L’orso appenninico

L’orso appenninico

Storie di avventure, privilegi e identità

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Nel XVIII secolo le montagne appenniniche apparivano come un territorio aspro, selvaggio e poco raggiungibile, fatto di foreste impenetrabili, magnifiche, ma inquietanti agli occhi di un abitante della città.

Le vie di comunicazione che permettevano di attraversare la parte montana di Abruzzo e Molise, erano costituite da tratturi, mulattiere e carrarecce difficilmente percorribili dai mezzi dell’epoca, come carri e carrozze, e lo saranno tali per almeno un altro paio di secoli. Raggiungere queste località rappresentava un’esperienza avventurosa, per non parlare dei lunghi e proibitivi inverni e il rischio di essere depredati dai briganti o attaccati dalle fiere.

In questa immagine storica, risalente ai primi del ‘900, si possono vedere numerosi pascoli e coltivi ai piedi dell’Anfiteatro della Camosciara nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, oggi quasi completamente ripresi dalla natura e coperti da una folta vegetazione secondaria. (© Archivio Ente PNALM)

L’Appennino centrale non era una terra disabitata, ma accoglieva al suo interno una società agro-pastorale, fatta di pastori e agricoltori che si alternavano per utilizzare la montagna ai fini di un’economia di pura sussistenza, trasformando i ripidi pendii in campi coltivati a cereali e legumi, tagliando i boschi per creare pascoli e utilizzando le praterie più in quota per il pascolo degli animali nel periodo estivo. Era una terra anche di cacciatori e pescatori. Si cacciava per sostentamento, per procacciarsi carne e pellicce. L’attività venatoria era soprattutto a danno di lepri e diverse specie di uccelli, mentre lontre, faine e gatti selvatici erano ricercati per le pellicce. Si cacciavano i nocivi, ovvero lupi, volpi, mustelidi, per difendere le greggi, le mandrie e i pollai. In questa epoca sono apparsi i famosi lupari, pagati per sterminare i predatori a colpi di fucile, trappole e bocconi avvelenati. Tra l’altro la pratica di uccidere i nocivi è continuata fino agli anni ‘70 del secolo scorso. Infine, viene praticata la caccia grossa a specie non considerate nocive o di valore, piuttosto in cerca di svago, avventura e celebrità. Una volta estinti cervi e caprioli, il camoscio e, soprattutto, l’orso furono i protagonisti di questo tipo di attività.

In questa fotografia viene ritratto il momento dell’addio delle donne agli uomini in partenza con le proprie greggi per la lunga transumanza fino al Tavoliere delle Puglie. (© Archivio Ente PNALM)

Chi andava a caccia di orsi? Si trattava di un privilegio di poche famiglie facoltose, che quindi avevano tempo e risorse a disposizione per organizzare le battute, e di alcuni popolani locali particolarmente esperti e coraggiosi, che divennero celebri come “orsari”. Gli orsi venivano anche uccisi da qualche pastore in difesa del gregge. Secondo alcune testimonianze dell’epoca, l’orso era considerato un animale placido, quasi addomesticabile e timido, che se può evita l’uomo, ma dotato di una forza straordinaria e brutale, soprattutto se ferito, provocato o in difesa dei piccoli. L’orso non era considerato un nocivo, anche se poteva “rubare” qualche pecora dalle greggi. Ci sono delle fonti che sostengono che alcuni celebri abitanti della Valle del Sangro, nel corso della propria vita, hanno catturato o ucciso più di trenta orsi, alcuni con vere e proprie lotte corpo a corpo. Le uccisioni degli orsi, pertanto, erano finalizzate alla difesa del gregge o come sfoggio di forza e abilità venatoria.

Lo storico Luigi Piccioni ci offre una narrazione di come il rapporto complesso e contraddittorio tra uomo e orso si sia evoluto dal XVIII secolo ad oggi.

L’arrivo della monarchia nazionale e costituzionale, ovvero in primis del re Vittorio Emanuele II, segnò l’uscita dall’isolamento geografico di queste terre, grazie ad un miglioramento della viabilità, ma anche un cambiamento nella storia dell’orso in Appennino. Dietro pressione da parte di notabili e famiglie benestanti originarie della Valle del Sangro, in Abruzzo, in una parte del territorio che verrà compresa nel futuro Parco Nazionale d’Abruzzo, ai primi del secolo scorso venne istituita una Riserva di Caccia, la cui storia sarà tribolata e segnata da chiusure e riaperture.

Alla fine di una battuta di caccia, avvenuta ben prima dell’istituzione del Parco e della protezione delle specie, con macabra disposizione le teste di due orsi abbattuti sono circondate dai trofei di alcuni camosci appenninici. (Archivio Ente PNALM)

Le montagne appenniniche rientravano nel circuito delle cacce aristocratiche ottocentesche e l’orso divenne un atto di omaggio e di sottomissione da parte delle famiglie più influenti della zona per inserirsi in società e fare carriera politica. Donare la pelle o un cucciolo d’orso ai nobili o invitare i reali a condurre una battuta di caccia era considerato un segno di rispetto e affiliazione alla famiglia reale dei Savoia e a tutto il suo circondario. Un tema, quello del dono ai nobili, che ricorre dai tempi degli antichi Romani fino ai nobili del Medioevo. In Appennino, l’orso divenne quindi simbolo non solo di avventura, abilità e coraggio, ma anche di omaggio e privilegi.

Amedeo di Savoia-Aosta, il Duca delle Puglie e la sua preda, trofeo della battuta di caccia organizzata nel 1921. (© Archivio M.Mancini – Campobasso)

Con la fine dell’800, però, le valli montane divennero sempre più accessibili grazie all’apertura di strade, uno stravolgimento che avvenne in parallelo a quello dei costumi della società dell’epoca. Quella venatoria non era più la sola attività di svago, ma presero il sopravvento anche altre attività ricreative e sportive, tra cui l’equitazione, il tennis e il ciclismo, e la caccia fu sempre più praticata anche dal ceto borghese delle città. Fu soprattutto in coincidenza delle due chiusure della Riserva reale (1878, 1919), che, in assenza di vincoli e restrizioni, la caccia all’orso assunse il carattere di strage, a cui contribuirono sia locali che forestieri. L’orso, ovvero, torna ad essere liberamente cacciabile. Furono proprio questi gli eventi che indussero la nascita, a livello locale e nazionale, dei primi movimenti in difesa della natura. Questi, tra il 1921 e il 1922, portarono infine all’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo. L’orso e il camoscio divennero due specie protette e, nel 1931, fu concessa l’ultima battuta all’orso, in onore del re. Contemporaneamente avviene un ulteriore cambiamento dei costumi della società: la caccia grossa scomparve tra le principali attività di svago e l’Appennino divenne centro d’attrazione per la pratica degli sport invernali.

Foto d’epoca che ritrae alcuni notabili e personaggi locali coinvolti nell’ultima battuta ufficiale di caccia all’orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, avvenuta nel 1931. (© Archivio M.Mancini – Campobasso)

Con l’istituzione del Parco, l’immagine dell’orso subì un’ulteriore metamorfosi per divenire motivo di orgoglio territoriale, attrattiva turistica e simbolo della conservazione e tutela degli animali, ovvero di un’area protetta: l’attuale Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Negli anni 70, “il mio amico orso”, ovvero l’orso seduto, diventa il simbolo ufficiale del Parco fino ai giorni d’oggi, rafforzando la familiarità simbolica con questo animale. A partire dagli stessi anni e in misura maggiora nell’ultimo decennio con la comparsa anche dei social media, si assiste ad una crescita sempre maggiore della sensibilità per l’ambiente e la sua protezione: l’orso diviene sempre più una questione pubblica, e quindi anche emotiva e politica, coinvolgendo non solo il mondo delle aree protette, ma anche quello della ricerca, dell’associazionismo e il pubblico generico.

Adesivo “il mio amico orso” messo in circolazione dal PNALM nei primi anni ’80, in cui lo slogan e il simpatico logo del Parco hanno contribuito alla nascita di una nuova immagine del plantigrado.

Il rapporto che gli abitanti dell’Appennino hanno intrattenuto con l’orso si è evoluto nei secoli. Al centro di questi cambiamenti è stato il rapporto complesso e anche contraddittorio con la caccia.

Lo stato dell’orso in Appennino

Lo stato dell’orso in Appennino

Un grande potenziale, ma un destino fragile

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I primi tentativi volti a quantificare il numero effettivo di orsi presenti nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise sono stati effettuati tra gli anni 70 e 90.

In quegli anni, la presenza dell’orso risultava limitata essenzialmente al territorio del PNALM, con un numero di individui variabile, a seconda delle fonti, tra 100 e 40. Difficile dire con certezza cosa sia avvenuto nella popolazione in quel ventennio, essendo le metodologie applicate per contare gli orsi ancora rudimentali. Tuttavia, nel decennio compreso tra il 2004 e 2014, grazie al subentrare di tecniche innovative di genetica non invasiva, i ricercatori hanno prodotto numeri più attendibili che documentano come la popolazione sia rimasta stabile in questo arco temporale, con una consistenza di circa 50 orsi. Una popolazione esigua da un punto di vista numerico, ma a medio alta densità (circa 4 orsi ogni 100 km2) e composta in prevalenza da individui adulti (circa il 60% degli orsi) con un bilancio positivo a favore delle femmine.

Conteggi di orsi realizzati dagli anni 70 ad oggi. Soltanto dopo il 2004 sono stati introdotti dei metodi che hanno consentito di produrre dei dati più accurati e di cui si è potuto stabilire il grado di precisione. Le barre verticali rappresentano l’incertezza intorno al valore puntuale. (da Ciucci e Boitani 2008; Zunino and Herrero 1972; Zunino 1976 1974; Zunino 1976:679, 1990; Fabbri et al. 1983; Boscagli 1990, 1991 e 1999; H.U. Roth, personal communication; Zedrosser et al. 2001; Lorenzini et al. 2004a, Potena et al. 2004; Gervasi et al. 2008; Ciucci e Boitani 2008)

In questo stesso arco temporale, i ricercatori hanno prodotto anche la prima mappa di distribuzione dell’orso in Appennino centrale. Nonostante la generale buona idoneità ambientale documentata in Appennino, l’areale dell’orso risulta esteso soltanto per circa 5422 km2 , con un’area centrale di presenza stabile limitata a poco più del territorio del PNALM, inclusa l’area contigua e alcune aree al di fuori (circa 1460 km2) e un’area periferica estesa fino ai Sibillini (circa 3962 km2) di presenza occasionale di pochi individui erranti di sesso maschile. Fino al 2014, la presenza di nuclei familiari, ovvero di femmine in grado di riprodursi, risulta limitata esclusivamente a poco più del territorio del PNALM. Le ricerche, condotte da biologi, genetisti e statistici, hanno individuato come principali cause di questa assenza di crescita numerica e di espansione geografica, il numero ridotto di femmine che si riproducono ogni anno nella popolazione, l’elevata mortalità al primo anno di vita dei cuccioli, e i livelli eccessivi di mortalità a carico delle femmine adulte.

Una femmina di orso morta nel 2019 in Molise a causa di una collisione con un veicolo.

Ogni stagione riproduttiva, questa piccola popolazione sfrutta al massimo tutte le sue risorse per riuscire a riprodursi

Da oltre 10 anni, a partire da 2006 e in estate, ricercatori, tecnici e volontari collaborano per avere indicazioni sulle capacità riproduttive di questa popolazione. Dal 2006 al 2014, ogni anno sono state registrate 1-6 femmine con prole nel PNALM, nel 70% dei casi associate a 2 oppure 3 piccoli, per un totale di nuovi nati che varia da 3 a 12 ogni anno. Quindi basta una mano, massimo due, per contare tutte le femmine che si riproducono nell’area centrale. Il dato non sorprende perché si tratta pur sempre di una piccola popolazione, dei quali poco più della metà sono femmine. Considerando che le orse non si riproducono tutti gli anni ed escludendo da questo conto le femmine giovani, è raro aspettarsi più di 4 o 5 femmine che partoriscono ogni anno. Nonostante gli sforzi, il numero medio di piccoli femmina che una madre riesce ad allevare ogni anno, detto anche tasso riproduttivo, è pari soltanto a 0.18, tra i più bassi noti in Europa e non solo. Come è possibile che una femmina possa fare nascere meno di un piccolo all’anno? La risposta sta nel fatto che le femmine non si riproducono ogni anno: la distanza tra un parto e quello successivo è in genere compresa tra i 3 e 4 anni. Inoltre, una femmina per partorire la prima volta può impiegare oltre 6 anni e alcune femmine sembrerebbero non riuscire a riprodursi anche per 10 anni consecutivi. In aggiunta, la metà dei cuccioli nati non sopravvive all’anno successivo, valori molto bassi se confrontati con quelli di altre popolazioni di orso bruno. Pertanto, mettendo insieme tutti questi dati, i tempi di riproduzione per gli orsi appenninici sono tali, che la morte di un’orsa adulta e riproduttiva lascia un vuoto che un suo cucciolo femmina potrebbe colmare solamente dopo 12 anni. Se poi si considera che sopravvivere dopo il primo anno di vita non è un fatto scontato, i tempi potrebbero essere anche maggiori.

Lo zoologo Paolo Ciucci ci racconta dei numeri intorno agli orsi.

L’essere in tanti e molto imparentati potrebbe non giocare a favore degli orsi.

Le ipotesi dietro a questi numeri possono essere diverse. Ogni specie vivente ha dei propri sistemi di autoregolazione per cui il numero di individui tende a non superare certi valori critici, così da ridurre, ad esempio, la competizione per il cibo. L’infanticidio da parte dei maschi adulti e l’inibizione riproduttiva delle femmine subordinate da parte delle femmine dominanti rientrano tra i sistemi messi in atto dagli orsi in popolazioni numerose in Scandinavia e Alaska. Casi di comprovato o sospetto infanticidio sono stati documentati negli ultimi dieci anni anche in Appennino. Sebbene gli orsi hanno probabilmente raggiunto il loro numero massimo nell’area centrale, il buono stato di salute generale degli individui catturati anche in anni recenti, la dieta ricca e diversificata osservata a livello di singolo animali, le dimensioni ridotte e l’ampia sovrapposizione dei territori e le capacità delle femmine di partorire fino a tre piccoli in un anno, consentirebbero di escludere che gli orsi non sopravvivono o non si riproducono perché denutriti. Tuttavia, non è da escludere, che l’alto tasso di consanguineità degli orsi marsicani possa essere responsabile dell’insorgenza di difetti, patologie e malformazioni congenite che indeboliscono i nuovi nati o riducono la fertilità delle femmine.

In un pomeriggio di maggio, una femmina di orso emerge dal bosco con i suoi due cuccioli al seguito; è la prima volta che l’orsa conduce i piccoli fuori la tana di parto. Per farlo, ha scelto un’area tranquilla e scoscesa, dove né uomini né altri orsi dovrebbero importunarla, finché i piccoli non saranno in grado di seguirla nei suoi spostamenti. Tutte le speranze per questa piccola popolazione appenninica sono riposte in queste femmine esperte.

E’ nella sopravvivenza delle femmine adulte che si gioca il futuro dell’orso

Il numero di femmine adulte e riproduttive, stimato negli stessi anni tra 13 e 14, è considerato da molti esperti estremamente basso, soprattutto se confrontato con il numero di femmine che muoiono ogni anno. Dal 1970 al 2014, in media da 2 a 3 orsi sono stati ritrovati morti ogni anno, compresi giovani e adulti, tra cui almeno una femmina di età maggiore di 1 anno. Ebbene, ciò corrisponderebbe a una mortalità di circa il 6% delle femmine conteggiate in questa popolazione, escludendo i piccoli dell’anno. Considerando che la mortalità osservata ( che deriva dagli orsi ritrovati morti per caso) potrebbe, secondo alcuni autori, essere fino a due volte inferiore a quella reale (quanti non sono stati trovati?), tali valori non sembrerebbero essere compatibili con una crescita numerica. Questo scenario è stato anche confermato da uno studio recente pubblicato nel 2017, che dimostra come in base agli attuali dati di sopravvivenza delle femmine adulte in Appennino (variabile tra 0.87 e 0.95), la popolazione potrebbe addirittura diminuire nei prossimi 100 anni e rischiare di estinguersi (con una probabilità pari al 20%). La gravità di questo scenario è ancora maggiore se si considera che più dell’80% degli orsi ritrovati morti è morto per cause riconducibili all’uomo tra cui bracconaggio, avvelenamento, incidenti stradali e ferroviari. Lo stesso studio evidenzia come questa popolazione sia estremamente suscettibile ad eventi catastrofici (eventi di mortalità di massa) che se ripetuti nel tempo, con intervalli anche di decine di anni, potrebbero triplicare il rischio di estinzione. Tuttavia, emerge anche un elemento positivo. Un incremento anche soltanto del 2% della sopravvivenza delle femmine adulte, garantirebbe all’orso di crescere e sopravvivere nel prossimo futuro.

Ogni anno vengono realizzate attività finalizzate alla stima della produttività (numero di piccoli nati) della popolazione, attraverso la conta del numero minimo di femmine con piccoli (FWC). Le attività sono condotte attraverso 3 strategie complementari di raccolta dati: osservazioni dirette mirate, osservazioni dirette in simultanea e foto-trappolaggio. È riportato anche il numero di femmine ritrovate morte ogni anno.

Negli ultimi anni si sta assistendo a dei segnali positivi, anche se non bisogna abbassare la guardia

Dal 2014 ad oggi, i tecnici e ricercatori, che continuano a monitorare l’orso dentro e fuori il Parco, grazie all’attivazione di una rete di monitoraggio che vede coinvolte non solo le aree protette, ma anche le Regioni e i Carabinieri Forestali, stanno assistendo a un fenomeno molto incoraggiante. Il numero di femmine che si riproducono ogni anno nell’area centrale (da 3 a 9 femmine) e il numero di cuccioli nati (da 6 a 16 cuccioli) risultano superiori alla media osservata negli anni precedenti. Nel 2019, in particolare, grazie anche all’elevata abbondanza di frutti di faggio registrata nel 2018, 9 gruppi familiari sono stati conteggiati nell’area centrale per un totale di 16 piccoli nati, valori tra i più alti mai osservati. Inoltre, a partire dalla fine del 2014, da 1 a 4 femmine con piccoli frequentano zone al di fuori della core area stabile (anche di 30-40 km), per un totale di almeno 13 femmine adulte e almeno 19 nuovi nati fuori dal PNALM. Parallelamente, anche il numero di individui maschi nelle aree periferiche sta dando segni di aumento e di presenza stabile.

Questi dati suggeriscono che negli ultimi anni si sta assistendo sia al reclutamento di nuove femmine produttive nella popolazione nell’area centrale di presenza, ma soprattutto ad una espansione territoriale e una crescita numerica in nuovi territori. Tuttavia è da considerare che i livelli di mortalità non sono variati negli ultimi anni, e che da 1 a 2 femmine continuano a morire ogni anno dentro e fuori il Parco, di cui nel 2019 una femmina associata a un piccolo dell’anno, investita su una strada provinciale, ai confini dell’Area contigua del PNALM. Sebbene il Parco rappresenti ancora la roccaforte per la salvezza dell’orso, il suo futuro si gioca fuori. Affinché la popolazione possa realmente accrescersi, è necessario che le femmine conquistino nuovi territori e diano vita a nuove popolazioni.

In Appennino ci sarebbe spazio a sufficienza per oltre 200 orsi. Ridurre i rischi che tutti questi animali dovranno affrontare è la grande sfida per salvare la specie in Italia Centrale.

L’orso nativo

L’orso nativo

Un equilibrio fondato sullo scambio e l’alleanza

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L’orso è un dio e, al tempo stesso, antenato, fratello, figlio, amico per molte culture circumboreali, che hanno vissuto di caccia e allevamento, a partire da miglia di anni fa fino anche ai nostri giorni.

Parliamo dei Sami, degli Ainu del Giappone e di gran parte dei popoli siberiani, come i Nivkh, i Kanti o i Ket, o dei nativi d’America, tra cui i Cree, i Beaver e gli Ojibwa. Ma sono in realtà moltissime le etnie che si sono relazionate con gli orsi nella vita reale e in quella simbolica. Le variazioni dei racconti, dei miti e delle leggende legate all’orso sono molte, come spesso succede nelle culture orali, ma credenze simili si ritrovano in tutti popoli suddetti.

Un racconto tradizionale ricorrente narra di una fanciulla, descritta a volte come indisponente, che si attarda nella foresta per raccogliere delle bacche. La fanciulla inavvertitamente calpesta un escremento di orso e impreca, trasgredendo alle regole di rispetto della foresta e dell’animale stesso. Viene allora avvicinata da un giovane affascinante, vestito di pelle d’orso. I due trascorrono l’estate e l’autunno insieme, nutrendosi dei cibi offerti dalla natura, e con l’arrivo dell’inverno trovano casa in una grotta. È solo nei lunghi mesi invernali che la fanciulla diventa consapevole delle vere sembianze del suo compagno. Dalla loro unione, a febbraio, nascono poi dei figli.

Ma ci sono storie anche di fanciulli o fanciulle rapiti da orsi sotto gli occhi della madre o di orfani presi sotto la protezione di un orso. Può essere un orso maschio, ma più spesso una femmina con i suoi cuccioli, a volte sotto sembianze umane, a prendersi cura dei giovani. Il finale di questi racconti sembra scontato, gli orsi sono cacciati e uccisi e gli esseri umani si ricongiungono al loro nucleo famigliare originale. Ma c’è un colpo di scena. L’orso ha poteri magici e non si fa mai cogliere alla sprovvista, perché sa leggere le intenzioni degli uomini. Prima di lasciarsi uccidere, l’orso rivela ai suoi rapiti o compagni umani le azioni rituali che dovranno eseguire in segno di rispetto per il dono ricevuto (la sua morte) e stringe con loro un’alleanza, conferendogli poteri e abilità per diventare grandi cacciatori.

Litografia della “Danza dell’Orso” tratta da un dipinto di George Catlin del 1835. In molte popolazioni native del Nord America venivano eseguite danze propiziatorie, nelle quali si indossavano maschere da orso e si imitava l’andatura dell’animale che ci si apprestava a cacciare.

L’orso e gli altri animali selvatici sono considerati superiori agli esseri umani sia da un punto di vista fisico che magico, ma tra di loro c’è una relazione di affetto e intimità

Da questi racconti emerge una visione del ruolo dell’uomo nella Natura molto diversa da quella della tradizione occidentale, legata alla cultura giudaico – cristiana o al pensiero cartesiano. Per queste culture, l’uomo non è al centro del mondo e la natura non è stata creata a suo uso e consumo. Per gli Ojibway e i Cree, ad esempio, il termine persona non identifica soltanto un individuo della specie umana, ma è “persona” una pietra, una felce, così come un orso o un qualsiasi altro animale. Tutti gli esseri animati e non hanno in sé una parte vitale e sono dotati di autocoscienza e capacità di comprensione e questo li rende capaci di comunicare tra di loro. Uomo e natura si incontrano su un piano che molto più vicino a quello della condizione umana, perché provano le stesse emozioni. Nella cultura totemica degli Ojibwa, ad esempio, sono gli animali ad avere creato il mondo. Gli animali sono considerati essenzialmente “umani” o meglio, un “altro” simile agli uomini, che appartiene alla stessa famiglia. Ogni famiglia o clan si vanta, tuttora, di avere avuto come capostipiti degli animali o di esser nato dall’unione fra uomini e animali. Tuttavia, gli animali sono anche strettamente legati al popolo degli spiriti che li protegge (gli spiriti della foresta o spiriti della selvaggina).

“Dipinto di orso, uccello e pesce” del pittore canadese Norval Morisseau (1932-2007), che, come molte sue altre opere, evidenzia le connessioni tra le diverse specie, sottolineando l’interdipendenza dei vari elementi della natura.

Per questo, la comunicazione con l’uomo non avviene direttamente, ma attraverso le preghiere, i canti, i sogni e i riti. Per i popoli Cree, gli spiriti vivono in un mondo parallelo a quello umano, nei loro villaggi “celesti”, possono cambiare il loro aspetto e inviano tra gli umani gli animali selvatici, come gli orsi, in qualità di messaggeri. Per questi popoli esiste una “società” selvatica che “funziona” più o meno come quella umana, sebbene sia più idealizzata. Gli animali, una volta uccisi, dovranno tornare nel luogo da cui sono originati. Per alcune culture, la foresta è considerato un “altro” mondo: diverso, terribile e affascinante allo stesso tempo; per altre, un ambiente spirituale e di rigenerazione che richiede una purificazione prima di accedervi. Per tutti si tratta di un luogo di incontri magici. Entrare nella foresta è un’esperienza epica, spirituale, magica e deve essere fatta con rispetto. L’uomo è consapevole che la natura può essere benevola, alleata, ma anche pericolosa o malvagia. Le relazioni con la natura possono cambiare in maniera anche imprevedibile, ed è il comportamento dell’uomo a determinarne la direzione. Per vivere in armonia con la natura, esistono delle regole, una morale, ma soprattutto rispetto. Ogni essere, ogni “persona” è legata all’altra da sottili connessioni e la rottura di queste può avvenire solo per un atto egoistico contro natura, che attirerà malanni e la vendetta degli spiriti.

Rami contorti di faggi secolari al crepuscolo. Da sempre nelle credenze e nella letteratura ricorre la foresta come topos, in cui si manifestano il magico e il soprannaturale.

Nella caccia è l’orso stesso che si offre, ma chiede di essere trattato come un “ospite” per consentire al suo spirito di ritornare tra gli spiriti, così da garantire che altri orsi vengano inviati agli uomini.

Le relazioni tra uomini e orsi sono per lo più benevole, quasi d’amore e addirittura seduttive. È quello che emerge dal cerimonialismo legato alla caccia all’orso. I riti venatori sono eseguiti da diversi gruppi etnici e presentano una grande quantità di variazioni su temi simili. La caccia si intraprende in autunno quando gli orsi sono grassi, oppure alla fine dell’inverno quando gli orsi vengono stanati dai loro ricoveri, o, nel caso di un orso che abbia ucciso ripetutamente il bestiame. La caccia è vissuta come un evento spirituale o magico, e non è mai casuale, perché è l’orso stesso che si offre. Pertanto questa richiede canti, preghiere, riti, offerte e una grande festa. Attraverso il cerimoniale, la vendetta degli spiriti viene placata e si avrà fortuna nella caccia, si eviteranno malattie, o attacchi di orsi alle greggi. Il rituale inizia prima della caccia e prosegue con l’atto dell’uccisione e fino al ritorno all’accampamento o villaggio. L’arrivo delle spoglie di un orso è festa per tutti. L’orso, dopo la morte, viene ospitato, accolto, nel sistema sociale degli uomini, smembrato e distribuito come cibo a tutti i membri dell’accampamento o del villaggio e ricomposto nelle ossa che verranno appese nella foresta per assicurare che il suo spirito ritorni nel suo luogo di origine, il villaggio degli orsi. Le ossa, nella cultura sciamanica siberiana, hanno il potere di rigenerarsi, di riformare il corpo vivente. L’orso è trattato come una persona, la gente si presenta al banchetto con offerte e doni (ad esempio riso e mirtilli), come si fa ai funerali o ai matrimoni. La condivisione del banchetto avviene secondo una precisa gerarchia che è descritta dal corpo stesso dell’orso. Gli anziani hanno più prestigio e hanno diritto alle parti migliori o magiche come la testa, la mandibola, il collo. Seguono il gruppo di caccia maschile e le donne sposate.

Scena cerimoniale legata alla caccia dell’orso tratta dal volume “Ezo Shima Kikan” (Viste Insolite dell’Isola di Ezo [Hokkaido]) di Hata Awagimaro, 1799, considerata l’opera più importante nel descrivere la vita contemporanea degli Ainu.

Per i popoli della Siberia, prendersi cura di un cucciolo d’orso è un rito propiziatorio per dimostrare agli spiriti che gli uomini sono buoni e garantirsi quindi protezione.

Tra i popoli Ainu del Giappone e quelli della Siberia orientale, sul finire dell’inverno, gli orsi vengono cacciati nelle tane con l’obiettivo di catturare dei cuccioli di orso. I cuccioli nati durante l’inverno vengono portati e accolti nel villaggio e allevati amorevolmente. Le donne in allattamento sono quelle che si occupano dei cuccioli e provvedono alla loro nutrizione, come se fossero i loro stessi bambini. Trascorso un anno, alla fine dell’inverno successivo, i cuccioli vengono uccisi seguendo un ben definito cerimoniale, con il proposito di inviare i loro spiriti alle montagne, a ritrovare la loro gente che vive in una dimensione parallela a quella umana. Durante la cerimonia, l’orso riceve doni e offerte (dolci di miglio, liquori e bacche). L’orso porterà i doni ricevuti agli spiriti, racconterà di essere trattato bene, e questo garantirà che altri orsi saranno invitati per sfamare il villaggio. Tra i popoli Ket dello Yenisey della Siberia centrale, al cucciolo viene preparata una stanza da letto vera e propria. I cuccioli sono adornati di bracciali e orecchini di rame. Dopo tre anni vengono liberati nella taiga, ma essendo riconoscibili non sono più uccisi, perché il loro ruolo è quello di messaggeri della bontà degli uomini.

L’orso è centrale nella cultura di questi popoli perché più di qualsiasi altro animale incarna la metafora uomo/animale ed è tra i più magici, ovvero uno di quelli con più poteri.

“Gli antenati indossano pelli d’orso” dipinto del pittore russo Nicholas Roerich, 1944. Nella raffigurazione sembra riecheggiare l’antica tradizione sciamanica dei popoli dell’Asia settentrionale.

Le informazioni etnografiche e i racconti indicano che l’orso era ed è considerato un animale dalle caratteristiche umane per diverse ragioni. La struttura delle zampe è simile a quella delle nostre mani e il portamento eretto è affine al nostro. Una volta scuoiato, poi, le caratteristiche anatomiche dell’orso ricordano molto quelle umane, in particolare di una donna. Orsi e uomini percorrono gli stessi sentieri, sono intelligenti e astuti. Le femmine sono amorevoli con i figli. Per questo, l’orso assume un ruolo totemico in molte culture, ovvero è considerato un antenato, un parente. Tra i popoli nativi, ogni membro del clan ha un suo animale totemico, e gli orsi, non a caso, sono gli animali guida per gli sciamani, erboristi e tutori dell’ordine pubblico. L’orso avrebbe il potere degli sciamani: prevede il futuro, ingaggia lotte magiche, canta, si trasforma e scompare, rivela formule magiche e ingredienti medicinali. Il suo potere raggiunge la massima potenza in tana, quando l’orso è in uno stato di morte apparente, tra sonno e veglia. Dall’interno della tana l’orso, dotato di un udito soprannaturale, sarebbe in grado di ascoltare tutti i pensieri degli uomini e constatare la veridicità dei loro giuramenti. Per questo, è meglio evitare di pronunciare il nome dell’orso, ma è preferibile usare circonlocuzioni: “l’arrabbiato”, “coda corta”, “signore della foresta”, “zampa di miele”, “padre”, “nonno”, “vecchio zio dei boschi”, “mangia miele”.

L’orso risorge dalla ibernazione, si rigenera dalle ossa appese agli alberi, è considerato un immortale ed un guaritore. Ogni parte del suo corpo è medicina per gli uomini. Essendo “sacri” gli orsi e la foresta sono considerati anche puri e innocenti. Nei popoli finnici, la gente credeva che un orso normale fosse sempre innocente, incapace di far male alle persone. Quello che attaccava o uccideva i bovini o le persone doveva essere stato “stregato”.

Scomparendo in inverno per riapparire in primavera l’orso scandisce le stagioni ed è la “porta” per accedere al mondo degli spiriti, oltre il cielo.

“Noi non abbiamo paura”, Nicholas Roerich, 1922. Sebbene la scena raffigurata sia ambientata in un contesto relativamente moderno, sembra accennare all’antica concezione che vede l’orso responsabile dello scandire delle stagioni.

In molte culture, l’orso è diventato simbolo del ciclo del tempo, del passare delle stagioni e della morte e rinascita della natura. Tutti i popoli della linea circumboreale hanno da sempre avuto una profonda conoscenza delle costellazioni, che venivano utilizzate appunto per seguire il passare del tempo. Tra i Micmac, esiste una leggenda che racconta di un orsa che esce dal suo lungo sonno invernale in cerca di cibo. Il primo animale a scorgerla è la cincia, che nel corso dell’estate e fino all’autunno arruola altri sei uccelli per uccidere l’orsa, liberando il suo spirito vitale che dormirà disteso con un altro orso. Quello che hanno scoperto gli etnologi è che tutti gli elementi di questa leggenda hanno un corrispondente stellare e seguono la rotazione delle stelle dell’Orsa maggiore nel cielo dalla primavera fino all’autunno. Secondo gli Oji-Cree, la costellazione delle Pleiadi, era denominata anche “la testa d’orso” e la sua posizione in cielo allo zenith annunciava agli uomini l’arrivo della primavera (che coincideva con l’uscita degli orsi dallo svernamento). Ricorrenza che si ritrova anche da noi, nella festa alpina della Candelora. Ma le Pleiadi erano anche considerate il foro del cielo, ovvero la porta di comunicazione con l’empireo, di cui l’orso era appunto un mediatore.

La costellazione dell’Orsa maggiore sovrasta la silhouette di un faggio secolare nell’Appennino Centrale. Il potere evocativo di queste sette stelle ha radici antichissime e ricorre in popoli e culture diversi.

Per molti popoli che hanno vissuto di caccia e allevamento, l’orso è stato considerato da sempre un alleato e meritevole di rispetto. Rompere un legame con l’orso è considerato un un atto di egoismo contro tutta la comunità.

Gli uomini che offendono gli orsi e la natura sono destinati a divenire orsi spettro e vittime di sofferenze e malattie, oltre che a portare con sé disgrazia e sventura.

L’orso nell’immaginario

L’orso nell’immaginario

Il sottile confine tra mito e realtà

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La presenza dell’orso nella cultura umana ha radici antichissime e ad essa sono legati rituali, miti, leggende e fiabe.

Da sempre l’orso ha suscitato l’immaginazione e la fantasia dell’uomo, che lo ha dipinto di volta in volta come una divinità, un eroe, un antenato, un seduttore, ma anche come una belva feroce, un demone o un tenero compagno dell’infanzia. Ripercorrere questa storia significa spesso perdersi in un dedalo di interpretazioni e metafore. Pertanto, anche la breve trattazione che segue ha il solo scopo di fornire immagini e suggestioni. Familiare e estraneo nello stesso tempo, l’orso forse è tra gli animali quello verso cui l’uomo ha manifestato maggiormente un atteggiamento contraddittorio. D’altronde, come non rimanere affascinati e allo stesso tempo turbati di fronte alla somiglianza, nel fisico e negli atteggiamenti, dell’orso con l’uomo stesso? O di fronte alla sua forza e resistenza fisica? Al profondo legame e all’affetto che una femmina di orso nutre per i propri figli?

Cranio di Ursus speleaeus collocato appositamente in posizione di rilievo nella grotta Chauvet – Pont d’Arc, Ardèche, Francia.

Nella mitologia greco-romana, in quella germanica e celtica, in tutto l’Occidente antico e medievale si ritrovano molte testimonianze di un culto dell’orso, con alcune suggestioni che giungono fin dalla Preistoria.

Le tracce più antiche di un legame tra l’uomo e l’orso risalgono probabilmente a circa 80.000 anni fa, nella grotta del Regourdou, in Francia, dove alcuni studiosi hanno rinvenuto una sepoltura neanderthaliana posta accanto a quella di un orso. A partire da circa 30.000 anni fa aumentano i ritrovamenti di allestimenti “sospetti”, situati all’interno di grotte condivise da uomini e orsi, nella forma di dipinti parietali di orsi o di crani collocati in disposizioni quasi liturgiche. L’orso aveva sicuramente un ruolo particolare nel bestiario paleolitico e forse, secondo alcuni autori, era addirittura oggetto di culto.

Nei miti dell’Antica Grecia, l’orso era considerato un attributo di alcune divinità. Un esempio è Artemide, la dea protettrice degli animali e della caccia, che viene rappresentata come orsa insieme alle sue sacerdotesse, soprannominate, a volte, “orsette”. Nella radice del suo stesso nome si ritrova la parola greca arktos, orso, appunto. Un mito che lega Artemide all’orso è quello della nascita della costellazione dell’Orsa maggiore. In una delle molteplici versioni, si narra che Artemide, infuriata con la ninfa Callisto per averla tradita, l’avesse trasformata in una orsa e che le avesse lanciato dietro i suoi cani da caccia. Il dio Zeus, impietosito, decise di salvarla e la trasforma nella costellazione.

Il mito di Callisto: Arcas tende l’arco contro la madre trasformata in orso. Incisione di Hendrick Goltzius e Franco Estius, 1590.

Oltre ad Artemide, nella mitologia greca, si ritrovano anche numerosi miti di orsi femmina che nutrono e allevano neonati che, una volta divenuti adulti, saranno eroi. Un esempio fra tanti, è quello di Paride, figlio di Priamo, re di Troia. Il mito narra che la madre di Paride, prima della sua nascita, avesse sognato la futura distruzione della città di Troia. Il padre, sconvolto dalla premonizione, ordinò ai suoi servitori di ucciderlo sul monte Ida. I servitori non ne ebbero il coraggio e lo abbandonarono sul monte. Un’orsa lo trovò e lo salvò dal gelo e dalla fame, fino a quando dei pastori non lo trovarono e lo presero con sé.

Tra gli antichi popoli germanici, che a partire dal XIX secolo a.C. si diffusero dalla Scandinavia in gran parte dell’Europa, l’orso era considerato un emblema di forza, coraggio e di invincibilità: l’animale totemico per eccellenza. Era il re degli animali e della foresta, una divinità o comunque una creatura a metà strada tra il mondo degli uomini e quello degli dei, un antenato e soprattutto un guerriero. In segno di rispetto, l’orso non poteva essere chiamato con il nome proprio, ma solo interpellato con formule lessicali alternative. I guerrieri indossavano amuleti fatti di denti ed artigli e pelli di orso per acquisirne la forza e il coraggio. Lottare contro un orso a mani nude rappresentava una prova di coraggio che consentiva ad un ragazzo di diventare adulto e la considerazione di un grande guerriero. Tra i più famosi guerrieri, ci sono i soldati di Odino, i Bersekir, definiti anche “orsi mannari”, che bevevano e mangiavano la carne di questo animale e combattevano imitando l’andatura e i versi dell’orso. Tali guerrieri godevano dunque dell’abilità di “trasformarsi” in orsi, ovvero potevano entrare in una condizione di “orsitudine”.

Matrice da pressa vichinga utilizzata nella fabbricazione delle piastre da elmo. In essa è rappresentato un guerriero che danza accompagnato da una figura a metà tra uomo e lupo. Negli antichi popoli germanici ai guerrieri spesso venivano attribuite caratteristiche ursine o di altri predatori.

Nei popoli celtici, tra il V e il III secolo a.C diffusi in un’ampia area dell’Europa, dalle Isole britanniche fino al bacino del Danubio, l’orso era simbolo di potere, sovranità e regalità. Molti sovrani vantavano antenati dalle fattezze orsine, o sostenevano di essere stati allevati da orsi. Alcuni diventavano re soltanto dopo avere combattuto contro un orso. In tutti i casi era il legame con l’orso che rendeva un uomo degno di essere re. Tra i più noti ricordiamo Artù, che una leggenda descrive, in fin di morte, in grado di uccidere un uomo anche con un semplice abbraccio.

Nel mondo romano, l’orso rientrava in una dimensione più selvatica: era essenzialmente un animale oggetto di caccia (fino ad arrivare anche a dei veri propri massacri) e oggetto di spettacolo nei giochi del circo, nelle cacce e nei combattimenti con i gladiatori. La caccia all’orso era privilegio soprattutto degli imperatori e del loro seguito, e in segno di rispetto, ma anche di prestigio, veniva condotta quasi sempre corpo a corpo. Anche essere in possesso di un orso era attributo di potere: soltanto un imperatore poteva avere un serraglio con degli orsi. La pratica dei serragli si è mantenuta per tutto il Medioevo, sempre come privilegio di principi, grandi signori laici e ecclesiastici. Inoltre, il dono di un orso era spesso utilizzato come segno di pace o di rispetto tra sovrani.

Bassorilievo romano raffigurante una scena di caccia all’orso con lancia e segugi, conservato nel Palazzo Tabassi, Sulmona, provincia di L’Aquila.

La somiglianza con l’uomo nel fisico e nei comportamenti è stata ragione di culto e adorazione, ma anche di condanna e persecuzione.

La mitologia greca, celtica e germanica vedeva l’orso anche come un amante di fanciulle e giovani donne, con storie che oscillavano tra il romantico ed il violento, sotto forma più spesso di ratti che di incontri amorosi. Le credenze che raccontavano di questa forte attrazione tra donne, regine e la belva si diffusero in Europa in tutto il Medioevo. Esse giocavano molto sull’ambiguità di alcuni personaggi storici, come re Artù o Tristano, il re innamorato, considerati metà uomini e metà orsi. D’altronde, nelle fasi di corteggiamento e accoppiamento uomini e orsi si assomigliano, e si credeva che potessero tra loro anche procreare. Miti e leggende di questo genere si diffusero anche in Italia. Una leggenda narra che la nobile famiglia Orsini, che ha dato i natali a molti papi e cardinali, avesse avuto origine proprio da rapporto tra un uomo e un orso. L’orso divenne anche simbolo di desiderio brutale, e “fare l’orso” assunse in molte festività, dai lupercali Romani fino alle feste medioevali associate al carnevale e ai solstizi, il significato di lasciarsi andare ad atti trasgressivi e “abominevoli”, come saranno poi descritti dalla Chiesa.

Fu proprio la Chiesa cristiana altomedievale, in epoca Carolingia, a dichiarare guerra all’orso, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma di cultura pagana, considerata nemica di Cristo. L’orso venne perseguitato fisicamente e massacrato in molte regioni d’Europa e eradicato assieme ai culti pagani. Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, l’orso venne demonizzato e reso una creatura infernale e addirittura un abominio in cui la natura umana si confondeva con quella animale, e quindi un affronto a Dio che aveva creato gli uomini a sua somiglianza. L’epiteto“bruno” dell’orso perse qualsiasi connotato reale e nel bestiario medievale assunse il connotato di una creatura demoniaca scura, sporca, pelosa e ispida. L’orso divenne anche oggetto di derisione e messo in ridicolo nelle favole e nei proverbi, in cui l’uomo lo dipinse come una creatura viziosa e peccaminosa. Sono ben 7 i peccati capitali che venivano attribuiti all’orso: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia.

Incisione del XIII secolo raffigurante uno spettacolo con orso e scimmie ammaestrate, tratta dal “Dictionnaire historique et pittoresque du théâtre [..] di Arthur Pougin (1834-1921).

Quando alle figure dei guerrieri si sostituirono quelle dei santi, questi furono considerati i soli in grado di cristianizzare e redimere gli orsi. Una leggenda narra che San Fiorenzo di Samour convinse un orso a fare la guardia ad un gregge o che San Romedio addomesticò l’orso che aveva ucciso il suo cavallo per poter arrivare a Trento a trovare l’amico vescovo.

La lunga guerra contro l’orso continuò con la modifica e trasformazione dei calendari e delle festività pagane (di cui molte erano incentrate sull’orso) in feste cristiane. Nel Duecento, l’orso venne detronizzato dall’araldica e sostituito con il leone. Finì così per perdere il suo attributo regale e essere relegato a animale selvaggio o a oggetto di spettacolo nelle piazze, dove, munito di museruola, veniva fatto danzare o compiere acrobazie come un giullare.

Tuttavia l’orso non scomparve mai dall’immaginario e dai sogni degli uomini. Dal XIV secolo in poi tornarono in auge le leggende romantiche di orsi che rapiscono le fanciulle. Pian piano l’orso rientrò nel mondo delle fiabe con il tema della bella e della bestia, anche se in molte favole era ancora ancora ridicolizzato e dipinto come una belva ignorante, malinconica, pigra, stupida o golosa. Dalla Scandinavia al Mediterraneo, esiste un campo sconfinato di storie romantiche sul tema del rapporto fra una donna ed un orso e su quello dei bambini nati da questa unione. Questi racconti sono popolati da bambini dalle fattezze quasi umane, tranne per il fatto di avere una folta peluria, una zampa d’orso o la capacità di parlare un linguaggio orsino. Esiste ancora, tutt’oggi, chi si vanta di appartenere ad un clan di orsi e di avere avuto come antenato un Jean-de-l’ours, un John the Bear o un Gianni Orsino.

In epoca moderna, gli orsi hanno una rivincita e diventano tra i giocattoli preferiti dei bambini, sebbene allo stesso tempo siano marginalizzati dal mondo degli uomini.

Un bimbo addormentato tiene stretto il suo orsetto di peluche.

Con il tempo, anche in seguito alla sua persecuzione fisica e intellettuale, l’orso divenne un animale sempre più lontano, invisibile, relegato nelle montagne e nei Parchi Nazionali, visibile direttamente solo nei musei, negli zoo o nei circhi. Contemporaneamente entrò però da protagonista nel mondo dell’infanzia, grazie alla passione per la caccia del presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt (1858-1919). Tutto ebbe inizio quando il presidente decise di risparmiare un cucciolo di orso nero durante una battuta di caccia, evento che viaggiò su tutti i rotocalchi dell’epoca. L’onda mediatica spinse alla creazione di un pupazzo in ricordo dell’episodio: ecco arrivato il Teddy Bear. A partire dal XX secolo, quindi, esplode la passione per l’orso come tenero compagno dell’infanzia. Da allora i morbidi orsacchiotti non solo iniziarono a popolare le stanze dei bambini, ma incominciarono a fare parte dei cartoni animati, delle pubblicità e dei nostri libri. Dall’altra parte, secondo alcuni autori, fu proprio questo processo, parallelamente all’industrializzazione, ad avere contribuito a marginalizzare sempre più gli animali, togliendoli definitivamente dalla nostra vita quotidiana. Infatti, la forte spinta dell’industrializzazione e dello spopolamento delle campagne portarono con il tempo alla disgregazione delle vecchie comunità rurali e all’abbandono delle loro antiche pratiche e dei loro cicli produttivi, e quindi anche di un legame diretto tra uomo e mondo naturale. Gli animali sono stati ridotti a giocattoli zoomorfi, a figure e a cartoni animati, come nella Disney, in cui gli orsi diventano sinonimo degli uomini, non più una rappresentazione delle loro origini: vestono i loro abiti e perdono la loro selvaticità. Ai giorni d’oggi, gli animali reali esistono ancora, ma vivono in posti lontani, o artificiali, come appunto i musei, gli zoo, il cinema e la TV. Tra uomo e Natura è nata una frattura, sono due mondi non più prossimi. La Natura è lontana, un posto idealizzato da ricercare, e per questo reso ancora più distante e estraneo.

L’orso, soprattutto nelle culture rurali, è da sempre simbolo del ciclo del tempo, del passare delle stagioni, della morte e della rinascita e parte integrante di molte festività pagane, che talvolta vengono ancora messe in scena.

Anche in Italia un’eco del culto dell’orso è ancora presente in molte festività, che hanno conservato dei tratti pagani nel ricordo o nel rituale. Nell’antichità, ma con tracce ancora evidenti ai giorni di oggi, esisteva un vero e proprio calendario dell’orso. Un esempio è la festa di San Martino dell’11 Novembre. Questa festività coincide con la nascita del Santo, noto per avere soggiogato a rango di mulo un orso. Tuttavia in quella stessa data i contadini festeggiavano un tempo il momento in cui l’orso cominciava a percepire l’arrivo dell’inverno e si ritirava nella tana per due periodi di quaranta giorni. Nella cultura agricola, era anche il momento di riportare il bestiame in stalla e mettere a riposo gli utensili. Questo evento era celebrato con feste e riti violenti, trasgressivi e mascherati, che furono poi abbandonati. E questo successe per molte altre feste autunnali che vennero associate a santi che avevamo domato orsi o che avevano la parola orso nel proprio nome.

Un altro esempio è il 2 Febbraio, giorno detto anche della Candelora. In questa data, i cristiani celebrano la presentazione di Maria al tempio, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Ma questa festività ha delle radici molto più antiche. Secondo la tradizione dell’Europa medievale alpina, ma non solo, nella notte tra il primo e il due di Febbraio, l’orso si risveglia dal suo letargo invernale ed osserva il cielo. Se lo trova “chiaro”, rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro”, allora l’orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera. Ciò serviva al contadino per ricordare, di anno in anno, come interpretare la posizione della luna e quindi sapere se sarebbe stata un’annata favorevole (Pasqua alta) o negativa (Pasqua bassa). In Valle D’Aosta si narra che il primo Febbraio, festa di Sant’Orso, se il tempo è bello l’orso mette ad essiccare la paglia e il fieno che gli serviranno da giaciglio, nella certezza che l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Un tempo, anche queste feste erano accompagnate da danze e giochi sfrenati, che rappresentano rapimenti e stupri da parte di uomini mascherati da orsi.

La maschera dell’uomo cervo, Gl’ Cierv’, rito carnevalesco di Castelnuovo al Volturno, in provincia di Isernia. Nel folklore di molte regioni italiane, durante il carnevale, sono molto diffuse figure mascherate dall’aspetto feroce e selvaggio, assimilabili a animali nell’aspetto e nelle movenze, tra cui anche l’orso.

Ma le feste non si concludevano ai primi di Febbraio. Continuavano fino alla metà del mese, con il Carnevale, di cui l’orso, in alcune zone dell’arco Alpino e del Centro-sud, è tra i personaggi principali. Nel passato, in alcune regioni, un orso vero ammaestrato veniva portato in giro e fatto ballare da un domatore nelle piazze dei paesi. In seguito, per mantenere la tradizione, l’orso è stato sostituito da una persona mascherata che, alla fine dei rituali, veniva, in genere, addomesticata. La credenza voleva che, con l’uscita dalla tana, e quindi dalle profondità della terra, l’orso risorgesse, facendo affiorare con sé anche i morti, che entravano durante il Carnevale nella vita quotidiana delle persone. Ed ecco l’origine delle feste e dei riti. Per comunicare con i morti occorreva diventare, almeno temporaneamente, uno di essi e comportarsi come tale (aggredire, spaventare, toccare, rapire, essere folli). Per questo molte di queste feste hanno ancora un cerimoniale e rituali molto forti e violenti: una via per esorcizzare la morte.

Gli uomini e gli orsi hanno avuto una lunga storia di prossimità e identificazione, i cui contorni sfumano nei millenni.

L’uomo e l’orso

L’uomo e l’orso

Dalle caverne ad oggi le vite di uomini e orsi si sono intrecciate indissolubilmente

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Il rapporto tra l’uomo e l’orso è antichissimo, nato probabilmente in una caverna, come testimoniano cumuli di crani di orsi disposti in “altari”, sepolture congiunte, pitture rupestri risalenti ad almeno 30.000 anni fa.

Un culto? Forse. Ma è certo che laddove gli uomini hanno coabitato con gli orsi, la presenza del plantigrado non è rimasta inosservata. Nel tempo venerato, amato, odiato e combattuto, probabilmente per la sua forte somiglianza con l’uomo stesso, in Europa oggi l’orso è stato detronizzato dalla sua terra, fisicamente e culturalmente. Ciononostante, tracce indelebili persistono ancora nei miti, nelle leggende e feste popolari. Dietro la scomparsa degli orsi in molte aree del Continente ci sono motivazioni ideologiche, politiche, culturali, ecologiche e biologiche. Sebbene nell’epoca contemporanea gli orsi vivano ai margini della nostra società, occupando più i giardini zoologici, i film, i libri e le camerette dei bambini che la vita reale, in Appennino l’orso sopravvive ancora nella sua autentica selvaticità e in un contesto naturale e culturale del tutto particolare.

Bimbi giocano con un cartello del PNALM raffigurante l’orso appenninico. Qui, la percezione del grande plantigrado è particolarmente positiva rispetto ad altri contesti.

Per soddisfare le proprie necessità energetiche un orso necessita di una dieta varia e flessibile, ricca di cibi nutrienti, e deve potersi muovere all’interno di centinaia di chilometri quadrati di un mosaico ambientale costituito da foreste, praterie montane, coltivi e pascoli, che, in Appennino, è il prodotto di millenni di coesistenza tra uomo e ambiente. È un animale molto abitudinario, ovvero che ritorna periodicamente nei suoi luoghi preferiti, dove cerca cibo o rifugio, seguendo traiettorie che potremmo definire “tradizionali”. Ed è così che esso si prepara al lungo inverno da passare a digiuno. Per un orso il tempo a disposizione per mangiare e la quantità di cibo necessari ad accumulare riserve sono tiranni. Quindi, se può, esso predilige territori tranquilli e lontani dalla presenza umana. Ciononostante la sua adattabilità è sorprendente e sicuramente superiore alla nostra capacità di accoglierlo.

L’uomo ha sempre rappresentato una sfida per una specie opportunista come l’orso e ancora oggi mette a rischio il futuro di questo plantigrado.

L’uomo, con le sue attività estrattive, edilizie, produttive, come agricoltura e allevamento, e ricreative, come il turismo e l’attività venatoria, ha alterato, frammentato e addirittura distrutto interi ambienti. Ciò ha rappresentato una vera sfida anche per una specie opportunista come l’orso. Da qui la sua scomparsa e riduzione numerica in molti paesi, compresa l’Italia. Gli orsi non hanno perso solo “terreno”, ma sono stati cacciati e perseguitati, in particolare nell’Europa meridionale, dove l’orso è stato decimato piuttosto recentemente (ultimi 200 anni). In Italia l’orso si è estinto sulle Alpi e su gran parte dell’Appennino. A metà del secolo scorso, arroccati tra le montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e nell’immediato circondario, poche decine individui sono però riusciti a sopravvivere. Ciò sicuramente grazie all’asprezza e selvaticità del territorio, ma anche ad un percorso di consapevolezza e protezione che è andato costruendosi nel tempo.

Foto d’epoca che ritrae alcuni notabili e personaggi locali coinvolti nell’ultima battuta ufficiale di caccia all’orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, avvenuta nel 1931. (© Archivio M.Mancini – Campobasso)

Pericoli e minacce non sono scomparsi del tutto. L’uomo con la sua notevole impronta ecologica continua a mettere a rischio il futuro di questo plantigrado, ormai vulnerabile. Gli orsi sono pochi e quindi molto suscettibili ad eventi catastrofici che potrebbero decimare la popolazione nei prossimi decenni. Ne muoiono ogni anno a livelli incompatibili con una crescita numerica. Questi animali sono “geneticamente fragili”, perché millenni di isolamento e riduzione numerica hanno impoverito il loro patrimonio genetico, rendendoli meno adattabili e troppo affini gli uni agli altri. Ciò li espone a effetti negativi da depressione da inincrocio, come, ad esempio, la riduzione della fertilità e della sopravvivenza dei neonati.

Ciononostante, la buona notizia è che gli orsi marsicani sono sorprendentemente vitali da un punto di vista riproduttivo. Pertanto, riducendo la mortalità, dicono gli studiosi, questa sottospecie potrebbe tornare a ripopolare l’Appennino (oltre 5.000 km2 di territorio disponibili), con una popolazione autonoma e vitale di oltre 200 orsi. Sebbene ci sia ancora spazio per gli orsi in Italia Centrale, alcune aree sono troppo frammentate e rischiose per accogliere le femmine. In natura, gli orsi potrebbero arrivare anche a 30 anni d’età se è l’uomo a non impedirlo. Ancora oggi infatti, questi è causa diretta o indiretta di oltre l’80% della mortalità degli orsi. Negli ultimi due decenni, per mano dell’uomo sono morti fino a 5 orsi in un anno. Se poi si torna indietro di mezzo secolo, gli orsi uccisi erano molti di più.

Sono numeri che allarmano, soprattutto considerando che tra i decessi rientrano le poche femmine adulte in grado di riprodursi e quelle che stanno cercando di occupare nuove aree di possibile espansione per la specie. Ma di cosa muoiono gli orsi in Appennino e quali sono i fattori di conflitto?

A sinistra – Un cartello sollecita a ridurre la velocità di guida lungo le strade che attraversano l’area di presenza dell’orso. A destra – Orso morto nel 2019 in Molise per collisione con un veicolo.

La presenza di strade (asfaltate e sterrate) non solo aumenta il rischio che gli orsi siano investiti dagli autoveicoli, ma determina anche la permeabilità di un territorio, facilitando atti di bracconaggio, che non risparmiano i plantigradi. Strade ad elevato scorrimento, come superstrade e autostrade, poi rappresentano delle vere e proprie barriere ai movimenti degli orsi, limitando la possibilità per la popolazione di espandersi. Le femmine sono le più suscettibili, e la loro mancata dispersione è il principale ostacolo alla creazione di nuovi nuclei riproduttivi al di fuori del PNALM. Eppure esistono soluzioni per diminuire i rischi, che però necessitano di una collaborazione tra istituzioni e pubblico: educazione stradale, interventi strutturali, segnaletica adatta e sistemi di avviso sonori e/o luminosi per conducenti e animali.

Gli orsi possono cadere vittima di armi da fuoco, lacci posizionati dai bracconieri per la cattura di ungulati o avvelenati. Talvolta gli orsi sono uccisi anche casualmente, durante le battute di caccia. La maggior parte degli orsi ritrovati morti, indipendentemente dalla causa di decesso, durante la necroscopia presentava pallini da caccia conficcati nel corpo. Ciò sottolinea i rischi che questi animali devono affrontare durante la stagione autunnale, quando cercano di attraversare territori non protetti o le aree contigue di un Parco Nazionale. Questi problemi si potrebbero risolvere con un maggior controllo sull’applicazione delle norme o come si sta già effettuando in alcune regioni, con l’adozione di modalità di caccia più compatibili con la presenza dell’orso.

Gli orsi che si avventurano fuori dei confini delle aree protette rischiano maggiormente di essere coinvolti in incidenti di caccia o in atti di bracconaggio.

Gli orsi talvolta uccidono il bestiame, danneggiano le arnie e alcuni individui hanno preso l’abitudine di avventurarsi all’interno dei centri abitati alla ricerca di cibo facile, come frutta, verdura e animali da cortile non protetti. Queste sono situazioni che possono generare nelle persone non solo insicurezza economica, ma disagio e timore per la propria incolumità. Il fenomeno di orsi che si abituano alla presenza dell’uomo è una preoccupazione anche per gli Enti gestori, soprattutto dentro le aree protette dove il fenomeno potrebbe aumentare nei prossimi anni, a causa dell’aumento vertiginoso dei fruitori del territorio. La preoccupazione risiede anche nell’aumento delle occasioni di incontro tra orsi e persone a distanza ravvicinata, dall’esito potenzialmente imprevedibile. In Appennino, non esiste una casistica di attacchi e ferimenti, grazie anche all’indole docile di questa sottospecie. Tuttavia un evento del genere è da esorcizzare in tutti modi, perché sarebbe fonte di impopolarità e paura e perché potrebbe determinare la rimozione di un orso dallo stato selvatico: un danno enorme per una popolazione così povera di individui.

Ma non tutto è perduto. Infatti sono stati individuati sistemi di prevenzione e incentivi, che attuati in collaborazione con i diversi gruppi di interesse potrebbero attutire i conflitti. Inoltre, alla luce del cambiamento climatico che potrebbe influenzare nel futuro la disponibilità di risorse alimentari naturali, per scongiurare il rischio di un aumento dei conflitti, si rendono prioritari non solo la prevenzione ma anche interventi di ripristino ambientale.

Un orso in cerca di frutta attraversa un centro abitato del PNALM durante le ore notturne. (© Marco Colombo – www.calosoma.it)

Negli ultimi 20 anni, nell’area di presenza dell’orso si è assistito ad un forte aumento del turismo, soprattutto a carico dei Parchi Nazionali, anche indirizzato alla fruizione della natura all’osservazione della fauna. Sebbene il ritorno economico per le popolazioni locali e di immagine per l’orso sia indiscutibile, la pressione esercitata sull’ambiente e sugli animali può essere eccessiva. È dimostrato che, se disturbati o allontanati dalle loro fonti alimentari ottimali, gli orsi possono subire dei deficit nutrizionali. Le femmine di orso sono sì evolutivamente programmate ad adattarsi alle variazioni di quantità di cibo in natura, ma a caro costo. Se in autunno le orse fecondate non raggiungono il peso giusto, il feto, infatti, può essere riassorbito e, a primavera, la femmina uscirà dalla tana senza cuccioli. Gli orsi sono particolarmente sensibili anche in inverno: se disturbate in tana, le femmine, ad esempio, possono abbandonare i cuccioli. Storie non a lieto fine che allarmano, considerando l’estrema vulnerabilità della popolazione appenninica. Tuttavia, esiste pur sempre la possibilità di condurre queste attività in maniera responsabile e minimizzando il disturbo sugli animali.

Appassionati, fotografi e curiosi si concentrano alla periferia di un centro abitato per osservare da vicino una famiglia di orsi.

Le opportunità per proteggere gli orsi sono molte, come anche le risposte sul perché conservarlo, sebbene una vince su tutte

Oltre il 60% dell’area di presenza e di possibile espansione futura dell’orso oggi è soggetto a forme di protezione di varia misura. Questo determina reali opportunità per una pianificazione e un controllo del territorio mirati alla protezione dell’orso. Tuttavia, anche nelle aree protette, il rischio che l’orso incontri una fatalità è molto alto. L’animale ha quindi tutte le condizioni per crescere numericamente ed espandersi, ma non senza un rinnovato sforzo di tutela che dia priorità a determinate tipologie e modalità di intervento. Le soluzioni sono complesse, richiedono tempo e il coinvolgimento di tutti i settori. Dal Governo alle Amministrazioni locali, dagli Enti Gestori alle Associazioni, fino ai gruppi di interesse e al pubblico generico, occorre uno sforzo congiunto per trovare soluzioni a lungo termine. Dall’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ad oggi, grazie alla collaborazione di diverse parti sociali, molto è stato fatto per la tutela dell’orso anche oltre i confini del Parco. Una base incoraggiante da cui partire per affrontare le sfide del futuro.

Perché conservare gli orsi? Cercare una risposta a questa domanda vuol dire entrare in un universo multidimensionale. La risposta più immediata è che l’orso è una specie protetta da leggi internazionali e nazionali e, quindi, democraticamente parlando, la sua protezione è desiderata dalla maggioranza. D’altro canto, gli orsi sono esseri viventi come noi e in quanto tali, da un punto di vista etico, meritano di esistere. Ma noi esseri umani siamo pur sempre fatti di valori, percezioni, emozioni, pregiudizi, culture, interessi e esperienze. Non resta che provare a denudare l’orso di tutte le pelli con cui l’uomo lo ha rivestito e riscoprire il suo ruolo fondamentale e indiscutibile nella natura.

Un pannello informativo illustra la biologia dell’orso nel Comune di Pettorano sul Gizio (AQ), sede di un progetto di Bear Smart Community.

Grazie ai loro ampi requisiti spaziali, gli orsi sono delle vere e proprie sentinelle. La loro presenza indica che un ecosistema è sano e diversificato, ovvero in grado di assicurare la sopravvivenza di una grande varietà di specie. Gli orsi hanno una loro funzione negli ecosistemi, perchè sono interconnessi con le comunità di piante e animali con cui condividono lo spazio. Con le loro attività di scavo e deposizione di escrementi e resti alimentari, essi fertilizzano i suoli favorendo la produttività delle piante e arricchendo le acque. Disseminando semi di molte piante da frutta, attraverso gli escrementi, gli orsi forniscono cibo a uccelli e roditori. Un orso può modificare la vita di una formica così come quella di un albero. Assicurare il futuro all’orso, vuol dire preservare un intero ecosistema e garantire anche la sopravvivenza di tutte le altre specie, compresa la nostra. Ma preservare l’orso vuol dire anche salvare l’identità di molti popoli e culture, compresa quella appenninica.

Da vivo, il grizzly è un simbolo della libertà e della capacità di comprendere un segnale che l’uomo può imparare a conservare quello che rimane della Terra. Estinto, sarà un’altra testimonianza di quello che l’uomo avrebbe dovuto imparare di più, invece di essere troppo preso da se stesso per notarlo. Nel suo essere sotto assedio, l’orso è soprattutto un simbolo di ciò che l’uomo sta facendo a tutto il Pianeta. Se possiamo imparare da queste esperienze e farlo con raziocinio, sia l’orso che l’uomo potrebbero avere una possibilità di sopravvivere.

– Frank Craighead –

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