L’orso quando può evita l’uomo

Vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo costringe a fare dei bilanci

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Gli esseri umani hanno modificato in maniera significativa la vita di molti animali anche in tempi molto brevi, ovvero poche centinaia di anni, da un punto di vista evolutivo.

I risultati di molti studi concordano che gli animali percepiscono la presenza umana come un disturbo, o meglio un potenziale pericolo. Come reagiscono nell’immediato? Manifestando, ad esempio, reazioni di allerta e paura: il battito cardiaco e il respiro aumentano (grazie al rilascio di ormoni come l’adrenalina e il cortisolo), i muscoli diventano più tonici e si contraggono pronti a scattare, le pupille si dilatano per aumentare la capacità di osservazione. Che cosa gli animali possono mettere in atto? Reazioni di fuga e di evitamento delle aree disturbate per ore, giorni o addirittura settimane. Queste alterazioni, anche se potenzialmente adattative, possono, in realtà, ripercuotersi sulle capacità degli animali di alimentarsi, di riprodursi e di curare la prole, costringendoli, ad esempio, ad abbondare aree preferite. Non solo, se cronicizzato, lo stress indotto, potrebbe favorire l’insorgenza di patologie (riduzione delle difese immunitarie, indebolimento delle condizioni fisiche, depressione e riduzione delle capacità riproduttive).

Più sono gli individui a risentire di questi effetti e maggiori saranno le ricadute su tutta la popolazione a cui appartengono. E dato che tutti gli animali vivono all’interno di comunità, gli effetti a catena possono ricadere a cascata anche su di essa. Sebbene le reazioni degli animali siano molto simili, sia che si parli di una infrastruttura (ad esempio un centro abitato) che di persone in escursione, non tutti i disturbi sono uguali. Tanto più un disturbo è frequente, imprevedibile, veloce e tanto più insiste in aree critiche per gli animali (siti rifugio e cura della prole, aree di alimentazione), tanto più potrebbero essere maggiori le ricadute sulla loro salute e sopravvivenza. Una persona a piedi su un sentiero avrà sicuramente meno impatto di una squadra di cacciatori in battuta o di un gruppo di cinquanta escursionisti, ma un gruppo di persone fuori sentiero nei pressi di una tana potrebbe avere un impatto confrontabile se non maggiore, ad esempio, su un orso.

Un orso allarmato si solleva sulle zampe posteriori per esaminare meglio, con olfatto, udito e sguardo, l’origine di un rumore.

La femmina F05, nota anche come Marina, è una femmina molto schiva. Il suo territorio è decisamente arroccato su un comprensorio montuoso a Nord del Parco. Erano le 6.30 del mattino del 4 settembre, ed ero in osservazione, come ogni estate da oltre dieci anni. Coperta dalla testa ai piedi e nascosta da una roccia, a fatica trattenevo la gioia. Marina aveva un piccolo con sé, una femmina, anche se questo lo abbiamo scoperto più avanti, grazie alla genetica. La femmina mangiava tranquilla già dalle prime luce dell’alba su un cespuglio di ranno, a circa 800 metri di distanza sotto di me. Nonostante le attenzioni, quel giorno ricordo di non avere studiato bene il vento rispetto alla mia posizione. E’ bastato un giro di vento, un capello che si è sollevato in maniera quasi impercettibile sulla fronte, ed ecco che la famiglia si è dileguata ad una tale velocità che mi è sorto il dubbio se fosse mai stata lì, lasciando dietro di sé sensi di colpa e tanta frustrazione.

Elisabetta

Gli animali si possono abituare a un disturbo se prevedibile e se non ricevono nessuna esperienza negativa. L’abituazione di per sé non è altro che un riflesso dell’intelligenza e adattabilità di molti animali, tra cui l’orso, qualità che li rendono in grado di accedere a qualsiasi cibo, anche in ambienti molto modificati dall’uomo. Tuttavia, animali abituati riducono la distanza di fuga, diventano meno reattivi, sono facilmente avvicinabili e quindi anche più facilmente vittime di atti bracconaggio, attraversano con più frequenza zone antropizzate con maggiori rischi di essere investiti, e possono diventare attori di episodi spiacevoli di interazione tra uomo e orso (attacchi e ferimenti). Inoltre, l’assenza di reattività (ad esempio la fuga), non implica necessariamente che l’animale sia tranquillo. Tale comportamento, infatti, potrebbe comunque essere associato ad uno stato di stress e di tensione. Quante persone sembrano apparentemente serene e tranquille, ma in realtà, ad uno sguardo più attento si mangiano un’unghia o sbattono la punta del piede, rilevando, appunto, nervosismo. Così può succedere anche agli animali. Diversi ricerche condotte in Nord America e in Nord Europa, hanno dimostrato che gli orsi che frequentano zone abitate, sono più stressati (elevato battito cardiaco o alti livelli di ormoni dello stress) di quelli che frequentano zone remote, nonostante l’apparente calma quando si muovono tra le case.

L’osservazione dell’orso, come d’altronde di tutte le specie della fauna appenninica è un’attività istruttiva ed entusiasmante, ma è fondamentale rispettare le norme di tutela delle aree protette e, soprattutto, la sicurezza e il benessere degli animali.

Gli orsi trovano facilmente soluzioni per vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo, ma non sono bravi a fare i bilanci.

Gli orsi, se possono, fanno di tutto per evitare l’uomo. In Appennino, e in Europa in generale, gli orsi evitano le aree ad alta densità abitativa e hanno abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne. Ma cosa succede se gli uomini si avventurano tra gli orsi? Alcune ricerche offrono degli spunti interessanti.

Nella penisola scandinava, le femmine di orso raddoppiano il loro peso dalla primavera all’entrata in tana, cibandosi soprattutto di bacche. Per alimentarsi in maniera adeguata (ci vuole tempo per ingrassare con frutti così piccoli!), gli orsi vanno alla ricerca dei cespugli più carichi di bacche anche di giorno. Ogni ora è indispensabile. Tuttavia, queste aree sono frequentate da turisti, raccoglitori di bacche e cacciatori. Quando sorpresi, soprattutto nel caso di persone fuori sentiero, gli orsi reagiscono rinunciando ad alimentarsi nelle ore di luce anche per diversi giorni.

In alcune aree del Nord America ci sono delle falene che formano, di giorno, delle vere e proprie aggregazioni su pareti aperte, rocciose e poco raggiungibili. Gli orsi possono mangiare fino a 40.000 falene al giorno nella stagione estiva (circa 20.000 calorie), ma possono farlo solo nelle ore di luce, le stesse utilizzate dagli arrampicatori a scopo ricreativo. In loro presenza, gli orsi manifestano reazioni di stress e interrompono continuamente il loro pasto, e consumano fino a 12 kcal/minuto. Diversi studi, inoltre, documentano come la presenza di attività forestali, estrattive o ricreative nelle zone di svernamento degli orsi, può avere anche un impatto maggiore, come, ad esempio, l’abbandono e quindi la morte dei piccoli.

Molte pratiche venatorie, come le battute di caccia o l’addestramento dei cani si verificano in aree e periodi critici per l’orso. Le battute al cinghiale, ad esempio, vengono di norma condotte con numerosi cani e persone, per 2 o 3 giorni a settimana da ottobre a gennaio. Il disturbo, quindi non si limita solo al momento dello sparo, ma è associato ad un aumento dell’attività in tutta l’area interessata (presenza di veicoli, inseguimenti, abbai dei cani, trasporto degli animali morti tec.). Quali sono i rischi per gli orsi? Sicuramente la possibilità che di colpire erroneamente un orso, invece di un cinghiale, criticità documentata in tutta Europa. Non solo, ma soprattutto gli orsi spavaldi, possono imparare ad associare la possibilità di ritrovare una carcassa o un animale ferito durante e dopo una battuta, e arrischiarsi, creando anche maggiori rischi e occasioni di conflitto. Inoltre, gli orsi possono associare questa attività ad un disturbo, come conferma uno studio condotto in Svezia, rinunciando ad alimentarsi e rifugiandosi, soprattutto nelle prime ore del mattino, con effetti che possono durare anche per diversi giorni. In una stagione in cui gli orsi devono ingrassare per trascorrere diversi mesi a digiuno, tutto questo può compromettere la loro salute e capacità nelle femmine di riprodursi.

Loi sfruttamento forestale, le attività sportive e ricreative, la caccia, la raccolta di funghi, tartufi e altri prodotti del bosco sono voci importanti per chi vive e frequenta le montagne dell’Appennino, ma rappresentano anche situazioni di possibile interferenza con la vita dell’orso e delle altre specie. Il buonsenso e il rispetto sono gli ingredienti base per una convivenza armoniosa.

In ambienti sottoposti a crescente pressione umana, gli orsi hanno bisogno di finestre temporali per svolgere in tranquillità le proprie attività.

Le ricerche condotte in diversi contesti di studio offrono, ad oggi, una grande opportunità agli Enti gestori per stabilire come e quando intervenire, e a tutti per comprendere cosa c’è dietro all’applicazione di regolamenti restrittivi applicati soprattutto all’interne delle aree protette. La regolamentazione dell’accesso di alcune aree e la chiusura stagionale di alcuni sentieri sono, ad esempio, alcuni dei provvedimenti che vengono imposti per lasciare tempo e riservatezza agli orsi.

Negli ultimi anni il turismo mirato a fotografare o osservare gli orsi ha subito un vertiginoso incremento (in Europa come in altre aree del mondo). Di fronte a questa nuova pressione, gli orsi hanno poco margine per adattarsi se non vengono aiutati da comportamenti più consapevoli da parte delle persone. Nelle aree protette la sfida è particolarmente alta, perché alcuni orsi finiscono per abituarsi sempre più alle persone, diventando facilmente avvistabili: un vero e proprio magnete per appassionati. Osservare un orso da vicino è un’esperienza unica e può giovare all’immagine e alla conservazione di questi animali. Tuttavia, il problema è che anche le persone si abituano agli orsi, sottovalutando e non comprendendo a pieno il rischio di comportamenti non neutri e imprevedibili, avvicinandosi sempre più, dando cibo, a scapito della propria incolumità e di quella degli orsi. Un attacco o un riferimento a una persona da parte di un orso, può ridurre in maniera drammatica il grado di accettazione nei confronti di questi animali, così come il sostegno alla loro protezione e conservazione. Per questo Istituzioni, Enti e pubblico generico dovrebbero collaborare tra loro per arrivare ad un nuovo livello di gestione della natura, basato sul rispetto e sulla giusta distanza.

Una serie di immagini registrate da una fototrappola puntata ad un albero “speciale” del PNALM mostra come orsi ed altre specie frequentino le stesse aree utilizzate dall’uomo, però in momenti diversi per evitarlo il più possibile.

Gli orsi attaccano di rado e solo in certe condizioni, ma con la giusta informazione e comportamento, e un pizzico di genetica, il rischio potrebbe essere trascurabile.

Ma gli orsi sono pericolosi? Nella maggior parte delle situazioni, gli orsi se possono evitano l’incontro e si dileguano. Lo dimostrano diverse ricerche condotte in Svezia, in cui orsi singoli o gruppi familiari dotati di radiocollare satellitare, sono stati intenzionalmente avvicinati in centinaia di occasioni da persone a piedi. Che cosa si fa per la ricerca! Ebbene, nell’ 80-95% delle occasioni, gli orsi si sono allontanati e in pochissime occasioni sono risultati visibili. Le statistiche di attacchi giocano a nostro favore. In tutta Europa, infatti, gli attacchi di orso bruno non superano in media la decina di casi all’anno. Nella maggior parte dei casi sono coinvolte femmine con piccoli, per la loro natura apprensive nella difesa dei piccoli e situazioni “particolari”: orsi sorpresi a distanza ravvicinata e in ore notturne, orsi in tana o in difesa di una carcassa, orsi feriti o condizionati da cibi «antropizzati», orsi inseguiti dai cani senza guinzaglio.

Che notizie ci sono per gli orsi marsicani? In Appennino non è mai stato documentato un caso certo di attacco o ferimento a persone. Gli orsi sono per loro natura meno aggressivi, ci racconta la genetica. Secondo alcuni studiosi, inoltre, orsi che vivono ad alte densità, come può verificarsi nel PNALM, sono più portati ad essere tolleranti non solo con i conspecifici, ma di ricaduta anche con altri animali, compreso l’uomo. Tuttavia, gli orsi sono sempre animali selvatici, dotati di forza straordinarie e artigli potenti. E’ per questo che è fondamentale seguire poche regole utili in caso di incontro. Non avvicinarsi, non gridare, allontanarsi con calma e lasciare sempre una via di fuga fra sé e l’animale. E’ bene, inoltre, evitare situazioni in cui un orso può essere sorpreso, rimanendo possibilmente su un sentiero (se segnato e autorizzato meglio) e facendo sentire, con discrezione, il proprio arrivo (gli schiamazzi vanno comunque evitati).

La domanda a cui tutti vorrebbero una risposta è quanto è possibile avvicinarsi ad un orso senza suscitare nessuna reazione. Una domanda da milioni di dollari. La distanza alla quale un animale reagisce dipende da molti fattori: età, sesso, storia individuale, indole e contesto. Alcuni studi suggeriscono che gli orsi possono percepire la presenza dell’uomo anche a più di un chilometro di distanza, soprattutto se gli orsi sono attivi e vigili. Altre ricerche sostengono che gli orsi abituati alle persone, possono essere avvicinati anche a qualche decina di metri. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi, suggerisce di mantenersi ad almeno 100-200 metri di distanza, questo per evitare qualsiasi situazione rischiosa.

Era una mattina di metà luglio del 2008. Indossavo i miei jeans consumati di campo e una camicia a scacchi. Zaino stretto sulle spalle e antenna e radio alla mano. Giro di controllo orsi. Segnale radio debole e rimbalzi in tutta la valle. Meglio salire sulla cima per capire la direzione del segnale. Arrivata sul crinale, dopo un dislivello di 600 metri, l’unico pensiero era sedermi e prendere fiato. La vista era annebbiata, per il caldo e la stanchezza e la luce contro. Un vento lento, ma costante mi rinfrescava il viso. Da seduta, muovendomi a destra e a sinistra con il corpo, incominciai a studiare il posto. A pochi metri da me, qualcosa di più che ombra tra le foglie faceva la stessa cosa. Il tempo di mettere un fuoco: un orso seduto mi osservava. Era il maschio M10, noto tra gli addetti come Ciccio, catturato da pochi giorni. Il collare verde bene in evidenza. Primo pensiero e cuore a mille: quale è il rischio di attacco in percentuale? Secondo pensiero e respiro accelerato: se mi attacca è un disastro, tutti cominceranno ad avere paura degli orsi. Terzo pensiero e gola secca, diamine ho gli stessi pantaloni della cattura, si vendicherà? Quarto pensiero e lungo respiro: calma, distrailo, non spaventarlo, parla amichevole e soprattutto non fuggire. E così feci, non ricordo esattamente le parole, ma qualcosa dissi e lanciai piano uno o due sassolini, credo. E funzionò, l’orso si alzò su una pietra per osservarmi meglio – mi feci sempre più piccola – e poi se ne andò. Paura, fascino, emozione. Ricordo soltanto che in un tempo che mi sembrarono ore, mi portai fuori vista, e mi allontanai rapidamente, molto.

Elisabetta

L’ORSO E L’UOMO: FATTI PIU IN LÀ

Gli orsi riescono a vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo, ma non sono bravi a fare i bilanci dei costi e benefici delle loro scelte. A volte non ci rendiamo conto del nostro impatto. Eppure, con piccoli gesti consapevoli è possibile contribuire alla conservazione della natura più di qualsiasi Ente o Amministrazione, sia fuori che dentro un’Area protetta.

Da molti studi emerge che le persone hanno una bassa percezione del disturbo che arrecano e difficoltà a rinunciare alle proprie abitudini. Regolamenti o sanzioni possono aiutare, ma il rispetto degli animali dovrebbe essere una scelta volontaria di responsabilità che non dovrebbe richiedere norme.

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