L’orso sociale

L’orso sociale

Gli orsi sono animali introversi, ma passano la vita cercando di non sentirsi soli

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Trasmettere i propri geni alla generazione successiva è la missione principale di ogni essere vivente e, per far questo, gli orsi mettono in atto strategie sorprendenti.

Dopo mesi trascorsi in tana, con l’arrivo della primavera, gli orsi escono dal lungo torpore e si preparano per l’annuale rituale amoroso. La monogamia è sconosciuta tra questi animali. Tra aprile e luglio, maschi e femmine partecipano ad un gioco appassionato di scambi, che può assumere talvolta toni violenti ed avere persino un epilogo tragico. Per un maschio adulto sono settimane estenuanti. Prima bisogna difendere ogni femmina conquistata dagli altri pretendenti, poi convincerla ad accoppiarsi. Per le orse, invece, il compito più importante è scegliere il padre migliore per la propria prole e per farlo, esse utilizzano tattiche molto sottili. Riprodursi è una questione davvero complessa per gli orsi, e la qualità della vita riproduttiva è influenzata non solo dagli altri individui, ma anche dall’ambiente in cui vivono.

Effusioni tra due orsi agli inizi della primavera. La stagione riproduttiva per questi animali è piuttosto lunga e può cominciare anche in Aprile.

Una femmina di orso, se fortunata, alla fine della sua vita sarà riuscita a portare avanti non più di tre o quattro gravidanze, ciascuna in genere di due o tre cuccioli. Rifugiata all’interno di una tana, protetta dai predatori e dai freddi venti invernali, un’orsa partorisce i suoi cuccioli di poco più di 500 grammi di peso. Dalla fecondazione alla nascita trascorrono oltre 8 mesi. Tuttavia, dopo l’accoppiamento, lo sviluppo dell’embrione in realtà entra in pausa e riprende, salvo imprevisti, quando la madre inizia a dormire, completandosi poi in appena un paio di mesi.

Non tutte le femmine riescono a riprodursi o a portare avanti la gravidanza e la mortalità dei cuccioli è elevata: solo la metà dei piccoli sopravvive al primo anno di vita.

Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove persiste una popolazione di circa cinquanta individui, in media non più di tre o quattro femmine partoriscono all’anno. Per i nuovi nati la vita non è mai facile: la competizione tra fratelli inizia fin dalle prime poppate e ancor prima di compiere due anni i piccoli sono lasciati dalla madre. I piccoli nati da madri in salute avranno sicuramente più probabilità di sopravvivere, ma la qualità della vita di un giovane orso è influenzata dalla sua intraprendenza e adattabilità a vivere in un mondo fatto di pericoli e stagioni mutevoli.

Una femmina di orso con i suoi due cuccioli attraversa un crinale montano a primavera. Nei primi mesi di vita, i piccoli sono molto vulnerabili e la madre non li perde mai di vista.

Per definizione gli orsi sono considerati animali solitari, ma questo non significa che siano “asociali”.

Ad eccezione di un’orsa con la prole o di adulti durante periodo degli amori, è raro osservare più orsi insieme. Ma, tra la fine di luglio e i primi agosto, nei ghiaioni di montagna, ricoperti da cespugli di ramno carichi di bacche nutrienti, gli orsi passano dalla solitudine a delle vere e proprie aggregazioni. Certo non si tratta di concentrazioni paragonabili a quelle che si verificano lungo i celebri fiumi dell’Alaska nei punti di risalita dei salmoni. Eppure, può capitare che una decina di orsi, cioè circa un quinto dell’intera popolazione, possa alimentarsi nello stesso ghiaione. In queste circostanze, gli orsi mostrano grandi capacità di socializzazione, o meglio di controllo della tensione che potrebbe scaturire da questa forzata socialità. Come vedremo, tutto questo è in realtà il risultato di un lungo percorso di conoscenza reciproca, iniziato sin dalla primavera per i più giovani, e da anni per gli adulti. Gli orsi infatti possono riconoscersi individualmente e stabilire delle gerarchie.

Incontro tra due orsi adulti, che si studiano a vicenda per ripartirsi i cespugli di ranno. In estate, con la maturazione delle bacche di questa pianta, più individui possono alimentarsi contemporaneamente in determinate aree.

Negli orsi, il gioco aiuta sin da piccoli a familiarizzare con l’altro e a testarne le abilità fisiche, ma continua anche tra gli adulti.

Due cuccioli di orso di pochi mesi giocano ad inseguirsi sui rami di un carpino.

Quando un orso si trova a tu per tu con un altro orso, per prima cosa cerca di riconoscerne l’odore fiutando l’aria. E lo fa avvicinandosi o rimanendo a distanza, se il vento è a favore. Per esprimere il suo stato d’animo o dichiarare la propria posizione sociale, un orso gioca con lo sguardo, la postura e con un ricco repertorio di vocalizzazioni. La strategia di base è quella di evitare inutili rischi, quindi relazionandosi in modo non agonistico, come ad esempio giocando. Detto ciò anche gli orsi hanno delle regole comportamentali che non possono essere infrante. Quando il gioco non basta, lo scontro è inevitabile. Tuttavia gli orsi cercano fino all’ultimo di evitare il contatto diretto utilizzando segnali di minaccia o di riconciliazione.

L’abilità con cui gli orsi riescono a gestire le relazioni a distanza è sorprendente.

Durante la stagione riproduttiva, un grosso maschio dominante si sofferma ad annusare gli odori lasciati da altri orsi su un albero grattatoio.

Ad eccezione del periodo delle aggregazioni estive, gli orsi trascorrono gran parte dell’anno da soli e per vivere necessitano di molto spazio. Un maschio adulto, ad esempio, ha bisogno in media di circa 180 km quadrati di territorio, un’area grande quanto la città di Milano. Quindi, sebbene gli orsi tollerino la vicinanza di altri individui, non è certo facile per due animali venire a contatto. Ma gli orsi hanno bisogno sia di incontrarsi che di evitarsi. Ad esempio, maschi e femmine devono trovarsi durante la stagione degli amori, mentre i giovani e le femmine con i piccoli cercano in tutti i modi di evitare i maschi adulti e aggressivi. Gli orsi hanno un buon olfatto e lo utilizzano per comunicare a distanza. Per farlo, essi marcano alberi, tronchi a terra e rocce, grattandosi o con morsi e graffi. Inoltre, grazie alle numerose ghiandole presenti nelle zampe questi animali lasciano anche delle scie odorose e visive. Queste, sommandosi, costituiscono una vera e propria mappa che può informare gli altri orsi non solo dell’identità dell’autore, ma anche dei posti migliori dove trovare cibo o un rifugio.

La mappa sociale degli orsi

La mappa sociale degli orsi

Gli orsi sono molto abili nel gestire le relazioni sociali a distanza aguzzando la vista e l’olfatto

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Gli orsi sono animali solitari per natura, che per vivere hanno bisogno di molto spazio. Anche se, a queste condizioni, non è certo facile incontrarsi, gli orsi ne hanno di cose da dirsi.

Non sono animali territorialmente esclusivi, nel senso che tollerano la vicinanza di altri individui, ma difendono ciò che ritengono proprio, che si tratti di cibo, un’area di rifugio o un compagno. Quindi hanno necessità di delimitare dei confini e lasciare dei segnali di avvertimento per indurre gli individui competitori ad allontanarsi. Se proprio devono condividere lo stesso spazio, preferiscono farlo con propri consanguinei. Per questo motivo, animali imparentati e residenti nello stesso territorio devono potersi riconoscere. Gli orsi devono anche riprodursi, quindi maschi e femmine devono riuscire ad incontrarsi e, soprattutto i primi, capire quali e quanti rivali ci siano in giro. I giovani in dispersione e le femmine con piccoli dell’anno devono giocare in anticipo e di astuzia per difendersi dai maschi adulti e aggressivi, quindi capire dove, come e quando evitarli. Come riescono gli orsi a definire spazialmente le proprie relazioni sociali senza entrare in contatto diretto? Essi hanno sviluppato la capacità di lasciare degli indizi odorosi e visivi, in grado di trasmettere ad altri un numero sorprendente di informazioni. Come esplicano questa funzione comunicativa e di marcatura? Gli orsi lasciano impronte odorose e marcano alberi, tronchi a terra e rocce, grattandosi o lasciando segni di morsi o di graffi o raspate sul terreno.

Un maschio adulto di orso appenninico si gratta contro la corteccia di un giovane pino nero durante la stagione riproduttiva.

“E’ metà giugno e risalgo il letto roccioso di un ruscello ormai asciutto. Da lì a poco una mulattiera si alza tortuosa nel fitto della faggeta frondosa e verdeggiante. Nel punto di svolta mi imbatto in un grosso faggio che si erge a sentinella del sentiero. Rabbrividisco, ma le labbra si increspano in un sorriso di soddisfazione. Quattro solchi diagonali a circa un metro e mezzo di altezza avevano lasciato scoperta di fresco la polpa rosata del legno, che ora contrastava con i toni grigio-verdi della corteccia chiazzata di muschi e licheni. Senza nemmeno accorgermene allungo la mano destra, sfiorando con le dita quella firma tridimensionale. Con gesti quasi intimi osservo e annuso ogni centimetro della corteccia alla ricerca di possibili indizi. Sicuramente si è avvicinato, ha allungato il collo per annusare con attenzione, e cercare l’odore di altri suoi simili. Poi si deve essere alzato sulle zampe posteriori affondando e estendendo la schiena fino a quasi un metro e ottanta di altezza. Lì ci son gli ultimi peli. Le schegge della corteccia devono avere scricchiolato schiacciate e scosse da quel peso e forza. Quindi, si è probabilmente voltato, abbracciando il tronco e graffiandolo con la zampa destra. Quel marchio sarebbe stato sempre lì, resistendo per decenni, finché quell’albero non sarebbe caduto o la sua corteccia completamente staccata dalle intemperie. Chiunque, uomo o altro animale, passando di lì, lo avrebbe notato e avrebbe saputo chi era il padrone di casa.

Bruno

Gli orsi marcano gli alberi, un faggio in questo caso, scortecciando il tronco con le potenti unghie e lasciando segni profondi.

Per un orso annusare un albero è come passare all’anagrafe. In pratica, annusata dopo annusata, ogni orso crea una propria “banca di odori” e di informazioni annesse, molto utile per prevenire o favorire determinati incontri.

Questo tipo di comunicazione è molto efficace, perché gli orsi possiedono un senso dell’olfatto che è 2000 volte superiore a quello dell’uomo: essi vivono e sopravvivono “seguendo il loro naso”. Gli orsi polari, ad esempio, i più prettamente carnivori tra gli orsi, si muovono di notte seguendo i venti per intercettare e localizzare le proprie prede. Ma gli orsi utilizzano il loro olfatto anche per diventare, appunto, degli abili “investigatori”. Con poche annusate del terreno o di un particolare albero riescono a ricostruire un vero e proprio “identikit” del conspecifico nche è passato prima di loro. Ovviamente, se vogliono, possono anche lasciare il proprio segno. Ogni orso sembrerebbe avere un proprio odore identificativo e, come vedremo, giocando su come, quando e dove depositare il proprio odore, un animale è in grado di veicolare molti altri messaggi, come le proprie dimensioni e lo stato sociale, ad esempio.

Un orso appenninico annusa la corteccia di una vecchia quercia utilizzata come grattatoio. Per rilevare e differenziare gli odori, gli orsi incurvano il labbro superiore e allungano il muso, un movimento che consente di facilitare il trasferimento di sostanze chimiche odorose nell’organo vomero-nasale o di Jacobson.

Recentemente alcuni ricercatori hanno avuto conferma che gli orsi possono effettivamente riconoscersi l’un l’altro chimicamente. Gli orsi bruni possiedono numerose ghiandole apocrine e sebacee, ovvero in grado di produrre secrezioni odorose, connesse ai bulbi piliferi presenti su tutta la pelle che ricopre le loro dita. Invece, sotto la pianta del piede, sono presenti altre ghiandole, dette esocrine, che producono un secreto simile al sudore. A detta degli studiosi, queste ghiandole producono un cocktail di secrezioni grasse, liquide e volatili che può perdurare anche diversi mesi. I secreti prodotti da queste ghiandole possono contenere fino a ventisei diversi composti organici, di cui sei esclusivi dei maschi. Di fatti, sono soprattutto i maschi adulti a lasciare la propria scia odorosa e lo fanno con frequenza maggiore durante la stagione riproduttiva: un avvertimento per i rivali e un invito amoroso per le future compagne. Alcuni dei componenti identificati sono stati ritrovati anche nelle secrezioni dei primati, compreso l’uomo, e altri addirittura nei feromoni delle formiche e dalle termiti, prodotti per orientarsi e riconoscersi.

Un maschio che si avvicina a un sito di marcatura, un albero ad esempio, non sbaglia mai un passo. Passa e ripassa sulle sue stesse impronte, calcando il piede con una leggera torsione, per creare depressioni sempre più profonde. Ed è lì che lascia la sua identità.

Gli orsi ballano un vero e proprio twist a stretto contatto con la corteccia degli alberi. In piedi su due zampe, o seduti sui glutei, essi strofinano schiena e pancia. Ma possono farlo a quattro zampe e di lato. Sdraiati o acciambellati. Se trovano un ramo a portata di zampa vi si aggrappano e con uno sforzo di flessione, strofinano convulsamente su e giù il dorso. Ognuno con la propria coreografia. I maschi adulti fanno di tutto per grattarsi sempre più in alto, così da mostrare a tutti la propria prestanza.

Quando un maschio adulto visita un grattatoio, odora dapprima la base dell’albero dove sono visibili le depressioni lasciate dalle zampe di altri orsi. Quindi marca anche lui il terreno con con un piccolo twist del piede, annusa la corteccia e finalmente si gratta in piedi. E così lascia un suo marchio di identità.

Nel Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise sono stati localizzati più di 180 alberi utilizzati dagli orsi come siti di marcatura, che vengono detti anche “grattatoi”. Alcuni ricercatori affermano che il ruolo funzionale dell’attività di marcatura può variare nel tempo ed in relazione ad una particolare fase del ciclo vitale di un individuo. In pratica, ogni albero ha un ruolo polifunzionale, ovvero è utilizzato dagli orsi per veicolare o ricevere dei messaggi diversi a seconda di chi passa, della stagione e del luogo.

In genere, le femmine, ma soprattutto i maschi adulti si grattano con una frequenza maggiore durante la stagione riproduttiva, ovvero da aprile a luglio. Quindi gli alberi vengono utilizzati per attrarre e individuare eventuali compagni e segnalare, in particolare nel caso dei maschi, la propria dominanza riproduttiva. Femmine con piccoli e subadulti si grattano poco, ovvero cercano di tenere un più basso profilo, ma manifestano un alto tasso di investigazione delle marcature dei “grattatoi”, paragonabile a quello di marcatura degli altri conspecifici. Questa attività, soprattutto nel periodo degli amori, permetterebbe loro di evitare i maschi e altre situazioni di conflitto. Ma gli orsi si grattano anche al di fuori della stagione riproduttiva, e i maschi, in particolare, sembrano utilizzare questo comportamento per esercitare un controllo del territorio e delle femmine adulte durante tutto l’anno. La stessa attività di marcatura è utilizzata da maschi e femmine adulte per esercitare una dominanza nelle aree particolarmente ricche di cibo, che quindi possono attrarre più orsi, in modo da competere in maniera indiretta. Inoltre, gli individui subordinati potranno valutare, in base alla freschezza delle marcature, se è il caso o meno di approfittare di qualche finestra temporale per accedere alle stesse risorse. In Appennino, un esempio di queste aree particolarmente attraenti sono i ranneti.

La ricercatrice Melanie Clapham, del Dipartimento di Geografia dell’Università di Vittoria in British Columbia, racconta i risultati delle ricerche condotte sul comportamento sociale degli orsi.

La deposizione di marcature non è per nulla casuale e gli orsi selezionano con cura le zone e gli alberi su cui grattarsi. Essi preferiscono alberi collocati in punti di passaggio: strade, sentieri, incroci, curve, punti di valico, zone di crinale o di transizione da un ambiente ad un altro. Tutti luoghi, quindi, dove è più probabile che la marcatura venga intercettata da un altro orso. Gli alberi utilizzati hanno in genere caratteristiche strutturali che sembrano favorire il piacere di grattarsi (come comodità o efficacia) e la ritenzione visiva o olfattiva dei segni di marcatura. Alberi inclinati, con una corteccia rugosa ricca di nodi e in genere di grande diametro, sono tra i preferiti. Tuttavia alcuni alberi, anche se sottili e del tutto anonimi, possono essere presi di mira perché localizzati in punti estremamente strategici, come l’incrocio tra più sentieri. In generale la scelta della specie di albero ricade tra quelle che predominano nel territorio di utilizzo. Nel Parco più del 60% dei “grattatoi” sono faggi con diametri variabili da 10 a 140 centimetri, seguiti da querce, conifere e aceri.

Particolari di un faggio utilizzato come grattatoio, dalla tipica corteccia sporca e levigata, e del terreno alla base dell’albero visibilmente calpestato dagli animali. Gli orsi scelgono alberi e luoghi caratteristici per lasciare i loro segnali, in genere dove è maggiore la probabilità che altri animali li intercettino.

Inoltre, gli orsi orientano la “grattata” non su tutta la superficie del tronco, ma sulle parti più prominenti e più comode, utilizzando sempre lo stesso percorso per raggiungerli. In questo modo, essi creano dei camminamenti che vengono ripercorsi da uno o più orsi ogni anno e sempre con le stesse modalità. Alcuni alberi possono essere considerati dei veri e propri totem e si riconoscono per la corteccia usurata e per l’assenza di vegetazione alla base del tronco, la cosiddetta pedana, cioè dove l’orso fa pressione sulle zampe o sul corpo per strofinarsi.

Attraverso tecniche di indagine genetica è possibile identificare i singoli individui di orso a partire dai loro peli. Un ricercatore raccoglie un campione da filo spinato appositamente fissato su un albero grattatoio, per trattenere i peli senza arrecare danno all’animale.

Nel 2011, nell’ambito di uno studio mirato a ottenere una stima del numero di orsi presenti nel Parco attraverso tecniche di monitoraggio genetico non invasivo, 100 “grattatoi” sono stati dotati di filo spinato. Questo studio ha dato l’opportunità di identificare gli orsi che si grattano sugli alberi, attraverso la raccolta e l’analisi dei loro peli. Lo studio ha consentito di raccogliere molte evidenze che confermano la funzione comunicativa e di marcatura dei “grattatoi” nel Parco. Dalle analisi è anche emerso che sia i maschi che le femmine marcano gli alberi, anche se più dell’80% dei peli raccolti è risultato attribuibile ad individui di sesso maschile. Il picco di utilizzo coincide per entrambi i sessi tra giugno e luglio. Maschi e femmine continuano a grattarsi fino all’inizio della stagione autunnale anche se con intensità minore rispetto alla stagione riproduttiva. In particolare, si è osservato un picco di utilizzo di “grattatoi” nel mese di settembre, quando gli orsi si aggregano ai ramneti e competono probabilmente per l’accesso ai siti di alimentazione migliore.

La probabilità con cui maschi e femmine marcano gli alberi varia nel corso dei mesi e fra i due sessi.

Uno studio recente condotto in Alberta in Nord America, ha evidenziato come, indipendentemente dal genere, gli individui che si grattano di più (con più frequenza e su più alberi diversi) sono anche quelli che avranno più occasioni di accoppiarsi (e con compagni diversi) e che avranno il maggior numero dei cuccioli. Dall’odore lasciato sugli alberi, le femmine, in particolare, potrebbero ricavare “indizi” utili per individuare non solo i maschi più validi dal punto di vista genetico, ma anche quelli non consanguinei. Nel Parco, si è osservato un uso esclusivo negli anni di alcuni “grattatoi” da parte di uno più individui che sembrerebbe suggerire un divisione dello spazio tra gli orsi e che alcuni esercitino una dominanza o un controllo sugli altri durante l’intero arco dell’anno.

Duelli e corteggiamenti a colpi di grattate

Intorno ad un albero girano le vite di molti animali

I grattatoi costituiscono un punto di snodo per la comunicazione tra molte specie. Gli animali territoriali li marcano per esercitare il diritto di proprietà e le prede li esaminano per evitare i predatori

L’uso di marcature odorose come sistema di comunicazione è ampiamente diffuso tra i mammiferi. Nella famiglia dei carnivori, gli animali producono molte fonti di odori che vanno da secreti ghiandolari ad elementi come saliva, escrementi e urine. I canidi, in particolare, come il lupo e la volpe, ma anche i mustelidi, come il tasso, marcano con questi odori il proprio territorio sia per ribadire la “proprietà”, sia come tecnica di corteggiamento. I grattatoi rientrano tra i siti di marcatura utilizzati da questi animali. Non solo, nel caso di animali preda come cervi, caprioli e cinghiali, i grattatoi possono suscitare una vera avversione e reazione di fuga. Quando li intercettano, questi animali si comportano come di fronte ad un pericolo: annusano, si mettono in allerta e fuggono se l’odore di un lupo o di un orso è recente.

“Sarebbe bellissimo anche solo per un attimo entrare nella testa di un orso e capire come percepisce l’ambiente intorno a se: come e cosa imparano lungo la loro strada ? E da chi? Forse, si trovano di fronte ad un network di percorsi e strade in cui essi imparano a muoversi odorando le vite degli orsi che li hanno preceduti”

K. Noyce

Gli orsi muovendosi creano delle mappe di percorsi odorosi che attivano dei veri e propri flashmob “involontari”, secondo cui gli orsi si ritrovano senza volerlo a frequentare in maniera sincronizzata gli stessi posti.

Gli orsi sono molto abitudinari nella scelta dei percorsi. Negli anni, orso dopo orso e passo dopo passo, si viene a formare una complessa rete di sentieri e camminamenti odorosi tradizionali in cui ogni orso può liberamente orientarsi. Uno studio decennale condotto in Minnesota ha dimostrato che gli orsi neri in tarda estate migrano in direzione di aree ricche di ghiande e coltivi, percorrendo anche decine di chilometri. Gli orsi si alimentano, trascorrendovi circa sei settimane, per poi, nella maggior parte dei casi, tornare al luogo di partenza e svernare. Alcune aree possono considerarsi tradizionali, in quanto sono visitate dagli stessi orsi per più anni, altre possono essere frequentate da più orsi nello stesso anno, anche se mai contemporaneamente nello stesso punto. Le rotte di migrazione cambiano ogni anno come intensità e direzionalità, e questo si spiega con le fluttuazioni naturali di produttività delle piante da frutto. La cosa sorprendente è che ogni anno gli orsi si coordinano in questi spostamenti, seguendosi a distanza sugli stessi percorsi o addirittura associandosi.

“A metà aprile eravamo tornati in una valle, di cui uno dei versanti è caratterizzato da pareti precipiti e grandi alberi secolari. Probabilmente, la natura impervia del terreno aveva reso difficili i tagli boschivi e quelle piante straordinarie erano così riuscite a sopravvivere fino a veneranda età. Un mese prima, nel tardo pomeriggio, avevamo avvistato un orso, probabilmente appena uscito dal letargo, che si muoveva lento e curioso in quel paesaggio primordiale. Era emerso dalla foresta e si era arrampicato su un bastione roccioso, per poi “tuffarsi” di testa in un ripido canalone, scivolando sulle foglie morte. Questa volta, alle 17, con le prime foglie sugli alberi e centinaia di canti di uccelli a fare da sfondo, un altro orso, molto più grande di quello avvistato in precedenza, era apparso esattamente nello stesso punto tra gli alberi e, seguendo esattamente il percorso effettuato dal primo, aveva compiuto i medesimi movimenti. Sapevamo che gli orsi spesso si seguono a vicenda, ma osservare due animali diversi, a distanza di un mese, comportarsi e muoversi in modo identico attraverso quel labirinto di massi, cenge e pareti ci aveva lasciato sbalorditi. E’ questa tradizionalità che rende gli orsi allo stesso tempo affascinanti e così estremamente vulnerabili.”

Bruno e Umberto

Marcando i propri percorsi, gli orsi hanno pertanto evoluto un efficace metodo per tramandare conoscenza e apprendere a distanza. Gli orsi, ovvero, imparano gli uni dagli altri, seguendosi da lontano. Per un orso giovane ad esempio, attraversare territori nuovi può essere molto rischioso se esso non è grado di trovare del cibo. Tuttavia, seguendo le tracce dei più esperti, esso sarà in grado di costruire rapidamente una mappa cognitiva del territorio che attraversa con tutte le sue componenti ambientali e sociali. I maschi adulti giocano un ruolo fondamentale come “maestri di orientamento”. Grazie ai loro ampi spostamenti, essi hanno una conoscenza del territorio ineguagliabile, e possono trasmetterla a tutta la popolazione. Questo stesso tipo di meccanismo sembrerebbe facilitare anche i processi di ricolonizzazione di nuove aree per grandi carnivori territoriali e sociali come il lupo. Nel Parco dello Yellowstone, ad esempio, dopo 70 anni di assenza, i lupi reintrodotti hanno utilizzato gli stessi percorsi e siti di marcatura dei loro predecessori.

Gli orsi possiedono competenze comunicative innate: sanno ascoltare, osservare e si relazionano anche a distanza. Quando un giovane orso raggiunge i due anni di età, trascorre diverso tempo senza quasi mai fermarsi. Guardandosi attorno, imparano a conoscere il paesaggio fisico e sociale del loro futuro.

Agonismo, antagonismo e gioco

Agonismo, antagonismo e gioco

Imparare come comportarsi in diversi contesti significa sopravvivere

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In situazioni di forzata socialità, anche animali considerati “asociali” come gli orsi possono dimostrare una grande flessibilità comportamentale e usare tattiche per ridurre qualsiasi tensione.

Tra la fine di luglio e i primi agosto gli orsi del Parco devono affrontare un cambiamento repentino. Essi passano da una vita piuttosto solitaria ad una più sociale. Ciò avviene nei ghiaioni di alta quota, ricoperti da cespugli di ramno che in questo periodo sono carichi di bacche carnose e nutrienti, un’attrazione irresistibile per gli orsi. Tuttavia, i ramneti si estendono su una superficie molto frammentata di appena 16 km2. Pertanto, per approfittare di questo cibo nutriente, facile e concentrato in poco spazio, è inevitabile che gli orsi rischino di “pestarsi i piedi”. L’estate coincide anche con l’inizio dell’iperfagia, periodo durante il quale gli orsi accumulano grasso in vista dell’inverno e devono assumere fino a 20.000 Kcal al giorno. Per le femmine, ciò vuol dire anche garantire lo sviluppo e la nascita dei cuccioli. Gli orsi quindi si trovano di fronte ad un dilemma non facile, se da una parte hanno un pasto abbondante e a poco costo (giusto lo sforzo di muoversi da un cespuglio all’altro) a disposizione, dall’altra questo comporta un aumento del rischio di esporsi a possibili ingiurie di altri orsi. Come comportarsi? Cosa scegliere?

Gli orsi manifestino una sorprendente capacità di adattamento e riescono a ridurre le tensioni che possono scaturire dalla presenza ravvicinata di conspecifici.

In contesti di convivenza ravvicinata forzata, come ad esempio sono i celebri fiumi dell’Alaska nei punti di risalita dei salmoni, gli orsi aumentano sì le occasioni di interazione fra i singoli animali, ma inaspettatamente lo fanno in maniera non agonistica. La calma non è solo apparente, perché misurando i livelli del cosiddetto ormone dello stress, il cortisolo, nel sangue degli animali, i valori sono risultati bassi. In queste situazioni, gli orsi sembrano mantenere calma e sangue freddo. Gli orsi sono anche abitudinari e sembrano rimanere fedeli negli anni alle stesse aree di alimentazione. A detta degli studiosi, questa familiarità aiuta gli orsi a studiarsi a vicenda e quindi a conoscersi negli anni in modo da capire quando e come muoversi per minimizzare le interazioni. Per questo molti dei “confronti” si svolgono in genere a distanza e in maniera apparentemente pacifica. Gli orsi possono essere in grado, infatti, di stabilire delle gerarchie che assicurano a tutti un posto e un momento per alimentarsi.

Questo è quello che sembra verificarsi anche nei ramneti del Parco. Ad esclusione del periodo riproduttivo e dei gruppi familiari, l’estate è l’unico periodo in cui è possibile osservare più orsi insieme interagire in Appennino. Soltanto in queste aree gli orsi regalano la possibilità di assistere al sorprendente repertorio comportamentale di cui dispongono per affrontare la loro vita sociale.

Dal 2006 al 2007 i ricercatori hanno trascorso centinaie di ore in osservazione per studiare la vita degli orsi ai ramneti.

Per esprimere le emozioni gli orsi utilizzano un’ampia gamma di espressioni facciali, posture del corpo e vocalizzazioni.

Attraverso l’osservazione (a distanza) delle loro reazioni, i ricercatori sono riusciti ad interpretare la mimica facciale degli orsi. Per un orso l’attenzione ai dettagli è importantissima, perché basta loro una rotazione delle orecchie o un labbro sollevato fino a mostrare i denti per passare in un momento da un lotta giocosa ad una aggressiva. Un orso inattivo, ovvero che sta semplicemente riposando, camminando o alimentandosi, in genere tiene le orecchie piegate di lato e lo sguardo non è mai fisso in un punto. Quando si mette in allerta, invece, tiene la testa alta, le orecchie diritte in avanti, gli occhi spalancati e la bocca chiusa. Mentre socializza, un animale mantiene le orecchie piegate lateralmente, apre la bocca, arriccia il naso e il labbro superiore. Un orso aggressivo o spaventato abbassa le orecchie lungo il collo, tanto da nasconderle, serra la bocca e evita il contatto visivo con il potenziale rivale. Se la tensione cresce fino a passare all’attacco, l’animale arriccia labbra e naso, mostrando questa volta anche i canini.

Una coppia di orsi sta lottando in maniera giocosa, ma ad un certo punto la femmina sembra essere disturbata, abbassa le orecchie e mostra i canini al maschio.

Gli orsi veicolano messaggi molto più chiari anche attraverso la postura del corpo. Da questa si riesce a distinguere un individuo dominante da uno subordinato.

Quando un dominante entra in scena non passa mai inosservato. È una situazione a cui si assiste spesso ai ramneti. Un dominante lo si riconosce dall’andamento: avanza sicuro in direzione dei cespugli di ramno, non mostrando alcuna “emozione” apparente. Alla sua comparsa, gli altri orsi si fermano, poi o cambiano direzione o se la danno a gambe. Ma se un orso esita o si sofferma troppo a lungo ad osservarlo, ecco che il primo con rapidità vira e affronta l’oppositore, allungando il collo, torcendo il muso e mostrando vistosamente i canini. Nella maggior parte dei casi l’altro orso desiste, si allontana o scappa. Ad ogni modo, un individuo subordinato non mostra mai aggressività, assume in genere una posizione laterale rispetto all’altro, piega la testa di lato e la fa penzolare, si siede o si sdraia. Tra gli individui dominanti rientrano sicuramente i maschi adulti che trascorrono una vita a confrontarsi e a stabilire gerarchie per assicurarsi cibo e successo riproduttivo. Essi rendendo ancora più efficace la loro postura, puntando molto su dimensioni e prestanza fisica. Dopo i maschi, sono le femmine con piccoli a imporsi maggiormente, in particolare sugli adolescenti e sui maschi adulti, e manifestano la propria dominanza con un’elevata aggressività. Le femmine sole e maschi di dimensioni minori, tendono, invece, ad evitare o a sottomettersi alle categorie di cui sopra, ma possono prendersela fra di loro. Tra gli adolescenti sono i maschi ad essere i più inesperti e temerari, e per questo vengono spesso attaccati, mentre le femmine adolescenti sono più schive e si allontanano quasi sempre da situazioni scomode.

Due orsi interagiscono ristabilendo tra di loro una gerarchia.

Gli orsi hanno anche un loro linguaggio verbale. Suoni e vocalizzazioni sono molto ricche soprattutto tra la madre e la prole.

Fin dalla nascita i cuccioli emettono un grande varietà di versi e suoni: guaiscono, gemono, grugniscono, sbuffano, emettono suoni simili a vagiti e un particolare ronzio pulsante. Questo ronzio consiste in una sequenza molto rapida di suoni molto brevi che vengono emessi durante una prolungata fase espiratoria della respirazione, interrotta da brevissime inspirazioni silenziose. La produzione del suono è associata a vibrazioni del corpo. Questa vocalizzazione è esclusiva degli orsi e non è filogeneticamente correlata a nessun altro tipo di vocalizzazione nota tra i carnivori viventi. Quale sia la funzione di questa emissione sonora non è noto. Forse si tratta di un segnale di appagamento o di uno stimolo per richiedere il latte dalla madre. I cuccioli d’altronde cercano spesso l’attenzione della madre e per questo soffiano o emettono dei vagiti a cui la femmina risponde con grugniti. Se spaventati e o separati dalla madre, i piccoli emettono dei richiami acuti di soccorso. Gli orsi adulti, invece, manifestano tensione sbuffando e ansimando durante un incontro ravvicinato con un altro orso. Quando sono molto spaventati, essi soffiano sonoramente e sbattono i denti. Ma è durante un attacco, o comunque durante una interazione aggressiva, che gli orsi possono emettere dei veri e propri ruggiti e suoni simili a ringhi.

Madre e cuccioli interagiscono tra di loro sia fisicamente che vocalizzando. E’ questo che mantiene coeso il gruppo e assicura la sopravvivenza dei piccoli.

Tutti gli orsi giocano, non solo i cuccioli. Il gioco è uno dei modi con cui gli orsi si relazionano l’uno con l’altro in modo non agonistico e senza rischi, indipendentemente dal rango sociale.

Il gioco è un comportamento sociale molto comune all’interno del gruppo famigliare, soprattutto tra membri di una stessa cucciolata. Appare spesso come una lotta amichevole. Tuttavia il gioco è stato osservato anche tra piccoli dell’anno appartenenti a cucciolate diverse e tra gruppi di individui diversi per età e sesso. Alcuni studi hanno dimostrato che più i giovani fino a 2 anni d’età si cimentano con il gioco, maggiori sono le probabilità che essi sopravvivano. Situazioni di stress intense e prolungate, come potrebbero essere le interazioni con orsi adulti, specie se aggressive, potrebbero cronicizzare nei giovani inesperti. Ciò può indurre un’eccessiva attivazione fisiologica che spinge l’organismo in uno stato di esaurimento fisico e quindi di vulnerabilità. Il deperimento potrebbe essere tale da rendere l’animale una facile preda o da farlo morire di inedia. Pertanto sviluppare la capacità di interagire con l’altro in modo non agonistico può essere un beneficio per un giovane. Intraprendenza, flessibilità e capacità di cooperare e di coesistere con orsi adulti sono le qualità, ad esempio, che possono consentire ad un giovane di prolungare la permanenza nel territorio di nascita. Una strategia, questa, che può essere vantaggiosa soprattutto per le giovani femmine. Il gioco è comunque una palestra di vita i fin dai primi mesi. Con esso, i cuccioli si allenano, imparano i codici di condotta e comportamento con gli adulti e testano la propria abilità fisica durante lo sviluppo.

Il gioco tra gli orsi assomiglia ad una lotta in cui ci si scambia spesso di ruolo e nessuno viene ferito.

Modalità e tattiche di gioco variano tra adulti e giovani. Il gioco tra individui di diversa età e sesso può aiutare a familiarizzare, a valutare il livello di consanguineità e testare le abilità fisiche di potenziali rivali.

Il gioco segue dei precisi schemi motori e in genere non viene emessa nessuna vocalizzazione. Un orso si avvicina all’altro camminando, labbra e naso arricciati, orecchie perpendicolari alla testa e rivolte verso il basso. Quindi apre la bocca, incomincia a dare zampate e morsi leggeri, fa un testa a testa a colte convulsivo, sollevandosi anche sulle zampe posteriori. L’altro orso risponde con le stesse modalità. Al termine del gioco, gli orsi chiudono la bocca, mantenendo le labbra arricciate, e corrono via allontanandosi. Le lotte possono essere precedute o seguite da comportamenti di sottomissione da uno o da entrambi gli orsi. I cuccioli, soprattutto entro il primo anno di vita, trascorrono oltre la metà della loro giornata giocando. Con la crescita invece si dedicano più a mangiare. Nel gioco possono partecipare tutti: madre, fratelli e sorelle. Negli adulti, sono piuttosto individui di diversa età e rango a lasciarsi andare in una lotta giocosa. In genere è quello di rango più basso ad iniziare l’interazione. Ma durante il gioco, si verificano cambi di ruolo, e i dominanti si sminuiscono volontariamente: si sottomettono, non oppongono resistenza e si orientano più bassi rispetto all’animale più giovane. Un modo, forse, per prolungare la lotta e codificare in maniera chiara che l’interazione è del tutto amichevole.

La ricercatrice Melanie Clapham, del Dipartimento di Geografia dell’Università di Vittoria in British Columbia, racconta i risultati delle ricerche condotte sul comportamento sociale degli orsi.

Gli orsi, spinti da estreme curiosità e intelligenza, non giocano o interagiscono solo tra di loro, ma anche con gli oggetti. Non solo, ma gli orsi sanno predire e risolvere situazioni anche complesse.

Per questo c’è una spiegazione evolutiva. Fin dai primi studi pionieristici degli anni ’50, alcuni ricercatori hanno dedicato la loro vita ad osservare da vicino orsi bruni e orsi neri per comprenderne l’intelligenza, ovvero le loro capacità cognitive e quindi la loro comprensione del mondo che li circonda. Gli orsi, alla stregua degli scimpanzé, sono in grado di utilizzare strumenti per risolvere dei problemi. In studi sperimentali condotti in cattività, gli orsi sono capaci di posizionare oggetti di forma diversa al posto giusto per ottenere del cibo in ricompensa. Gli orsi sanno contare e categorizzare fotografie in base al contenuto, mostrando una sorprendente abilità nel formulare concetti e fare astrazioni. In natura, un orso è stato osservato fare un uso ripetuto di pietre pescate nell’acqua per grattarsi e ripulirsi il viso dopo essersi alimentato su una carcassa di balena. In anni di monitoraggio, anche se si parla di aneddoti, gli orsi hanno dato prova di grande intelligenza nel Parco. Alcuni orsi, in particolare le femmine, hanno imparato a fare scattare i lacci che vengono utilizzati per catturarli mandando in fumo settimane di preparativi. Gli orsi hanno imparato a riconoscere le persone in divisa, i veicoli e a predire le circostanze, sfidando ogni strategia messa in campo per convincerli ad allontanarsi dai paesi. Da un punto di vista evoluzionistico, la forza selettiva che ha favorito lo sviluppo di queste capacità cognitive e manipolative, è la stessa che ha consentito agli orsi di acquisire sempre maggiore abilità nell’alimentarsi di cibi particolarmente calorici e sostenere così il proprio metabolismo ed il lungo digiuno invernale. I giovani sono sicuramente quelli più curiosi e ogni oggetto naturale e non è motivo di studio, esplorazione e gioco.

Un giovane appena allontanato dalla madre sembra mettere alla prova le proprie abilità fisiche saltando e arrampicandosi da un albero all’altro. Ma ecco che un oggetto non familiare colpisce la sua attenzione. E’ sorprendente la capacità con cui questo animale sia consapevole del cambiamento indotto alla fototrappola dopo la sua manipolazione.

Ma in alcune situazioni il gioco non basta e lo scontro è inevitabile, anche se fino all’ultimo gli orsi cercano di evitare il contatto diretto fisico. Questo succede in caso di violazione dello spazio, estraneità, frustrazione e competizione del cibo.

Gli orsi evitano il contatto fisico utilizzando segnali di minaccia o di riconciliazione. Lo scontro è raro e succede quando un orso, soprattutto se estraneo, viola lo spazio di un altro orso, oppure se un orso che perde un incontro decidere di reindirizzare l’aggressività verso un terzo orso o se la competizione per uno stesso cibo è forte (ad esempio una carcassa). Nei pressi dei ramneti, attacchi veri e propri sono stati osservati soltanto nel caso di femmine con piccoli ai danni di altri orsi. Nella maggiore parte dei casi, gli orsi si studiano, si osservano e “dialogano “a distanza. Gli orsi che si affacciano nei ramneti, se subordinati, si siedono e aspettano che il dominante si allontani dall’area di alimentazione, oppure se si stanno alimentando, smettono di mangiare e si mettono in allerta. In alternativa, possono avanzare in direzione dell’altro per studiarlo o intimidirlo. Alcuni orsi evitano qualsiasi tipo di interazione, muovendosi marginalmente ai ramneti, cercando di tenere il più possibile le distanze dagli altri. Altri orsi scelgono di nutrirsi ad orari, ad esempio durante il giorno, in cui è minore il rischio che ci siano altri individui.

Due orsi si alimentano a distanza di circa 20 metri. I due animali sono consapevoli della reciproca presenza, ma continuano ad alimentarsi tranquillamente, sebbene ogni tanto alzino la testa con fare investigativo.

Quando lo scontro è inevitabile, non c’è tattica pacifica che tenga. I due animali si fronteggiano direttamente con le zampe anteriori irrigidite, la testa leggermente abbassata e iniziano a muoversi a rallentatore. Entrambi gli orsi si fronteggiano a bocca aperta, esponendo in canini. Se nessuno retrocede segue l’attacco. Uno o entrambi partono alla carica, testa abbassata di 30-45 gradi, le orecchie indietro, la bocca leggermente aperta e la testa e il corpo orientati direttamente verso l’avversario. Se uno degli orsi fugge o si sdraia nel frattempo, l’attacco può risolversi con un bluff. L’attacco inizia con un ringhio che rapidamente diventa un sonoro ruggito. Gli orsi si colpiscono, si mordono e si afferrano con le mascelle. In genere gli scontri si concludono con un vincitore e un perdente, quest’ultimo indietreggia, fa cadere la testa lateralmente e si allontana o fugge. Questo tipo di interazione si manifesta con più frequenza tra individui si sesso e età diversa, e coinvolge spesso le femmine con piccoli. Nel caso di individui di rango simile, e soprattutto femmine, e in situazioni di difesa di una fonte di cibo gli animali si confrontano a testa bassa, con naso che punta a terra, emettono dei ringhi tuonanti, brevi e ripetitivi, e espongono i canini inferiori. Gli animali sembrano in conflitto, se allontanarsi o interagire. Abbandonare una carcassa o un buon cespuglio di ramno non è una scelta facile. Gli orsi possono avanzare, oppure sedersi a terra con testa rivolta o girata verso l’altro orso, a seconda se quest’ultimo agisce da dominante o subordinato. A distanza ravvicinata essi inarcano la schiena. Ma questo tipo di interazione di rado culmina con un attacco, poiché normalmente uno degli orsi si allontana.

Due orsi si fronteggiano in maniera aggressiva.

Saper leggere lo stato d’animo di un orso è utile anche per l’uomo per evitare di mettersi a rischio interpretando in maniera eccessiva un segnale di pericolo, cosi come confondendo un segnale pacifico con un attacco. Un orso che si alza in piedi è un orso vigile o incuriosito, non sta per attaccare. Gli orsi raramente attaccano, in genere lanciano segnali di avvertimento, esprimono disagio e eseguono finte cariche. La migliore reazione in tutte le situazioni non è né fuggire, né nascondersi, né attaccare, ma farsi riconoscere in maniera pacifica e allontanarsi con calma. Per gli uomini come per gli orsi, valgono le stesse regole: evitare le situazioni che possono mettere alle strette un orso. Queste sono, ad esempio, disturbare un individuo che si sta nutrendo di una carcassa o avvicinarsi ad una femmina con i piccoli o a un orso ferito, o sorprendere un orso a distanza ravvicinata.

Un orso si mette in allerta per valutare se in arrivo è un pericolo o meno.

Nel territorio del Parco, la grande tolleranza che le persone hanno da sempre mostrato nei confronti dell’orso sono una chiara indicazione che l’orso appenninico non è aggressivo, né particolarmente pericoloso. Studi recenti sulla genomica di questa sottospecie, confermano un’indole più mansueta rispetto a quella di altre popolazioni. Tuttavia si tratta pur sempre di un grande carnivoro selvatico, dal quale è bene mantenere le dovute distanze.

Vita da cuccioli

Vita da cuccioli

Per un orso la sopravvivenza al primo anno di vita dipende interamente dalla protezione e dagli insegnamenti della madre.

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I primi istanti di vita di un cucciolo avvengono nel cuore dell’inverno, tra dicembre e febbraio, nella tana di svernamento.

Sebbene all’esterno le temperature possano essere particolarmente rigide, anche di 20 gradi sotto zero, i cuccioli godono di condizioni più confortevoli, grazie alla cavità bene isolata scelta dalla madre e al calore del suo corpo. Alla nascita, i cuccioli non pesano più di 350-500 grammi, ovvero un ventesimo della madre. Essi vengono al mondo ciechi, senza denti e glabri, ma nel giro di poche settimane si ricoprono di un morbido vello e possono raddoppiare di peso, grazie al nutriente latte della madre, particolarmente ricco di grassi. Ci sono molti fattori che possono incidere sull’esito di una gravidanza, tra questi, lo stato di salute della madre, il disturbo arrecato agli animali in tana o il corredo genetico della femmina. Si teme, infatti, che la bassa variabilità genetica dell’orso in Appennino possa contribuire a ridurre la fecondità delle femmine, provocando aborti o rendendo più fragili i nuovi nati.

Le giornate di osservazione si accumulano nella memoria: lunghe ore in attesa ripercorrendo con lo sguardo e con meticolosa insistenza ogni masso, ogni arbusto, i margini del bosco e i crinali. La luce scandiva il passare del tempo, modificando le sagome degli alberi e delle rocce. Il”ti..ti..ti” dei gheppi e i sassolini che rotolavano sotto gli zoccoli dei cervi mantenevano viva l’attenzione. All’alba, quando il torpore della notte lasciava il passo ai primi caldi raggi del sole, gli occhi si facevano deboli e stanchi. Nelle giornate molto fredde il corpo reclamava, non ascoltato, di muoversi. Settimana dopo settimana, le spalle si facevano piccole sotto il peso dello zaino e, giorno dopo giorno, le gambe si impigrivano nel raggiungere la stessa meta. E poi quella continua danza indecisa con la pioggia, il vento, i fulmini e la nebbia. Le attese, le fughe, i ripari. A volte ci si sentiva così estranei e a volte così parte del tutto. Ma poi si rimaneva li, si ritornava, si aspettava, perché le nubi sparivano, perché la luce si intrecciava con la nebbia, perché il tutto si quietava. Sempre in cerca di quel momento, di quell’istante, di quel battito accelerato, di quelle parole sussurrate nella testa. Mano sul binocolo, punto di riferimento, occhio al cannocchiale. Ore 19.30, femmina con due piccoli. Ogni volta è un’emozione profonda assistere all’emergere dei primi cuccioli di orso dell’anno: in questa piccola popolazione Appenninica ogni nascita rappresenta una speranza per il futuro.

Elisabetta

Una femmina e i suoi due piccoli emergono per la prima volta dalla tana a fine Maggio.

In genere, le femmine grasse partoriscono prima, producono più latte e riescono ad allattare più a lungo. I cuccioli nati da queste madri cresceranno più velocemente e, a pari età, raggiungeranno un peso maggiore e saranno quindi più resistenti di altri. Nel caso di femmine magre, invece, addirittura può non avvenire l’impianto del feto. Se invece si verifica un parto, queste femmine produrranno meno latte, e saranno costrette a ridurre intensità e durata dell’allattamento per tutti o alcuni dei piccoli, a scapito delle loro dimensioni. I cuccioli competono fin dalla nascita tra di loro per garantirsi la poppata migliore. I giovani cresciuti da soli, infatti, possono essere fino al 30% più pesanti di quelli cresciuti assieme a fratelli.

Questa femmina è stata osservata la prima volta nell’estate 2018 con tre cuccioli, di cui uno palesemente più piccolo degli altri. Nonostante la sua sopravvivenza sembrasse a rischio, il piccolo ha adottato la strategia di rimanere sempre a fianco della madre. La primavera successiva i giovani, seppure ancora di taglia diversa, erano tutti e tre in vita e al fianco della madre.

Sin dalle prime uscite esplorative, la giornata di un gruppo famigliare di orsi ruota intorno a poche, basilari attività: mangiare, spostarsi, riposare e, quando è possibile, giocare.

Negli orsi, la femmina è l’unica a dedicarsi alle cure parentali e i cuccioli passano i primi mesi ad osservare attentamente i comportamenti della loro maestra. Essa insegna loro cosa mangiare e dove trovarlo, come scegliere le zone di rifugio, le tane e come comportarsi con altri orsi o altri animali. Per questi animali, la vita non è fatta di solo istinto, ma si basa su un lungo, primo anno di formazione e apprendimento. Tra maggio e luglio, le famiglie trascorrono ore intere a piegare i rami degli alberi per mangiarne le prime foglie, a brucare o a rovistare sotto i sassi alla ricerca di insetti. All’inizio i cuccioli imitano i movimenti della madre, ma come in un gioco, fanno acrobazie sui rami e sollevano le pietre per farle rotolare. Col passare del tempo, però, associano il comportamento della madre al cibo e non si lasciano più sfuggire nessun boccone. Le femmine possono allattare i cuccioli anche fino alla primavera successiva alla loro nascita, ma di solito già dopo pochi mesi questi ultimi hanno iniziato a sperimentare i primi cibi solidi e in autunno sono completamente svezzati. Oltre a mangiare, i piccoli orsi giocano molto fra di loro e quando un cucciolo è solo, è la madre a dedicare più tempo a questa attività. Il gioco è una palestra di vita e la sua pratica è garanzia di sopravvivenza.

Due cuccioli iniziano le prime esplorazioni fuori dalla tana tra gioco, scoperta e imitazione dei comportamenti materni.

Mentre i cuccioli imparano giocando, le femmine trascorrono un intero anno a proteggerli con determinazione e coraggio. Età e esperienza della madre giocano un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della cucciolata.

In genere le femmine primipare (ovvero quelle che hanno avuto cuccioli per la prima volta) o quelle molto anziane possono perdere di vista più facilmente qualche piccolo. I cuccioli vanno sempre tenuti sotto controllo, e, per distrazione o curiosità, c’è sempre qualcuno che rimane indietro, soprattutto nelle cucciolate numerose. A questo si aggiungono i tanti pericoli che le femmine devono affrontare ogni giorno, e per superarli occorrono esperienza, determinazione, costanza e forza. Le madri, infatti, quando escono allo scoperto insieme ai piccoli sono sempre molto caute. Se una madre si sposta essa richiama continuamente l’attenzione dei cuccioli con vocalizzazioni e quando uno di questi rimane indietro troppo a lungo, essa torna a recuperarlo. Talvolta, essa può lasciare in disparte i cuccioli e perlustrare una zona prima di radunare di nuovo la famiglia. Se si sente minacciata o viene separata da uno dei suoi cuccioli, per esempio nel caso di un attacco da parte di un altro orso o di un lupo, oppure se braccata da persone o veicoli, un’orsa può diventare estremamente aggressiva. In queste situazioni, essa è visibilmente combattuta tra la necessità di ritrovare i piccoli e quella di difenderli. Li cerca annusando il terreno come un segugio o alzandosi in piedi per fiutare l’aria. Si muove nervosamente in tutte le direzioni, dirigendo falsi attacchi verso il potenziale pericolo. E’ nel caso di un confronto violento con un orso maschio adulto che la femmina può perdere la vita. In Appennino, sono stati registrati due casi di femmine rinvenute morte durante la stagione riproduttiva, parzialmente mangiate e uccise probabilmente da un altro orso, con le mammelle che presentavano ancora residui di latte.

Il pomeriggio del 31 luglio del 2006, ho visto il primo cucciolo di orso della mia vita. Osservandolo per quasi tre ore consecutive, sono stata sorpresa e preoccupata dal fatto che fosse solo. Era molto strano. Avevo letto che una madre non si allontana mai così a lungo dal suo piccolo, soprattutto in aree in cui si aggregano più orsi, come i ramneti. La settimana prima, in questo stesso luogo, avevo osservato cinque orsi contemporaneamente. Ad ogni modo, il cucciolo sembrava tranquillo mentre si aggirava al margine tra il bosco e il ramneto. Ogni tanto si avvicinava ad un cespuglio, ne piegava i rami e frugava tra le foglie. Afferrava una bacca tra le labbra, con maestria, senza strappare neanche una foglia. Ogni tanto si spingeva più in alto, e un ramo cedeva al peso del suo corpo, facendolo cadere a terra in una esplosione di foglie. Con umana apprensione guardavo al cucciolo mentre la notte si avvicinava, chiedendomi che cosa fosse successo alla madre. Non appena il sole è tramontato, ecco che dietro di lui compare una sagoma seduta, immobile, statuaria che si allungava annusando l’aria nella mia direzione. La madre ovviamente era sempre stata lì, nascosta nell’ombra, vigile e in allerta.

Elisabetta

Una femmina accompagnata da due piccoli dell’anno affronta un maschio adulto avvicinatosi troppo.

Nonostante le premure della madre, fino ai due anni di vita i giovani orsi restano comunque l’anello più debole della popolazione. Essi possono essere uccisi da altri orsi, rimanere orfani o allontanati da aree molto ricche di cibo.

In Appennino, solamente la metà dei cuccioli arriva al secondo anno di vita. Ma anche a partire dalla loro seconda estate, quando i giovani sono rimasti da soli, i rischi per questi animali non diminuiscono. Tra le cause di mortalità accertate rientrano patologie, predazione da canidi, aggressione da parte di maschi adulti e avvelenamento. I cuccioli di orso possono anche rimanere orfani per diverse ragioni, tra cui la morte della madre o l’abbandono (ad esempio, se un’orsa viene disturbata in tana), oppure a seguito di eventi naturali traumatici (per esempio, se il gruppo familiare viene attaccato da un maschio). Quali sono le probabilità che un cucciolo sopravviva senza la madre? Studi confermano che un cucciolo di circa sette mesi potrebbe già essere autosufficiente. In ambienti in cui è facile trovare cibo, un cucciolo di questa età ha la stessa probabilità di sopravvivere di uno che non si è separato dalla madre. Inoltre, gli orfani possono essere adottati da un altro gruppo famigliare o aggregarsi tra di loro e fare delle vere e proprie “bande”. Il 2019 è stato un anno particolare per l’orso appenninico, poiché sono state osservate ben 9 cucciolate, per un totale di 16 piccoli. Ma è anche l’anno in cui sono stati trovati 4 cuccioli orfani. In due casi almeno uno dei cuccioli si è ricongiunto al gruppo familiare originario o è stato adottato, mentre degli altri due cuccioli non si è avuta più traccia. Per due casi è stato possibile stabilire la causa dell’abbandono, per collisione con un veicolo della madre nel primo e inseguimento da parte di un veicolo di curiosi, nel secondo.

Un orfano nel Parco

La notte del 24 agosto 2019, mentre attraversa la periferia di Pescasseroli, la femmina marcata F08, nota ai tecnici e ricercatori del Parco fin dal 2008, viene inseguita con i suoi 3 piccoli da un veicolo di curiosi. L’indomani, due dei suoi piccoli sono visti insieme nel centro abitato mentre ricercano la madre, ma vengono separati da gruppi di persone che li seguono a piedi. Da allora, l’orsa è stata osservata in più occasioni muoversi nei dintorni di Pescasseroli, anche di giorno, in cerca dei suoi piccoli, purtroppo ritrovandone solo uno. Del terzo non si sono avute più tracce. In questa popolazione, ogni individuo ha un grande valore e può contribuire alla conservazione della specie. Per questo è necessario prevenire l’abbandono prematuro dei cuccioli da parte della madre per cause non naturali. Correggendo il nostro comportamento, evitando di avvicinare gli animali o di inseguirli in auto, è possibile evitare di compromettere la loro tranquillità.

In Appennino accade assai di rado che le femmine trascorrano una seconda estate o addirittura un terzo inverno con i propri cuccioli. In genere, i cuccioli vengono allontanati quando hanno circa un anno e mezzo di vita.

Il distacco dalla madre avviene tra la prima settimana di maggio e i primi di giugno del secondo anno di vita, con un picco a fine maggio, in coincidenza con la stagione riproduttiva. Nella maggior parte dei casi è l’avvicinamento di un maschio che si vuole accoppiare ad innescare la separazione. Ma se una madre allontana il piccolo, è perché ritiene che il piccolo sia ormai in grado di badare a sé stesso e che ci sia sufficiente cibo in giro per farlo sopravvivere. In caso contrario la femmina può trattenere la prole con sé per un ulteriore anno. Il distacco non è indolore per i giovani, ma avviene molto rapidamente, nel giro di pochi giorni. Tuttavia, nel caso di cucciolate di 2 o 3 piccoli, i fratelli o le sorelle possono rimanere insieme anche per un lungo periodo: l’unione fa la forza. Dopo il distacco, alcuni giovani provano a riunirsi alla madre anche per tutta la stagione estiva. In alcuni casi l’esito può essere positivo, nella maggior parte delle occasioni invece è la stessa femmina ad allontanare i giovani in maniera aggressiva.

Per un anno e mezzo questo cucciolo ha vissuto sotto l’ala protettiva della madre. Rimasto solo, deve mettere in pratica tutti gli insegnamenti della madre e imparare a giocare strategicamente nel mondo degli adulti.

La necessità di ridurre la competizione per il cibo e per un compagno, ma soprattutto quella di evitare le unioni tra consanguinei spinge i giovani ad allontanarsi dal luogo di nascita. Ma alcuni preferiscono godere di tutti i comfort di un posto familiare

Restare o partire è un dilemma che i giovani maschi e femmine nei primi anni di vita devono affrontare. Giocare in casa, ovvero restare in un territorio di cui si conosce tutto, è molto vantaggioso per una femmina il cui obiettivo è quello di mantenersi in forma e in salute per riprodursi. Certo c’è sempre il rischio di accoppiarsi con un consanguineo, ad esempio il padre. È possibile evitarlo per il fatto che ci sono sempre tanti altri maschi nei paraggi e le femmine hanno imparato ad a distinguerli. Le controindicazioni nascono dalle femmine imparentate e dominanti, come la madre, che potrebbero forzare le più giovani a non riprodursi. Insomma, se si resta, bisogna sapere aspettare il proprio turno. In definitiva le femmine di orso sono molto filopatriche e tendono, quindi, a sovrapporre il proprio territorio a quello della madre, formando una specie di “società” matriarcale. Restare è così allettante che, secondo alcuni studi condotti in Scandinavia, le giovani femmine entrano tra loro in una vera e propria competizione. Chi vince? Quelle più grasse, mentre le più magre sono forzate a partire. Dall’altra parte la filopatria è anche una forza, perché è così che una femmina in dispersione darà origine a nuove micro-popolazioni, mantenendo le figlie vicine. Tutti i giovani maschi, invece, sono programmati evolutivamente per allontanarsi dal territorio natale. La necessità di trovare nuovi compagni con cui accoppiarsi è più forte di qualsiasi nostalgia di casa.

Se vanno in dispersione, le femmine di orso bruno rimangono comunque entro una distanza dell’ordine di poche decine di chilometri dal territorio natio, mentre per i maschi si parla anche di centinaia di chilometri.

Eppure la scelta non è sempre così scontata. In aree ad elevate densità, gli orsi, indipendentemente dal sesso, possono ritardare il tempo della partenza o ridurre le distanze di dispersione. Infatti, esiste il rischio di essere aggrediti da conspecifici attraversando territori sconosciuti o densamente occupati. Per questo il compromesso è rimanere subordinati in cambio di meno stress. Anche gli animali dominanti però fanno uno strappo alla regola: aiutare un consanguineo in fondo vuol dire proteggere la propria genealogia. A basse densità, invece, un dominante non può evitare di allontanare qualsiasi potenziale competitore nella riproduzione. D’altronde, con poche femmine a disposizione, per un giovane che si vuole accoppiare, emigrare è l’unica possibilità e, in fondo, un vantaggio per tutti.

Un giovane orso si muove con circospezione in una radura al margine della faggeta. Gli animali in dispersione devono affrontare incertezze, novità e pericoli per poter trovare un nuovo territorio.

Nell’Appennino centrale, i giovani maschi in dispersione possono percorrere centinaia di chilometri anche in tempi molto brevi. Con oltre 5000 km2 di territorio idoneo a disposizione, in Appennino per questi animali lo spazio non manca e anche il cibo per diventare forti e prestanti. D’altronde, le femmine in queste aree si contano sulle dita d’una mano e se i maschi vogliono accoppiarsi, l’unica soluzione allora è tornare dove ci sono più femmine.

La necessità naturale degli orsi di vagare in nuovi territori in cerca di femmine e di una casa moltiplica i rischi di qualche fatalità. L’orso non sa trovare la soluzione, ma noi umani forse potremmo.

Amori e corteggiamenti

Amori e corteggiamenti

La vita amorosa degli orsi è una saga cavalleresca fatta di passione, intrigo, violenza e lieto fine

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Agli inizi di aprile, quando le prime foglie iniziano a spuntare sugli alberi, gli orsi danno lentamente il via ai loro annuali riti amorosi, che sono una via di mezzo tra una danza e una gara podistica.

Questo è solo il preludio alla stagione dei corteggiamenti, che in realtà proseguirà fino alla fine di luglio, con maggio e giugno i mesi più febbrili. Già a partire dalle settimane precedenti i maschi hanno iniziato a ristabilire i ranghi gerarchici per contendersi l’accesso alle aree di accoppiamento, che sono le stesse ogni anno. Si tratta di zone particolarmente ricche di cibo a primavera, dove le femmine non accompagnate da prole e i loro pretendenti tendono ad aggregarsi in questo periodo e dove le opportunità di incontro tra i due sessi ovviamente aumentano. Terminata la stagione riproduttiva, sarà soltanto il cibo a suscitare interesse negli orsi. Sono molto rare le osservazioni di accoppiamenti nei mesi successivi, e ancora di più se coinvolgono femmine che hanno al seguito piccoli dell’anno.

Il 3 Novembre del 2010, i guardiaparco Ezechia Trella e Germano Palozzi hanno assistito ad una scena che ha lasciato interdetto più di uno studioso. I due raccontano, ancora con incredulità:

Alle prime luci dell’alba, una femmina con il piccolo dell’anno si stava alimentando di erba e ghianda caduta a terra in una radura al limite del bosco. Quando i due orsi si sono messi in allerta, ci siamo accorti della presenza di un maschio a meno di 50 metri da loro. Non appena questo si è avvicinato, il cucciolo è fuggito. Poi, la madre e il maschio hanno iniziato ad annusarsi, a lottare giocosamente e alla fine si sono accoppiati. Dopo circa 10 minuti di interazione, la femmina si è allontana nella direzione di fuga del piccolo. Il maschio poteva essere il padre del piccolo? Chi può saperlo?

3 novembre 2020

Una coppia di orsi si muove in un’arena di accoppiamento.
Queste sono solitamente zone particolarmente ricche di cibo, frequentate da diversi orsi anno dopo anno.

Gli orsi sono poligami e promiscui, ovvero un maschio può accoppiarsi e fecondare più femmine, così come una femmina può riprodursi con più maschi. Ma le strategie variano tra i generi.

Le femmine sono molto più selettive nella scelta del compagno, mentre i maschi puntano solo alla quantità. Durante una singola stagione riproduttiva, una femmina può entrare in estro anche 2-3 volte. Ma è una fase che dura poco. Alle latitudini in cui ci troviamo, l’attività follicolare delle femmine di orso, che è quella che precede l’estro, diminuisce drasticamente a partire dalla fine di luglio, fatta esclusione, come visto, di rarissimi estri autunnali. La cosa sorprendente è che le femmine di orso si riproducono “a comando”. E’ la stimolazione tattile della cervice da parte dei genitali del maschio a innescare una risposta neuronale e endocrina (e quindi la secrezione di ormoni specifici) che induce l’ovulazione. Pertanto, evitando un contatto fisico con il maschio o assumendo una postura che impedisca di completare l’atto sessuale, le femmine possono scegliere di non venire fecondate. Oppure, le femmine possono evitare del tutto i maschi, come si verifica ad esempio quando una femmina è in allattamento. Come vedremo più avanti, inoltre, oltre ad aspetti fisiologici, nelle femmine possono entrare in gioco anche aspetti sociali ad inibire la riproduzione. D’altronde, pur essendosi accoppiate, non tutte le femmine riescono a portare avanti la gravidanza fino all’anno successivo, ma questo dipende non solo dalla posizione di copula, ma anche dallo stato di salute della femmina. I maschi invece godono di un’attività sessuale più continua e sebbene la loro funzione testicolare subisca un calo dopo la stagione degli “amori”, l’orso è ancora in grado di fecondare una femmina grazie all’accumulo di sperma. Ciò garantisce un’opportunità ai maschi meno competitivi per tentare di accoppiarsi in periodi meno intensi.

Finito il letargo, il principale scopo dei maschi è quello di ristabilire le gerarchie ed impedire ad eventuali rivali di riprodursi, “sequestrando” il maggiore numero di femmine possibili. Un maschio alla ricerca di una compagna attraversa in lungo e il largo il proprio territorio, utilizzando il suo olfatto sviluppatissimo.

Maschi e femmine eseguono un vero e proprio rituale che può durare da dieci giorni a diverse settimane, durante le quali la coppia rimane associata giorno e notte. Per gli orsi maschi il corteggiamento è un gioco di seduzione lungo ed estenuante.

Durante il periodo in cui un maschio si associa ad una femmina, questa rimane comunque ricettiva nei confronti di altri maschi. Perciò il maschio non deve mai lasciarla incustodita, dato che può sempre esserci un altro pretendente in agguato. Talvolta, infatti, capita di osservare anche più maschi camminare in fila indiana dietro una femmina, così come più femmine seguite da un singolo maschio. È per questo che i maschi attuano un vero e proprio “sequestro” della femmina, della quale annusano i genitali per verificare la presenza di feromoni che ne indichino l’estro. La femmina, a sua volta, mette continuamente alla prova il vigore e la resistenza del maschio. Nella maggior parte dei casi, sono le femmine a condurre il gioco: possono essere molto selettive non solo nella scelta del compagno, ma anche nei luoghi e nei tempi dell’accoppiamento.

I maschi rinunciano quasi ad alimentarsi in questo periodo e continuano a diminuire di peso per non perdere mai di vista le femmine, per difenderle da altri corteggiatori e per difendersi anche da loro. Una femmina non consenziente può rivelarsi davvero aggressiva. Se non è d’accordo, un’orsa si siede sui glutei, si allontana dal maschio, emette dei profondi e minacciosi ringhi o addirittura può attaccare il pretendente. Se non ci sono competitori in vista e il maschio rientra invece tra i suoi favoriti, la femmina si sottomette e si abbandona a lunghi preliminari prima di concedersi del tutto. In genere, la femmina rimane in piedi o scivola sotto il maschio, mentre quest’ultimo le morde le zampe posteriori o il collo. Se il maschio è lento o mostra poco interesse, la femmina si libera emettendo dei ringhi profondi e sbattendo i denti. A questo punto il maschio l’afferra con le zampe e cerca di morderla. La femmina risponde strofinandosi con il muso sul maschio e mordendolo a sua volta e i due ingaggiano una lotta giocosa. In genere questo comportamento convince il maschio ed è seguito dalla copula.

L’accoppiamento può durare da pochi minuti ad un’ora, tutto dipende dalla disponibilità della femmina e dalla presenza o meno di altri maschi sulla scena. Una lunga copula aumenta le probabilità per un maschio di diventare padre.

“Nel controluce di un pomeriggio di fine maggio, i profili di due orsi sono apparsi all’improvviso, nitidi e luminosi, emergendo dal bosco in ombra. Una femmina dalla pelliccia argentata era seguita da un maschio scuro e molto grande, quasi il doppio di lei. Non riuscivamo a credere alla nostra fortuna. Più per caso che per volontà, eravamo lì quel giorno. Ci trovavamo per giunta in posizione privilegiata, su una cresta rocciosa a circa duecento metri di distanza dagli orsi; il vento ci soffiava contro, portando via il nostro odore. Ci siamo seduti, la schiena contro un masso, rimanendo immobili ed in silenzio. E così, per oltre due ore, siamo stati partecipi, non visti, dei momenti di intimità di quella coppia. Abbiamo assistito alla danza ipnotica dei due animali che si seguivano, camminando a zig-zag sul pendio erboso. Il maschio sempre dietro la femmina, lento e affannato. In più occasioni, questi aveva tentato di avvicinarla, quasi timidamente, ma l’orsa gli aveva risposto mostrandogli i denti. Si erano affrontati con veemenza, mordendosi sul muso e ringhiando. I loro versi facevano drizzare i peli sulla schiena. Infine la femmina si è fermata e ha lasciato che il maschio le si affiancasse. Dopo tanta attesa, i due si sono accoppiati, annusandosi delicatamente, naso a naso, e strofinando le teste, con una tenerezza inaspettata e ignari dei due testimoni importuni, commossi di fronte a quello spettacolo raro e primordiale. Paghi di quell’osservazione irripetibile, ci siamo allontanati rapidamente e in silenzio, lasciando agli orsi la loro privacy e la quiete della notte.”

Bruno

I maschi più abili e aggressivi e, spesso, di maggiori dimensioni sono in genere i partiti migliori.

Ma quali sono le tattiche usate dai maschi? Chi di loro riesce a sedurre più femmine? Sono gli orsi dalla massima prestanza, solitamente raggiunta dopo i 10 anni di vita, quelli che riescono a controllare la compagna, prevenendo così l’accoppiamento da parte di altri maschi o perlomeno ritardando un suo ulteriore accoppiamento. Questo controllo è esercitato scacciando aggressivamente altri maschi o attraverso copule prolungate che impediscono fisicamente ad altri maschi di accedere alla femmina. Ma la competizione non si arresta solo all’atto della copula. Quando una femmina si accoppia con molti maschi, sono addirittura gli spermatozoi degli orsi rivali ad entrare in competizione, gareggiando per numero e abilità nel raggiungere e penetrare le uova disponibili. Se ciò non bastasse, le femmine sembrerebbero in grado di utilizzare un meccanismo sorprendente di controllo durante la copula e, in ultimo, decidere chi sarà il padre dei loro piccoli. I maschi lottano ferocemente per riprodursi e, quando capita di osservare da vicino degli esemplari, non è raro notare ferite e cicatrici sulla testa lasciate dai morsi dei rivali. I maschi sono comunque in grado di imporre la propria dominanza anche in maniera più ritualizzata, sebbene non meno efficace.

“È metà maggio. Sì fatica a respirare mentre arriviamo al punto di osservazione previsto: l’aria è densa e calda. E’ strano, ma le stagioni sono imprevedibili qui tra le montagne abruzzesi. Un paio di chilometri più avanti, si stagliano le cime inverdite dalle praterie di alta quota. Il primo rigoglio primaverile. E’ l’abbaio di un capriolo che cattura la nostra attenzione verso il margine del bosco sottostante la prima cima. Dopo pochi secondi, un orso emerge dalla vegetazione. Dietro di lui, a circa 50 metri di distanza, avanza con sicurezza un secondo orso, decisamente più imponente del primo. Lo riconosciamo dalle marche, è il maschio M18. Il giovane avanza a bocca aperta e muove vistosamente il torace, in affanno. Si ferma più volte, si volta e riprende ad avanzare, accelerando ogni volta. M18 non perde un passo dietro di lui. Il pedinamento prosegue fino a quando il giovane si rifugia su una roccia, sospeso sul vuoto. A questo punto M18 si ferma, per poi riprendere a muoversi, come un pendolo, avanti e indietro davanti al giovane, lasciando ogni volta l’impressione di volersi allontanare, per poi tornare sui suoi passi. L’altro orso, che dal comportamento sembra essere un maschio subordinato, è ormai accasciato a terra, sempre in affanno. Dopo quasi tre ore di pedinamento e intimidazione, M18 si ferma nei pressi di una roccia, si alza sulle zampe posteriori e si mostra in tutta la sua altezza grattandosi. Dopo questa prova di dominanza, si allontana definitivamente. Quando abbiamo interrotto l’osservazione, essendo ormai buio, il giovane maschio era ancora a terra.”

Elisabetta

Un grosso orso maschio, nel pieno periodo riproduttivo, viene ripreso da una fototrappola mentre attraversa una faggeta, probabilmente sulle tracce di una femmina. Sulla testa si notano i segni lasciati dai combattimenti con altri maschi.

Dopo l’accoppiamento, se non ci sono ostacoli, l’uovo viene fecondato e si sviluppa in una piccola massa di cellule arrotondata, detta blastocisti. A questo punto, però, il normale sviluppo si arresta.

Negli orsi si verifica un fenomeno noto come “diapausa embrionale” e lo si osserva nei mustelidi (lontre, martore, ermellini, tassi ecc.), in molte specie di foche, nei marsupiali, nei topi e ratti ed anche nel capriolo. Dopo la fecondazione, la blastocisti rimane inattiva nell’utero della femmina fino al suo ingresso in tana, che coincide con l’inizio della fase letargica. Lo sviluppo dell’embrione riprende soltanto quando ci sono le migliori condizioni per fare sopravvivere i cuccioli. Nel caso dell’orso è il periodo del torpore invernale il momento giusto, al sicuro dai predatori. E’ la diminuzione del fotoperiodo, cioè del numero di ore di luce tipico di inizio inverno, ad innescare nelle orse la produzione di una cascata di ormoni che stimolano la mucosa uterina ad accogliere l’embrione. Ma se la femmina non ha abbastanza riserve di grasso o non è in buono stato di salute, questa cascata di effetti si interrompe e la gravidanza non viene portata a termine. Il fatto che dopo la fecondazione l’embrione entri in diapausa fa sì che la femmina possa tornare nuovamente in estro. Ne consegue che una femmina può accogliere nel suo utero più uova fecondate e, e, dato che una femmina si può accoppiare con più maschi nella stessa stagione riproduttiva, è probabile che una stessa cucciolata possa originare da più padri. Questa è una strategia efficace per aumentare la qualità e variabilità del patrimonio genetico della prole, ma anche, come leggeremo più avanti, per proteggere i piccoli da un’eventuale aggressione dei maschi.

In Appennino le femmine si riproducono ogni 3-4 anni. Intervalli più brevi sono stati osservati soltanto in caso di perdita dei cuccioli da parte della femmina oppure a seguito di annate di abbondanza di frutti del faggio.

Per alcune femmine adulte della popolazione appenninica non è mai stato possibile accertare un successo riproduttivo, anche nell’arco di dieci anni consecutivi di osservazioni. Tra l’altro, nonostante i cuccioli si allontanino dalla madre molto presto, ovvero nella loro seconda primavera di vita, le femmine rimaste sole, anche se osservate accoppiarsi, non sono mai state osservate accompagnate da prole l’anno successivo. La femmina F05 è stata una delle prime femmine studiate dai ricercatori. Nell’anno della sua cattura era già madre e negli anni successivi ha messo al mondo ben 8 cuccioli. F05 è stata una madre molto protettiva ed riuscita a fare sopravvivere l’88% dei suoi cuccioli fino ad 1 anno e mezzo di vita. Se vuoi conoscere la sua storia in dettaglio prosegui la lettura.

La femmina F05 è stata seguita con la telemetria e osservazioni dirette per molti anni e la sua storia è rappresentativa di molte orse dell’Appennino.

Tra gli 8 e i 25 anni di età, le femmine sono al massimo delle proprie capacità riproduttive. Poi la loro fertilità inizia a diminuire rapidamente. Le orse sono in grado di riprodursi già a 3,5 anni di età, sebbene in popolazioni numerose, come quella dell’Appennino Centrale che raggiunge nella sua area centrale di presenza una densità di 4 orsi ogni 100 km2, entrano in gioco diversi meccanismi regolatori, che possono far slittare il primo parto anche a 6 anni di vita e oltre. La presenza della madre, ad esempio, può agire da contraccettivo naturale per le figlie. Secondo meccanismi non ancora del tutto noti, essa sarebbe in grado di impedire loro di riprodursi. Tra gli orsi femmine vige infatti la regola del matriarcato, dal momento che le giovani femmine sono filopatriche, cioè molto legate al luogo di nascita, e tendono quindi a ricavare i propri territori all’interno o nei pressi di quello della madre. I ricercatori, combinando tecniche genetiche e radio-telemetriche, sono riusciti a dimostrare che femmine “vicine di casa” competono tra di loro per riprodursi. Le orse più basse di rango devono attendere il proprio turno per diventare madri. Questo può avvenire anche dopo diversi anni dal raggiungimento dell’età adulta. Una regola che può sembrare dura, ma che serve agli animali per spartirsi in maniera conveniente le risorse alimentari e ridurre così un possibile stress tra gli individui.

Riprodursi non è affatto scontato per un orso. E, in una popolazione piccola e minacciata, come quella dell’Appennino, ogni femmina che riesce a mettere al mondo dei cuccioli tiene accesa la speranza per il futuro.

Una femmina con i suoi tre cuccioli si muove con cautela mentre attraversa un pendio montano, annusando continuamente l’odore di un altro orso (fuori dell’inquadratura) che si muove poco più su lungo il pendio.

L’incontro tra un maschio e una femmina

Nella primavera del 2007 la femmina F05 era ancora associata al suo piccolo di un 1 anno e mezzo quando viene raggiunta dal maschio M06. Di fronte all’insistenza del maschio e alla arrendevolezza della femmina, per il giovane è iniziato il tempo di mettere in pratica tutte le proprie abilità per sopravvivere da solo. Se vuoi conoscere tutta la storia, scorri i mesi.

I maschi e le femmine utilizzano differenti modi per massimizzare il loro successo riproduttivo. Tuttavia, non sempre ciò che è vantaggioso per un genere può esserlo anche per l’altro.

Fin quando una femmina si accompagna alla sua prole, essa non è ricettiva. I cuccioli rimangono con la madre per due inverni, poi, tra aprile e maggio, cioè durante il periodo riproduttivo, quando essi hanno circa un anno e mezzo di vita, la madre li allontana. Intervalli così brevi sono stati osservati in popolazioni di orso bruno in Nord Europa e raramente in Nord America, dove la femmina può rimanere associata ai cuccioli anche per 3,5 anni. Nelle aree montuose dell’Asia meridionale, più povere di risorse alimentari, i cuccioli possono rimanere con la madre anche per 4,5 anni. Tuttavia, per un maschio attendere 3 o più anni per riprodursi di nuovo può essere troppo. Per ottenere ciò che vogliono, quindi, i maschi conoscono uno stratagemma piuttosto sbrigativo, l’infanticidio: uccidere i piccoli della femmina per renderla subito ricettiva, cosa che può avvenire anche pochi giorni dopo il “delitto”. Dopo questo evento traumatico, le femmine modificano il proprio comportamento. Se prima, con i loro piccoli, esse erano sedentarie e elusive, dopo pochi giorni dalla perdita queste riprendono a muoversi come le altre femmine. Da una ricerca condotta in Svezia è emerso che il 90% delle femmine colpite da infanticidio durante la stagione riproduttiva si sono riprodotte con successo la primavera successiva. L’infanticidio sembra quindi una tecnica efficace, ma affinché possa dare i suoi frutti, ogni maschio deve assicurarsi innanzitutto di non uccidere la propria prole e poi di riuscire a fecondare con successo la femmina. Basandosi su tecniche genetiche, i ricercatori svedesi hanno confermato che i maschi in qualche modo sanno riconoscere le femmine con cui si sono accoppiati la stagione precedente, forse annusando la femmina i cuccioli, e che, nel caso di infanticidio, essi pazientemente seguono le loro “vittime” aspettando che queste entrino in estro, assicurandosi così una nuova paternità.

Il ricercatore Andreas Zedrosser, del Dipartimento di Scienze Naturali e Salute Ambientale dell’Università di South-Eastern Norway, racconta i risultati delle ricerche condotte sulle strategie riproduttive degli orsi in Nord Europa.

Le femmine, ovviamente, non accettano con passività che i loro piccoli vengano uccisi. Le orse sono proverbialmente molto protettive e suscettibili; difendono a tutti i costi la loro prole e le aggressioni da parte dei maschi talvolta possono concludersi con il peggiore degli esiti, ovvero con la morte di una madre che tenta di proteggere i suoi piccoli. Così, per ridurre al minimo il rischio di infanticidio, le femmine mettono in atto una loro contro-strategia. La più semplice e efficace ovviamente è quella di evitare le zone frequentate dai maschi durante la stagione degli amori, muoversi meno oppure scegliere delle aree “scudo” dove sia più difficile incontrare un maschio. Alcune ricerche condotte in Nord Europa riportano che, come fanno le prede per evitare un predatore, anche le femmine di orso scelgono deliberatamente a primavera aree ai margini di centri abitati, cioè a 1-2 km di distanza, in genere poco frequentate dai maschi notoriamente più schivi nei confronti dell’uomo, oppure aree marginali e isolate, anche se più povere di risorse alimentari. Le femmine possono anche scegliere di investire più nella sicurezza dei loro piccoli che nella disponibilità di cibo, aspettando di recuperare energie in estate e autunno. L’altra loro strategia è quella di confondere i potenziali padri. Basandosi su dati telemetrici e genetici, si è visto che le femmine scelgono di accoppiarsi con tutti i maschi vicini, così che ognuno di essi sia convinto di essere il padre dei piccoli che nasceranno la stagione successiva. La cosa sorprendente è che, nonostante la promiscuità, è sempre il maschio più possente e con il patrimonio genetico migliore a garantire la trasmissione dei propri geni.

Un caso di infanticidio in Appennino

A fine agosto 2006, i ricercatori osservano una femmina con due cuccioli alla ricerca di bacche di ramno su un ghiaione in alta quota. Nello stesso periodo altri tre orsi frequentavano con regolarità lo stesso ramneto, tra cui sicuramente un maschio adulto. Il 2 settembre dello stesso anno, al tramonto, il gruppo familiare viene osservato ancora al completo. Ma il giorno successivo, i guardiaparco in servizio vedono una femmina con un solo piccolo. Passa ancora un giorno e, all’alba non si osserva più alcun orso nel ramneto, ma controllando con il cannocchiale il margine nel bosco, i guardaparco intravedono due piccole sagome scomposte nell’erba. A seguito del sopralluogo, sono rinvenuti i corpi inermi dei due cuccioli con le ossa fratturate; tutto attorno rami spezzati e segni di unghiate sui tronchi. Perché uccidere i cuccioli fuori stagione? Forse, a detta di alcuni studiosi, per tentare di accoppiarsi o in alternativa come investimento per la successiva stagione riproduttiva.

I maschi stabiliscono delle gerarchie durante la stagione riproduttiva che possono restare in vigore anche diversi anni. Nel 2007 il maschio M06 è stato trovato avvelenato insieme ad altri due orsi. M06 aveva un territorio di 180 km2, che includeva almeno 5 orse note. Non è possibile ad oggi conoscere il destino dei suoi piccoli, ma non è possibile escludere che qualcosa di irreparabile sia accaduto.

La morte di un orso causata dall’uomo può innescare una catena di infanticidi. Se la morte di un dominante lascia vacante un territorio, altri maschi lo colonizzeranno, uccidendo la prole del maschio scomparso. Un duro colpo per una popolazione così a rischio.

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