La mappa sociale degli orsi

Gli orsi sono molto abili nel gestire le relazioni sociali a distanza aguzzando la vista e l’olfatto

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Gli orsi sono animali solitari per natura, che per vivere hanno bisogno di molto spazio. Anche se, a queste condizioni, non è certo facile incontrarsi, gli orsi ne hanno di cose da dirsi.

Non sono animali territorialmente esclusivi, nel senso che tollerano la vicinanza di altri individui, ma difendono ciò che ritengono proprio, che si tratti di cibo, un’area di rifugio o un compagno. Quindi hanno necessità di delimitare dei confini e lasciare dei segnali di avvertimento per indurre gli individui competitori ad allontanarsi. Se proprio devono condividere lo stesso spazio, preferiscono farlo con propri consanguinei. Per questo motivo, animali imparentati e residenti nello stesso territorio devono potersi riconoscere. Gli orsi devono anche riprodursi, quindi maschi e femmine devono riuscire ad incontrarsi e, soprattutto i primi, capire quali e quanti rivali ci siano in giro. I giovani in dispersione e le femmine con piccoli dell’anno devono giocare in anticipo e di astuzia per difendersi dai maschi adulti e aggressivi, quindi capire dove, come e quando evitarli. Come riescono gli orsi a definire spazialmente le proprie relazioni sociali senza entrare in contatto diretto? Essi hanno sviluppato la capacità di lasciare degli indizi odorosi e visivi, in grado di trasmettere ad altri un numero sorprendente di informazioni. Come esplicano questa funzione comunicativa e di marcatura? Gli orsi lasciano impronte odorose e marcano alberi, tronchi a terra e rocce, grattandosi o lasciando segni di morsi o di graffi o raspate sul terreno.

Didascalia

“E’ metà giugno e risalgo il letto roccioso di un ruscello ormai asciutto. Da lì a poco una mulattiera si alza tortuosa nel fitto della faggeta frondosa e verdeggiante. Nel punto di svolta mi imbatto in un grosso faggio che si erge a sentinella del sentiero. Rabbrividisco, ma le labbra si increspano in un sorriso di soddisfazione. Quattro solchi diagonali a circa un metro e mezzo di altezza avevano lasciato scoperta di fresco la polpa rosata del legno, che ora contrastava con i toni grigio-verdi della corteccia chiazzata di muschi e licheni. Senza nemmeno accorgermene allungo la mano destra, sfiorando con le dita quella firma tridimensionale. Con gesti quasi intimi osservo e annuso ogni centimetro della corteccia alla ricerca di possibili indizi. Sicuramente si è avvicinato, ha allungato il collo per annusare con attenzione, e cercare l’odore di altri suoi simili. Poi si deve essere alzato sulle zampe posteriori affondando e estendendo la schiena fino a quasi un metro e ottanta di altezza. Lì ci son gli ultimi peli. Le schegge della corteccia devono avere scricchiolato schiacciate e scosse da quel peso e forza. Quindi, si è probabilmente voltato, abbracciando il tronco e graffiandolo con la zampa destra. Quel marchio sarebbe stato sempre lì, resistendo per decenni, finché quell’albero non sarebbe caduto o la sua corteccia completamente staccata dalle intemperie. Chiunque, uomo o altro animale, passando di lì, lo avrebbe notato e avrebbe saputo chi era il padrone di casa.

Bruno

Gli orsi marcano gli alberi scortecciando la corteccia con le potenti unghie.

Per un orso annusare un albero è come passare all’anagrafe. In pratica, annusata dopo annusata, ogni orso crea una propria “banca di odori” e di informazioni annesse, molto utile per prevenire o favorire determinati incontri.

Questo tipo di comunicazione è molto efficace, perché gli orsi possiedono un senso dell’olfatto che è 2000 volte superiore a quello dell’uomo: essi vivono e sopravvivono “seguendo il loro naso”. Gli orsi polari, ad esempio, i più prettamente carnivori tra gli orsi, si muovono di notte seguendo i venti per intercettare e localizzare le proprie prede. Ma gli orsi utilizzano il loro olfatto anche per diventare, appunto, degli abili “investigatori”. Con poche annusate del terreno o di un particolare albero riescono a ricostruire un vero e proprio “identikit” del conspecifico nche è passato prima di loro. Ovviamente, se vogliono, possono anche lasciare il proprio segno. Ogni orso sembrerebbe avere un proprio odore identificativo e, come vedremo, giocando su come, quando e dove depositare il proprio odore, un animale è in grado di veicolare molti altri messaggi, come le proprie dimensioni e lo stato sociale, ad esempio.

Per rilevare e differenziare gli odori un orso incurva il labbro superiore e allunga il muso, un movimento che consente loro di facilitare il trasferimento di sostanze chimiche odorose nel loro organo vomero-nasale o organo di Jacobson.

Recentemente alcuni ricercatori hanno avuto conferma che gli orsi possono effettivamente riconoscersi l’un l’altro chimicamente. Gli orsi bruni possiedono numerose ghiandole apocrine e sebacee, ovvero in grado di produrre secrezioni odorose, connesse ai bulbi piliferi presenti su tutta la pelle che ricopre le loro dita. Invece, sotto la pianta del piede, sono presenti altre ghiandole, dette esocrine, che producono un secreto simile al sudore. A detta degli studiosi, queste ghiandole producono un cocktail di secrezioni grasse, liquide e volatili che può perdurare anche diversi mesi. I secreti prodotti da queste ghiandole possono contenere fino a ventisei diversi composti organici, di cui sei esclusivi dei maschi. Di fatti, sono soprattutto i maschi adulti a lasciare la propria scia odorosa e lo fanno con frequenza maggiore durante la stagione riproduttiva: un avvertimento per i rivali e un invito amoroso per le future compagne. Alcuni dei componenti identificati sono stati ritrovati anche nelle secrezioni dei primati, compreso l’uomo, e altri addirittura nei feromoni delle formiche e dalle termiti, prodotti per orientarsi e riconoscersi.

Un maschio che si avvicina a un sito di marcatura, un albero ad esempio, non sbaglia mai un passo. Passa e ripassa sulle sue stesse impronte, calcando il piede con una leggera torsione, per creare depressioni sempre più profonde. Ed è lì che lascia la sua identità.

Gli orsi ballano un vero e proprio twist a stretto contatto con la corteccia degli alberi. In piedi su due zampe, o seduti sui glutei, essi strofinano schiena e pancia. Ma possono farlo a quattro zampe e di lato. Sdraiati o acciambellati. Se trovano un ramo a portata di zampa vi si aggrappano e con uno sforzo di flessione, strofinano convulsamente su e giù il dorso. Ognuno con la propria coreografia. I maschi adulti fanno di tutto per grattarsi sempre più in alto, così da mostrare a tutti la propria prestanza.

Quando un orso maschio visita un grattatoio, odora la base dell’albero dove sono visibili le depressioni lasciate dalle zampe di altri orsi, marca anche lui con con un piccolo twist del piede, annusa la corteccia e finalmente si gratta. E così lascia la sua identità.

Nel Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise sono stati localizzati più di 180 alberi utilizzati dagli orsi come siti di marcatura, che vengono detti anche “grattatoi”. Alcuni ricercatori affermano che il ruolo funzionale dell’attività di marcatura può variare nel tempo ed in relazione ad una particolare fase del ciclo vitale di un individuo. In pratica, ogni albero ha un ruolo polifunzionale, ovvero è utilizzato dagli orsi per veicolare o ricevere dei messaggi diversi a seconda di chi passa, della stagione e del luogo.

In genere, le femmine, ma soprattutto i maschi adulti si grattano con una frequenza maggiore durante la stagione riproduttiva, ovvero da aprile a luglio. Quindi gli alberi vengono utilizzati per attrarre e individuare eventuali compagni e segnalare, in particolare nel caso dei maschi, la propria dominanza riproduttiva. Femmine con piccoli e subadulti si grattano poco, ovvero cercano di tenere un più basso profilo, ma manifestano un alto tasso di investigazione delle marcature dei “grattatoi”, paragonabile a quello di marcatura degli altri conspecifici. Questa attività, soprattutto nel periodo degli amori, permetterebbe loro di evitare i maschi e altre situazioni di conflitto. Ma gli orsi si grattano anche al di fuori della stagione riproduttiva, e i maschi, in particolare, sembrano utilizzare questo comportamento per esercitare un controllo del territorio e delle femmine adulte durante tutto l’anno. La stessa attività di marcatura è utilizzata da maschi e femmine adulte per esercitare una dominanza nelle aree particolarmente ricche di cibo, che quindi possono attrarre più orsi, in modo da competere in maniera indiretta. Inoltre, gli individui subordinati potranno valutare, in base alla freschezza delle marcature, se è il caso o meno di approfittare di qualche finestra temporale per accedere alle stesse risorse. In Appennino, un esempio di queste aree particolarmente attraenti sono i ranneti.

La ricercatrice Melanie Clapham, del Dipartimento di Geografia dell’Università di Vittoria in British Columbia, racconta i risultati delle ricerche condotte sul comportamento sociale degli orsi.

La deposizione di marcature non è per nulla casuale e gli orsi selezionano con cura le zone e gli alberi su cui grattarsi. Essi preferiscono alberi collocati in punti di passaggio: strade, sentieri, incroci, curve, punti di valico, zone di crinale o di transizione da un ambiente ad un altro. Tutti luoghi, quindi, dove è più probabile che la marcatura venga intercettata da un altro orso. Gli alberi utilizzati hanno in genere caratteristiche strutturali che sembrano favorire il piacere di grattarsi (come comodità o efficacia) e la ritenzione visiva o olfattiva dei segni di marcatura. Alberi inclinati, con una corteccia rugosa ricca di nodi e in genere di grande diametro, sono tra i preferiti. Tuttavia alcuni alberi, anche se sottili e del tutto anonimi, possono essere presi di mira perché localizzati in punti estremamente strategici, come l’incrocio tra più sentieri. In generale la scelta della specie di albero ricade tra quelle che predominano nel territorio di utilizzo. Nel Parco più del 60% dei “grattatoi” sono faggi con diametri variabili da 10 a 140 centimetri, seguiti da querce, conifere e aceri.

Gli orsi scelgono alberi e luoghi caratteristici per lasciare i loro segnali, in genere dove è maggiore la probabilità che altri animali intercettino l’albero.

Inoltre, gli orsi orientano la “grattata” non su tutta la superficie del tronco, ma sulle parti più prominenti e più comode, utilizzando sempre lo stesso percorso per raggiungerli. In questo modo, essi creano dei camminamenti che vengono ripercorsi da uno o più orsi ogni anno e sempre con le stesse modalità. Alcuni alberi possono essere considerati dei veri e propri totem e si riconoscono per la corteccia usurata e per l’assenza di vegetazione alla base del tronco, la cosiddetta pedana, cioè dove l’orso fa pressione sulle zampe o sul corpo per strofinarsi.

I ricercatori approfittano del piacere che gli orsi hanno di grattarsi per raccogliere dei campioni di peli che consentono loro di identificare i singoli individui attraverso tecniche di indagine genetica.

Nel 2011, nell’ambito di uno studio mirato a ottenere una stima del numero di orsi presenti nel Parco attraverso tecniche di monitoraggio genetico non invasivo, 100 “grattatoi” sono stati dotati di filo spinato. Questo studio ha dato l’opportunità di identificare gli orsi che si grattano sugli alberi, attraverso la raccolta e l’analisi dei loro peli. Lo studio ha consentito di raccogliere molte evidenze che confermano la funzione comunicativa e di marcatura dei “grattatoi” nel Parco. Dalle analisi è anche emerso che sia i maschi che le femmine marcano gli alberi, anche se più dell’80% dei peli raccolti è risultato attribuibile ad individui di sesso maschile. Il picco di utilizzo coincide per entrambi i sessi tra giugno e luglio. Maschi e femmine continuano a grattarsi fino all’inizio della stagione autunnale anche se con intensità minore rispetto alla stagione riproduttiva. In particolare, si è osservato un picco di utilizzo di “grattatoi” nel mese di settembre, quando gli orsi si aggregano ai ramneti e competono probabilmente per l’accesso ai siti di alimentazione migliore.

Uno studio recente condotto in Alberta in Nord America, ha evidenziato come, indipendentemente dal genere, gli individui che si grattano di più (con più frequenza e su più alberi diversi) sono anche quelli che avranno più occasioni di accoppiarsi (e con compagni diversi) e che avranno il maggior numero dei cuccioli. Dall’odore lasciato sugli alberi, le femmine, in particolare, potrebbero ricavare “indizi” utili per individuare non solo i maschi più validi dal punto di vista genetico, ma anche quelli non consanguinei. Nel Parco, si è osservato un uso esclusivo negli anni di alcuni “grattatoi” da parte di uno più individui che sembrerebbe suggerire un divisione dello spazio tra gli orsi e che alcuni esercitino una dominanza o un controllo sugli altri durante l’intero arco dell’anno.

Duelli e corteggiamenti a colpi di grattate

Intorno ad un albero girano le vite di molti animali

I grattatoi costituiscono un punto di snodo per la comunicazione tra molte specie. Gli animali territoriali li marcano per esercitare il diritto di proprietà e le prede li esaminano per evitare i predatori

L’uso di marcature odorose come sistema di comunicazione è ampiamente diffuso tra i mammiferi. Nella famiglia dei carnivori, gli animali producono molte fonti di odori che vanno da secreti ghiandolari ad elementi come saliva, escrementi e urine. I canidi, in particolare, come il lupo e la volpe, ma anche i mustelidi, come il tasso, marcano con questi odori il proprio territorio sia per ribadire la “proprietà”, sia come tecnica di corteggiamento. I grattatoi rientrano tra i siti di marcatura utilizzati da questi animali. Non solo, nel caso di animali preda come cervi, caprioli e cinghiali, i grattatoi possono suscitare una vera avversione e reazione di fuga. Quando li intercettano, questi animali si comportano come di fronte ad un pericolo: annusano, si mettono in allerta e fuggono se l’odore di un lupo o di un orso è recente.

“Sarebbe bellissimo anche solo per un attimo entrare nella testa di un orso e capire come percepisce l’ambiente intorno a se: come e cosa imparano lungo la loro strada ? E da chi? Forse, si trovano di fronte ad un network di percorsi e strade in cui essi imparano a muoversi odorando le vite degli orsi che li hanno preceduti”

K. Noyce

Gli orsi muovendosi creano delle mappe di percorsi odorosi che attivano dei veri e propri flashmob “involontari”, secondo cui gli orsi si ritrovano senza volerlo a frequentare in maniera sincronizzata gli stessi posti.

Gli orsi sono molto abitudinari nella scelta dei percorsi. Negli anni, orso dopo orso e passo dopo passo, si viene a formare una complessa rete di sentieri e camminamenti odorosi tradizionali in cui ogni orso può liberamente orientarsi. Uno studio decennale condotto in Minnesota ha dimostrato che gli orsi neri in tarda estate migrano in direzione di aree ricche di ghiande e coltivi, percorrendo anche decine di chilometri. Gli orsi si alimentano, trascorrendovi circa sei settimane, per poi, nella maggior parte dei casi, tornare al luogo di partenza e svernare. Alcune aree possono considerarsi tradizionali, in quanto sono visitate dagli stessi orsi per più anni, altre possono essere frequentate da più orsi nello stesso anno, anche se mai contemporaneamente nello stesso punto. Le rotte di migrazione cambiano ogni anno come intensità e direzionalità, e questo si spiega con le fluttuazioni naturali di produttività delle piante da frutto. La cosa sorprendente è che ogni anno gli orsi si coordinano in questi spostamenti, seguendosi a distanza sugli stessi percorsi o addirittura associandosi.

Gli orsi condividono i loro tracciati con quelli di molti altri essere viventi compreso l’uomo e li ripetono con sistematicità indovinando sempre l’ora giusta per percorrerli in tranquillità.

“A metà aprile eravamo tornati in una valle, di cui uno dei versanti è caratterizzato da pareti precipiti e grandi alberi secolari. Probabilmente, la natura impervia del terreno aveva reso difficili i tagli boschivi e quelle piante straordinarie erano così riuscite a sopravvivere fino a veneranda età. Un mese prima, nel tardo pomeriggio, avevamo avvistato un orso, probabilmente appena uscito dal letargo, che si muoveva lento e curioso in quel paesaggio primordiale. Era emerso dalla foresta e si era arrampicato su un bastione roccioso, per poi “tuffarsi” di testa in un ripido canalone, scivolando sulle foglie morte. Questa volta, alle 17, con le prime foglie sugli alberi e centinaia di canti di uccelli a fare da sfondo, un altro orso, molto più grande di quello avvistato in precedenza, era apparso esattamente nello stesso punto tra gli alberi e, seguendo esattamente il percorso effettuato dal primo, aveva compiuto i medesimi movimenti. Sapevamo che gli orsi spesso si seguono a vicenda, ma osservare due animali diversi, a distanza di un mese, comportarsi e muoversi in modo identico attraverso quel labirinto di massi, cenge e pareti ci aveva lasciato sbalorditi. E’ questa tradizionalità che rende gli orsi allo stesso tempo affascinanti e così estremamente vulnerabili.”

Bruno e Umberto

Marcando i propri percorsi, gli orsi hanno pertanto evoluto un efficace metodo per tramandare conoscenza e apprendere a distanza. Gli orsi, ovvero, imparano gli uni dagli altri, seguendosi da lontano. Per un orso giovane ad esempio, attraversare territori nuovi può essere molto rischioso se esso non è grado di trovare del cibo. Tuttavia, seguendo le tracce dei più esperti, esso sarà in grado di costruire rapidamente una mappa cognitiva del territorio che attraversa con tutte le sue componenti ambientali e sociali. I maschi adulti giocano un ruolo fondamentale come “maestri di orientamento”. Grazie ai loro ampi spostamenti, essi hanno una conoscenza del territorio ineguagliabile, e possono trasmetterla a tutta la popolazione. Questo stesso tipo di meccanismo sembrerebbe facilitare anche i processi di ricolonizzazione di nuove aree per grandi carnivori territoriali e sociali come il lupo. Nel Parco dello Yellowstone, ad esempio, dopo 70 anni di assenza, i lupi reintrodotti hanno utilizzato gli stessi percorsi e siti di marcatura dei loro predecessori.

Gli orsi possiedono competenze comunicative innate: sanno ascoltare, osservare e si relazionano anche a distanza. Quando un giovane orso raggiunge i due anni di età, trascorre diverso tempo senza quasi mai fermarsi. Guardandosi attorno, imparano a conoscere il paesaggio fisico e sociale del loro futuro.

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