione ridotta ed occasionale poteva avere un effetto minimo o, forse, trascurabile sull’ambiente, oggi la presenza umana negli habitat naturali sta aumentando notevolmente e in modo costante. A questa, vanno poi aggiunti una ricerca sempre più efficiente e meticolosa dei soggetti, una diffusione più capillare di luoghi e itinerari, lo stimolo ad ottenere immagini di volta in volta più accattivanti e, con questi, il desiderio di avvicinarsi sempre di più. E così, pur partendo da scopi assolutamente nobili, possono esserci effetti davvero allarmanti. Capita che splendidi prati fioriti vengano attraversati da decine di appassionati che, passaggio dopo passaggio, finiscono per distruggere l’oggetto stesso delle loro attenzioni. O che gli animali più timidi si trovino costretti a condividere con le persone anche gli ultimi recessi del bosco, le sacre ore dell’alba e del crepuscolo o i silenzi del cielo, solcati da droni ronzanti.

Decine di appassionati, fotografi e curiosi si concentrano alla periferia di un centro abitato per osservare da vicino una famiglia di orsi.

Ad un aumento esponenziale di persone alla ricerca di immagini di natura, sta facendo seguito un trend altrettanto marcato di aumento delle criticità, che non può non far sorgere dei quesiti.

È possibile che un eccesso di desiderio e attenzione possa compromettere irrimediabilmente ciò che, in fondo, è l’oggetto del nostro amore? Fin dove ci si può spingere per realizzare un’immagine? La fotografia può aiutare davvero la conservazione della natura? E cosa ha a che fare tutto questo con la storia che “L’Orso e la Formica” vuole raccontare? Sin dal suo concepimento, questo Progetto, volutamente multimediale, ha avuto un’anima legata alle immagini. Non a caso, due su tre degli autori praticano con passione la fotografia di natura, anche a livello professionale. Accanto ad una vita passata all’aria aperta, soprattutto facendo esperienza di campo ed esplorando le montagne dell’orso, cioè quelle dell’Appennino Centrale, il team è “cresciuto” anche apprezzando (e sognando su!) fotografie, libri illustrati e documentari. Oltre ai rispettivi percorsi professionali, ci si è voluti avvicinare al mondo della conservazione con l’aspirazione di mettere in pratica tutto questo bagaglio culturale per fare della buona divulgazione. In questo si era consapevoli che le immagini fossero il miglior strumento per attirare attenzione e veicolare messaggi. Quindi molto del lavoro di campo di Progetto è stato dedicato alla realizzazione di foto e video di impatto, ovvero quanto più possibile belli esteticamente e chiari nei contenuti.

D’altronde, negli anni, si è potuto anche assistere alla nascita di una maggiore sensibilità nella fotografia naturalistica, che si rivolge a tematiche legate alla salvaguardia della natura. La cosiddetta conservation photography, binomio coniato una ventina di anni fa con la nascita dell’ILCP (International League of Conservation Photography), prevede l’utilizzo delle capacità e degli strumenti del fotografo nel documentare emergenze ambientali ma anche storie positive, per diffondere maggiore consapevolezza sulle sfide e opportunità di conservazione. Ciò, nella pratica, si traduce in immagini di natura che, oltre a voler rappresentare il bello, aspirano anche a raccontare storie complesse e a non escludere l’aspetto umano, sempre meno trascurabile nell’era del cosiddetto Antropocene. Una missione questa, che spesso inizia e prosegue ben dopo lo scatto fotografico.

La tipica fotografia naturalistica mostra una farfalla su un bel fiore. La fotografia di conservazione mostra la stessa cosa, ma con un bulldozer sullo sfondo. Questo non significa che non ci sia spazio per le belle foto, anzi, abbiamo bisogno di belle immagini tanto quanto di conoscere i problemi. Significa però che le immagini esistono per un motivo: salvare la Terra finché siamo in tempo.

Joel Sartore

Il corpo esanime di un orso morto nel 2019 in Molise per collisione con un veicolo giace su un tavolo da laboratorio dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo in attesa della necroscopia.

Oggi la fotografia della conservazione conta moltissimi adepti, che vedono in essa uno scopo più nobile e sensato dei propri sforzi sul campo; i media e, persino, i concorsi fotografici sono sempre meglio disposti nel pubblicare e premiare contenuti informativi e anche di denuncia, da affiancare ad immagini e storie più classiche. In fondo, però, è sempre esistita. Un secolo fa, negli Stati Uniti, i paesaggi fotografati da Carleton Watkins e Ansel Adams offrirono al nascente movimento ambientalista un supporto visivo per la creazione dei Parchi Nazionali dell’Ovest. Così come, trent’anni fa, lavori di fotografi del calibro di Mike “Nick” e Karl Amman mostravano per primi al mondo la distruzione delle grandi foreste del Bacino del Congo, in Africa, assieme alla piaga del “bush meat”. Accanto a questo, le loro immagini apparse sui media internazionali rivelavano però anche gli ultimi luoghi intatti, contribuendo fattivamente alla creazione di aree protette. Questi sono solamente alcuni esempi: negli ultimi decenni, le immagini, i reportage e i documentari che hanno avuto un ruolo determinante nella salvaguardia della natura sono tantissimi. È scegliendo di camminare nel solco tracciato da queste persone e offrire un supporto visivo alla “causa” della conservazione dell’orso in Appennino, che il team de “L’Orso e la Formica” ha voluto creare un portfolio di immagini che fosse vario, approfondito e, soprattutto, coinvolgente di questo animale e del mondo che gli ruota attorno. Per farlo però, ha dovuto considerare prima alcuni aspetti fondamentali.

Comprendere quando fare un passo indietro, per garantire all’orso lo spazio e la tranquillità di cui ha bisogno, significa anche scegliere di preservarne il mistero.

Osservare un orso in libertà è un’esperienza indimenticabile, che, in un paese densamente abitato come l’Italia, ha in sé anche del miracoloso. L’orso infatti è un animale bellissimo, la cui semplice apparizione basta ad accendere immediatamente il paesaggio: anche da lontano, la sagoma nitida e inconfondibile di questo animale sembra quasi uscire tridimensionalmente dalla scena, facendo fremere l’aria e ingigantire la scala di un territorio. Come un marchio di origine controllata, la sua presenza certifica la qualità e l’integrità di un luogo. È comprensibile quindi che in molti nutrono il desiderio di incontrare questo animale in montagna e, magari, di riuscire ad immortalarlo con la propria macchina fotografica.

Non dobbiamo dimenticare però che l’orso bruno marsicano è anche una specie minacciata d’estinzione e, quindi, protetta dalla legge. Oltre al rispetto della suddetta legge e dei regolamenti vigenti nelle Aree Protette, chi va in cerca di orsi deve sempre considerare che il proprio atteggiamento può avere un impatto non trascurabile sulla loro vita. Questi animali timidi e riservati non tollerano un’eccessiva violazione della loro privacy. Come abbiamo visto, essi per vivere hanno bisogno di spazio e tranquillità, di aree sicure dove svernare e mettere al mondo i piccoli, di luoghi appartati dove nutrirsi in pace. Ogni mossa va quindi ponderata bene, perché potrebbe determinare una risposta negativa nell’animale ed esporlo a rischi. Per il fotografo o naturalista questo non deve rappresentare solo un problema, ma anche una grande responsabilità. Quando si è sul campo, al cospetto di un animale delicato come l’orso, bisogna fare appello a tutta la propria attenzione e sensibilità, per evitare di commettere errori, anche imperdonabili.

Gli orsi non appartengono ai cacciatori, né agli appassionati. Appartengono a sé stessi e al paesaggio.

Thomas Mangelsen

Di fronte al dilemma di voler documentare approfonditamente la vita di questo animale speciale, ma senza invaderne troppo il territorio, quindi il team ha svolto il proprio lavoro cercando di ridurre il più possibile il disturbo. Ad esempio, si è scelto di utilizzare lunghi teleobiettivi, moltiplicatori e macchine con piccoli sensori per “avvicinare” gli animali, magari rinunciando ad un pelino di qualità, ma rimanendo a distanza di sicurezza. Si è fatto vasto uso di foto-trappole, collocate e controllate con la massima discrezione e la minima frequenza, per evitare che fossero percepite come un’intrusione. Ovviamente, si è lavorato in stretta collaborazione con l’Ente PNALM e i suoi tecnici per pianificare le attività di campo nel massimo rispetto delle loro mansioni e delle necessità di conservazione. Ma, soprattutto, si è lavorato sempre con una certa “empatia ecologica”, l’unica in grado di far capire quando arriva il momento di smettere e farsi da parte, anche rinunciando ad uno scatto sensazionale.

Questo perché seppure il Progetto creda profondamente nell’importanza della documentazione e della divulgazione, del resto è anche convinto che nessuna fotografia o osservazione possa mai giustificare il disturbo intenzionale o persistente di una specie, che sia minacciata di estinzione o meno. Forse ciò potrà sembrare ingenuo se non addirittura ipocrita, quando sono purtroppo ancora troppi gli orsi che muoiono per cause umane o gli ettari di habitat naturali irrimediabilmente perduti a vantaggio delle più disparate attività di sfruttamento e “valorizzazione”. Ma forse non è corretto valutare le forme di disturbo solo in funzione della loro relativa gravità, bensì nel loro complesso. La battaglia per la conservazione delle specie e del loro ambiente, infatti, va condotta su molteplici fronti, ciascuno dalla propria rilevanza strategica. E comprendere quando fare un passo indietro, per garantire all’orso lo spazio e la tranquillità di cui ha bisogno, significa anche scegliere di preservare quel mistero che rende la permanenza di questo animale sulle nostre montagne tanto magica e preziosa.

Una femmina e un maschio di orso camminano affiancati durante la stagione degli amori. Immagine ottenuta a grande distanza per evitare di disturbare gli animali ed enfatizzare il contesto ambientale.

Con il nostro lavoro di fotografi, siamo i primi a poter dare voce agli orsi e ai loro ambienti, suscitando emozioni e diffondendo informazioni sulle opportunità e le criticità legate alla loro conservazione.

Per sopravvivere, gli orsi e la natura hanno bisogno di far parte della nostra vita, ora più che mai. Ma la natura ha anche bisogno che noi entriamo in scena con una maggiore consapevolezza del nostro impatto. Come fotografi abbiamo un’enorme opportunità di informare e influenzare il cambiamento nelle persone, ma premere l’otturatore è solo l’inizio. Infatti, c’è molto lavoro da fare prima e dopo lo scatto. Fotografare la natura è anche una responsabilità e impone alcune domande: ciò che faccio può alterare il comportamento di quello che osservo? Quando devo fermarmi? Che cosa voglio raccontare e perché? Come può la mia storia contribuire alla conservazione e alla tutela della natura?

  • Studia a fondo le caratteristiche etologiche e biologiche del tuo soggetto fotografico e i luoghi che andrai a visitare, ben prima di uscire sul campo e pianifica le tue attività nel loro rispetto.
  • Anteponi la protezione della natura e il benessere dei soggetti alla ricerca di immagini fotografiche, anche a costo di rinunciare ad uno scatto.
  • Riduci al minimo la perturbazione dell’ambiente naturale, non modificarlo per avere una migliore visuale o inquadratura e rispetta il silenzio.
  • Rispetta la selvaticità degli animali. Non usare esche o attrattivi e non abituarli alla tua presenza. Orsi che hanno perso la loro diffidenza e abituati al cibo umano, possono rappresentare un rischio sia per le persone che per sé stessi.
  • Informati su leggi e regolamenti. Ogni sito naturale e specie animale ha le sue peculiarità. La flora e la fauna selvatiche sono patrimonio dello Stato e sono tutelate istituzionalmente da diversi strumenti normativi nazionali e internazionali Per questo motivo, nelle aree protette, si elaborano piani e regolamenti.
  • Sii trasparente nelle didascalie delle tue fotografie e condividi il modo in cui sono state scattate e se ti sei avvalso dell’autorizzazione degli enti preposti, dichiaralo.
  • Con le tue foto, didascalie, pubblicazioni, conferenze o workshop fai conoscere la natura che ci circonda, educa e sensibilizza a modelli di conoscenza ambientale e di responsabilità;
  • Metti a frutto il tuo lavoro anche in altri modi, ad esempio collaborando con le ONG di conservazione della tua regione o con i media, dialogando con il mondo scientifico e con gli enti preposti alla conservazione.
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