L’albero della cuccagna

L’albero della cuccagna

I frutti del faggio sono delle vere e proprie bombe caloriche per gli orsi

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C’è aria di promessa in Appennino centrale. Dopo diversi anni di attesa, in primavera, i faggi sono in fiore, e già a partire da fine luglio i rami si piegano sotto il peso dei frutti non ancora maturi.

Oltre 30.000 frutti o faggiole possono essere prodotti da un singolo albero in una stagione vegetativa. Una vera cuccagna per centinaia di specie animali, se i frutti riescono ad arrivare a maturazione, che si verifica soltanto in alcuni anni molto speciali. Ma è in autunno che le foreste si animano più degli altri anni. I rami degli alberi vengono presi di mira da uccelli, come cince e fringuelli, e roditori, tra cui ghiri e scoiattoli, che fanno incetta dei frutti. Le faggiole mature cadono a terra per gravità, sollecitate dai numerosi visitatori e dalle folate di vento autunnali. La lettiera si ricopre di migliaia di cupole coriacee spinose e scricchiola sotto il peso di cinghiali, cervi e caprioli che vi affondano il muso alla ricerca di cibo. Ma c’è fermento anche sotto terra. Le arvicole operose trasportano e accumulano le faggiole nei loro cunicoli per assicurarsi una riserva di cibo per l’inverno e la primavera successiva. Ovviamente l’orso non rimane indifferente a questa cuccagna.

L’occhio invisibile di una videocamera remota rivela i movimenti di orsi e cinghiali alla ricerca di faggiole in una faggeta di montagna agli inizi dell’inverno.

L’autunno del 2007 è stato un anno di straordinaria pasciona nel Parco. Già a partire dalla prima settimana di ottobre gli orsi sembravano essersi dati un appuntamento. Nel giro di poche settimane due femmine adulte, F07 e F06 e un maschio giovane M09 sono stati localizzati nella stessa valle, all’interno di una delle foreste più rigogliose nel cuore del Parco. Quando le faggiole sono molto abbondanti, gli individui possono nutrirsi a lungo anche in aree molto ristrette senza mai abbandonarle. Mediante la radiotelemetria abbiamo scoperto che alcuni orsi hanno frequentato aree di dimensioni inferiori al mezzo chilometro quadro per quasi una settimana.

Elisabetta

Tonnellate di calorie

Il frutto del faggio o “faggiola” è costituito da una cupola coriacea che racchiude al suo interno due acheni, semi triangolari e legnosi che contengono zuccheri e una grande quantità di olii. Ogni frutto corrisponde a circa 2 chilocalorie. In un anno di pasciona una foresta può produrre in media 246 kg di faggiola per ettaro, quindi ogni ettaro di foresta può contenere fino a 500.000 kcal. Se si considera che le foreste di faggio coprono circa 24455 ha nel Parco, in un solo anno possono essere prodotte oltre 6000 tonnellate di frutti. A confronto con altri frutti polposi (es. mele o pere) le faggiole sono più ricche non solo di grassi (18.4%) ma anche di proteine (14.6%) e di minerali. Con un solo cibo gli orsi riescono a ingrassare rapidamente senza quasi nessuna fatica. Un cibo ipercalorico e nutritivo che consente alle femmine di portare avanti la gravidanza e poi far nascere e allattare i piccoli.

Quando i frutti sono pienamente maturi e “piovono” a terra, in autunno, gli orsi trascorrono le giornate arando il terreno come i cinghiali. Negli anni di scarsa produzione di frutti, la competizione con uccelli, roditori e cinghiali è così alta da indurre gli orsi ad adottare un’altra strategia: arrampicarsi sugli alberi e cogliere i frutti direttamente dai rami. Dopo un autunno di pasciona, i semi nascosti tra le foglie morte della lettiera, prima, e coperte dalla neve invernale, poi, attendono la primavera e così fanno anche gli orsi nelle loro tane. Da aprile fino a giugno, i frutti che sono riusciti a resistere per mesi all’attacco di muffe, batteri, insetti ma anche uccelli e mammiferi diventano un eccezionale integratore di nutrienti alla dieta degli orsi. Questi animali utilizzano il loro raffinato olfatto e acuto udito per scavare tra le foglie e frugare nelle “stive” dei piccoli roditori. Sebbene cervi e cinghiali siano presenti in gran numero nel Parco, dopo la pasciona gli orsi trovano ancora ghiande e faggiole in abbondanza anche in primavera. Insomma: ce n’è per tutti.

Una cincia mora becca il frutto di un faggio ancora attaccato all’albero. In Appennino sono solo gli orsi ad approfittare degli anni di pasciona, ma decine di specie diverse.

Era il 14 dicembre del 2007. Tre degli orsi che seguivamo erano rimasti in una stessa area per settimane. Mediante la telemetria ci eravamo assicurati che gli orsi fossero lontani ed eravamo addentrati nella foresta cercando di sovrapporre i nostri passi per non fare rumore. Ricordo che era una giornata molto ventosa, e probabilmente i tonfi della faggiola a terra attutivano il rumore dei i nostri passi, perché a poche decine di metri da noi, un orso girava tranquillo intorno alla base degli alberi per poi riprendere a muoversi in linea retta, lentamente, pochi metri al minuto. Teneva il muso quasi sempre a terra, anche se a volte lo sollevava per ascoltare e guardarsi intorno. Un vero signore nell’alimentarsi. Afferrava i frutti delicatamente con le labbra, masticava la cupola e la lasciava cadere lateralmente alla bocca, per poi deglutire i semi. La cosa affascinante è che mentre si spostava indugiava su ogni zampa con tutto il suo peso, quasi a lasciare un calco di ogni piede nella lettiera. E’ così che gli orsi marcano e segnalano il proprio passaggio agli altri orsi. Un modo per non pestarsi troppo i piedi.

Elisabetta

Il germoglio di un giovane faggio. Trascorso l’inverno, milioni di faggiole ricoprono il suolo e da quelle scampate a funghi, muffe e animali nascono gli alberi del futuro.

La presenza di faggiole in gran quantità controlla sia i movimenti dell’orso sia il metabolismo invernale. Negli anni di pasciona, ad esempio, alcuni orsi non solo entrano in tana più tardi, ma dormono di meno. Sono soprattutto gli orsi che hanno bisogno di più energia, i giovani di due anni e le femmine con cuccioli, ad approfittare di questi mesi extra di alimentazione. Nell’inverno 2006-2007, il giovane orso M09 non è mai entrato in una tana, mentre la femmina F06 ha interrotto il suo lungo sonno per un giro esplorativo di approvvigionamento a frutti di faggio.

Una ricercatrice solleva un’antenna da telemetria per seguire a distanza i movimenti di un orso munito di radiocollare. Questa tecnica è fondamentale per comprendere il comportamento di questi animali durante le fasi di pasciona.

Era il 25 febbraio del 2007 quando rilevammo il segnale del collare dell’orsa F06 in una direzione diversa dal solito. Percorrevamo la valle ogni due giorni per controllare e verificare a distanza che l’orsa fosse in tana. Non era la prima volta che percorrevo quella valle di inverno. Ma quell’anno la valle era diversa. La neve era decisamente sottosopra. La valle era percorsa in lungo e largo da centinaia di tracce di cinghiali e cervi e c’erano scavi ovunque. F06 era uscita dalla tana, mentre il giovane maschio M09 non vi era neanche mai entrato. La neve era alta circa 40-50 cm, ma in alcuni tratti si affondava anche di un metro. Seguii le tracce dell’orsa lungo un pendio ripido e attraverso una serie di doline per poi abbandonarle quando si infilarono in una nuova valle. Lungo tutto il percorso, di circa 5 km, l’orsa si era fermata più volte affondando ripetutamente il naso nella neve per una decina di centimetri, scavando buche circolari ogni volta. In un punto si era scavata addirittura un giaciglio sotto un tronco marcio, probabilmente per riposare. E’ rimasta attiva nella valle adiacente per circa sette giorni, per poi ritornare nella zona della tana originale fino alla prima settimana di aprile.

Elisabetta

La prima neve rivela il passaggio di una famiglia di orsi in una faggeta. Con l’arrivo dell’inverno, negli anni di pasciona, l’attività di questi animali si concentra molto in queste foreste.

Ma la faggiola dà un vero e proprio “potere” agli orsi. Dal 2004 al 2019, gli orsi hanno dovuto aspettare da un minimo di due fino addirittura cinque anni per una annata di pasciona. Negli anni successivi a quelli di cuccagna, i tecnici e i ricercatori hanno confermato, così come avviene ad esempio negli orsi neri, che più femmine diventano madri. Ma la regola non vale sempre. Infatti, nonostante la scarsa produzione di faggiole osservata dal 2015 al 2018, le nascite sono comunque restate numerose, ad indicare che anche in questi anni le femmine di orso hanno trovato cibo in abbondanza, tra ghiande (cerro e roverella) e altri frutti che maturano in estate e in autunno. La straordinarietà dell’Appennino per l’orso consiste proprio in questa stragrande offerta di frutti secchi e frutti carnosi, la cui tutela può garantire la sopravvivenza di questo adattabile animale.

L’esperto di orsi americano David Mattson ci spiega l’importanza dei frutti secchi, in generale, come risorsa alimentare per gli orsi e la dipendenza degli orsi grizzly per i semi di pino cembro e il ruolo che gli scoiattoli rossi svolgono nel trasferire i semi dagli alberi all’orso.

Ci sono anni in cui ogni albero faggio produce più fiori degli anni precedenti e tutti o quasi gli alberi del popolamento fanno la stessa cosa. Questo fenomeno non avviene in genere ad intervalli che possono variare da 2 fino a 10 anni. E’ così, ovvero sincronizzandosi, che le piante impollinate dal vento massimizzano la probabilità di rigenerarsi. Ma tutto questo avviene solo se si verificano certe condizioni climatiche e metereologiche. Se ad un’estate fredda e umida segue una un’estate calda e secca, nell’anno successivo i faggi interromperanno la loro crescita per riprodursi, ovvero fiorire, sempre che la primavera sia stata mite. In genere sono le piante con oltre trenta anni di età quelle che producono più frutti. Dopo una fioritura massiccia, è raro che gli alberi abbiano ancora energie per una nuova abbondantissima produzione l’anno successivo. Da qui nasce la periodicità nella produzione di fiori e, a cascata, di frutti. Ma cosa può provocare il fallimento di un anno di pasciona? Forti precipitazioni e gelate primaverili possono inibire la formazione del polline, l’impollinazione e quindi al fioritura, così come una forte siccità estiva può provocare l’aborto dei frutti anche se è avvenuta l’impollinazione. La sensibilità alla siccità rende il faggio, più delle querce, una specie molto suscettibile ai cambiamenti climatici.

In estate e in autunno, soprattutto, gli orsi possono assumere fino a 20,000 chilocalorie e se possono sfruttano tutte le ore del giorno per trovare cibo. Le faggete occupano il cuore del Parco e più della metà del territorio protetto, e gli orsi non vi trovano solo cibo ma anche sicurezza e tranquillità. Scendendo vero quote più basse, intorno a 1000-2000 metri, le faggete cedono il passo ai querceti: centinaia di chilometri quadrati di boschi di cerro e roverella con ghiande molto nutrienti e appetibili per gli orsi in autunno. Un bosco di cerro, ad esempio, può produrre in media più di 500 chilogrammi di ghiande in mille metri quadri e quasi tutti gli anni, sebbene ci siano anche per le querce delle annate di produzione molto più abbondante del solito: anche le querce hanno le loro annate di pasciona. Questo attrae inevitabilmente gli orsi in aree meno sicure e meno tranquille.

Alla fine dell’inverno, un orso si nutre delle ghiande cadute al terreno. Rispetto alla faggiola, il frutto della quercia è una risorsa alimentare più diffusa ed accessibile.

Al di fuori delle aree protette, la fruizione non controllata del territorio a scopo ricreativo e produttivo all’interno di faggete e querceti in autunno potrebbe non consentire agli orsi di alimentarsi in maniera adeguata in una stagione molto critica. Tutelarle è anche una nostra scelta quotidiana.

L’orso e la formica

L’orso e la formica

Vere dominatrici della Terra, le formiche tessono le fila dell’esistenza di decine di specie di piante e animali, compreso l’orso.

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In una giornata di metà maggio, quando l’aria è umida e calda, basta abbassare il proprio punto di vista a pochi millimetri dal terreno per entrare in un regno incredibile, quello delle formiche.

Quando le temperature superano i 20 gradi centigradi c’è fermento, sopra e sotto la terra. Le formiche brulicano sulle cime dei massi, tra i ciuffi di erba e gli arbusti, sui cumuli di terra, tra le foglie della lettiera, sulle radici e le cortecce degli alberi. In pochi metri quadri, milioni di formiche in colonna esplorano il territorio in cerca di bruchi, ragni, semi e frutti, mentre altre accudisco e “mungono” gli afidi, e altre ancora combattono e arruolano alleate in difesa della propria colonia. Rifugiate all’interno dei nidi, le operaie di una stessa colonia, costruiscono e difendono il nido e si prendono cura delle regine madri, le puliscono e le nutrono, così come fanno con le uova da loro deposte che diventeranno larve, poi pupe e infine adulte. E’ dalla nascita di nuove regine vergini e da maschi alati che dipende il futuro della colonia. La vita di quest’ultima ruota attorno ad un unico obiettivo: riprodursi, difendersi e propagarsi. Una colonia di formiche può considerarsi come un macro-organismo autosufficiente e la sua forza è proprio nella capacità delle formiche di creare solidi legami e complessi ordinamenti sociali. Ogni formica ha un suo ruolo all’interno di una struttura gerarchica, organizzata in caste. L’unione fa la forza e ogni colonia ha un proprio odore identificativo e unico che rafforza i legami. Quando arriva la stagione riproduttiva, a partire da fine giugno, sciami di regine vergini e maschi alati emergono dai nidi e gremiscono l’aria accoppiandosi. Le regine, sopravvissute a rospi, ragni, uccelli e all’attacco di altre formiche territoriali, si strappano le ali e cercano un posto in cui scavare un nuovo nido o tornano nei nidi originari, mentre i maschi muoiono nel giro di poche ore, lasciandosi però dietro migliaia di discendenti.

In soli 20 metri quadri di terreno è possibile contare decine di nidi di specie diverse di formiche, ognuno contenente migliaia di insetti e l’orso non si lascia sfuggire questa occasione.

Ad un occhio inesperto tutte le formiche sono uguali, ma non è così. Negli ultimi anni, attraverso analisi dettagliate dei resti delle formiche trovati negli escrementi di orso, si è scoperto che gli orsi si alimentano di più di quaranta specie diverse. La ricchezza di ambienti del Parco (praterie, radure, cespuglieti e foreste) rappresenta un contesto ideale per la vita di questi insetti e ospita, in realtà, ben più di ottanta specie diverse. Le formiche sono costruttrici di “grattacieli” aerei e sotterranei che possono raggiungere diversi metri, sia in profondità che in larghezza. Le operaie sono dei formidabili ingegneri: esse scavano i nidi in verticale e muovendosi tra i vari livelli, trasportano negli “appartamenti” migliori le future generazioni. Questo per far fronte a qualsiasi variazione di condizioni ambientali che potrebbe compromettere il successo riproduttivo della colonia, come per esempio temperature troppo fredde (sotto i 10 gradi) o troppo calde (sopra i 30 gradi). Infatti, i nidi sono progettati per assicurare le giuste condizioni di temperatura e umidità necessarie per allevare le covate. Le formiche concentrano i nidi sotto le rocce, in genere appiattite e appena infossate sul terreno e ben esposte al sole: riscaldandosi rapidamente, le pietre creano la giusta temperatura per “svegliare” la colonia, mentre le larve, grazie al tepore e al rifornimento di cibo garantito dalle operaie, crescono più rapidamente. Altre specie, invece, costruiscono monticelli di terra o “acervi”, che possono essere composti di foglie, steli di erba e aghi di conifere. Gli acervi, che possono raggiungere anche un metro di altezza, sono ricchi di gallerie e camere interconnesse tra di loro. Altre specie ancora costruiscono il loro nido in cavità preesistenti di alberi o tronchi, in genere morti o morenti.

Foraggiatrici di Lasius fuliginosus pattugliano il loro territorio in cerca di cibo che trasportano nei loro nidi ricavati dentro vecchi faggi.

Tra giugno e luglio gli orsi trascorrono moltissimo tempo a rovistare sotto rocce, alberi morti o cumuli di terra alla ricerca dei nidi di formiche, che in questi mesi brulicano degli insetti adulti e delle loro covate.

Tra giugno e luglio, più del 36% della dieta dell’orso è assicurato dalle formiche. Durante annate particolarmente calde e secche, quasi la metà della dieta può essere composta da sole formiche. Questi valori sono confrontabili con quelli di altre popolazioni sia di orso bruno che di orso nero, ma sono tra i più alti documentati per l’orso bruno in Europa. Il picco di consumo, tra fine giugno e la metà di luglio, coincide con la presenza delle covate (uova, pupe e larve) nei nidi, ma gli orsi possono consumare formiche adulte tutto l’anno. I plantigradi fanno affidamento sui loro artigli per avere accesso ai nidi, sia che questi si trovino sotto una roccia o all’interno di un tronco o di un acervo. Sollevano le rocce, che possono raggiungere anche 3 metri quadri di superficie e alcuni quintali di peso, e scavano sulla superficie dei nidi a zampate veloci. Se le formiche sono aggressive, gli orsi le lasciano sciamare sulle loro zampe per poi leccarle, oppure leccano direttamente la superficie devastata. Il tempo necessario alle operaie per mettere in salvo le covate nelle profondità del nido è in genere superiore alla decina di secondi e ciò offre all’orso la possibilità di una vera propria razzia. Insieme alle formiche però, gli orsi ingurgitano anche detriti di terra e le foglie che fanno parte nel nido, come si può indovinare osservando da vicino una fatta di orso.

Un mirmecologo può identificare le specie di formiche recuperate in una fatta di orso, in base alle differenze morfologiche dei resti indigesti delle teste, dei toraci e degli addomi.

Perché gli orsi mangiano le formiche? Le formiche sono ricche di proteine, grassi e aminoacidi molto rari di cui gli orsi sono privi, tutti nutrienti fondamentali per mettere su massa corporea, favorire l’accrescimento e l’accumulo di grassi. Ogni formica può fornire circa 0,004 chilocalorie e gli orsi possono consumarne anche milioni al giorno. Poche ore di scavo di nidi e ribaltamento di sassi, possono soddisfare gran parte del loro fabbisogno energetico. Durante la stagione primaverile, gli orsi adulti necessitano di integrare le riserve proteiche eventualmente perse durante la fase di svernamento (gli orsi possono perdere dal 20 fino al 40% del peso accumulato in autunno), così come i cuccioli di appena 5-6 mesi (nati in tana) ne hanno necessità per crescere.

All’inizio dell’estate, un orso si aggira tra i ginepri alla ricerca di nidi di formiche. Una volta, attaccate, le operaie di Formica pratensis si difendono spruzzando a distanza di decine di centimetri acido formico.

Gli orsi hanno un’unica filosofia di vita: mangiare tanto e con poco sforzo. Nel caso delle formiche, essi preferiscono soffermarsi a lungo su pochi nidi ma abbondanti, oppure vagano sollevando tutte le pietre e i tronchi che trovano.

Gli orsi si alimentano soprattutto di 5 generi di formiche. I generi Formica e Lasius ricorrono in più del 70% degli escrementi contenenti questi imenotteri. Seguono Tetramorium (circa 40%), Camponotus (circa 24%) e Myrmica (circa 20%), che sono anche i generi più abbondanti nel Parco. Tra i Lasius, gli orsi vanno ghiotti soprattutto delle specie gialle, ovvero di piccole formiche del colore del miele. Quando gli orsi ne scovano i nidi, se ne cibano in maniera esclusiva. Queste formiche, infatti, formano colonie molto grandi, sia superficiali che sotterranee, molto ravvicinate tra loro. Inoltre, le operaie producono una secrezione, ovvero un feromone, molto odoroso e dolce che sembra attrarre gli orsi. Queste formiche, inoltre, una volta disturbate, sono tra le più lente a mettere in salvo le covate. La maggior parte delle formiche del genere Formica costruisce monticelli visibili che ospitano colonie molto numerose: un ottimo bottino per gli orsi, perché consente loro di mangiare a lungo senza muoversi troppo (con grande risparmio di energia). Tra tutte dominano le specie appartenenti al gruppo Serviformica, come Formica pratensis e Formica sanguinea. Gli altri generi formano colonie più piccole, o comunque meno “vistose”, ma sono ubiquitarie nel Parco. La presenza nella dieta di formiche del genere Myrmica è alquanto curiosa, essendo di per sé insetti molto aggressivi, battaglieri e dotati di un pungiglione, e in genere evitate da molti mammiferi anche insettivori. Ma non sembrerebbe essere il caso dell’orso marsicano. Gli orsi in Appennino preferiscono cibarsi soprattutto di formiche che vivono in praterie aperte o nelle zone di transizione con le foreste, mentre sono pochissime, in pratica solo due, le specie consumate nelle faggete che fanno nidi scavati nel legno. Si tratta della formica Lasius fuliginous e di Aphaenogaster subterranea. Negli escrementi sono state trovate da una fino a sei specie diverse di formiche, a seconda della strategia di alimentazione messa in atto dagli orsi.

Milioni di anni di evoluzione hanno consentito a questi insetti di pochi millimetri di regolare la vita di interi ecosistemi.

I Lasius gialli costruiscono la loro colonia parassitando e schiavizzando altre formiche Lasius, fino a prendere il sopravvento. In Appennino, questi insetti scavano i loro nidi sotto le rocce, ma sono costruttori di voluminosi cumuli costituiti da terra e detriti vegetali. Queste formiche sono esperte nell’allevamento di afidi e si nutrono d’altronde quasi esclusivamente di sostanze zuccherine, che ricavano appunto dagli escrementi di questi insetti. Infatti, gli afidi si nutrono della linfa zuccherina del floema delle piante, aspirandola attraverso la proboscide aghiforme. La formica si avvicina con le antenne e le zampe anteriori e l’afide risponde emettendo una goccia di liquido dall’ano. La formica reagisce leccando la melata e passa da un afide all’altro nutrendosene fino a gonfiare il proprio addome. Essa poi ritorna al nido satolla e rigurgita la melata nella bocca delle compagne. Queste formiche sono delle vere e proprie allevatrice di bestiame, e gli afidi vengono allevati a distanza o addirittura nel nido stesso. Questo tipo di relazione si chiama simbiosi mutualistica o trofobiosi: cibo in cambio di protezione.

Lasius fuliginosus è il “padrone” delle foreste di faggio. E’ una specie molto territoriale e si difende predando le formiche nemiche. Le foraggiatrici pattugliano aree esclusive di dimensioni anche di centinaia di metri quadri che includono decine di alberi, utilizzati a loro volta sia per allevare gli afidi che come nidi primari e secondari. Infatti, le operaie ricavano i nidi all’interno di crepe o buchi di vecchi faggi. I nidi sembrano fatti di cartone, ma non si tratta altro che di legno macerato e cementificato dalla loro saliva. Esse foraggiano di giorno e di notte senza sosta, formando delle vistose colonne che brulicano da un albero all’altro. Ma non sempre riescono a tornare a bocca piena, perché in agguato ci sono dei veri e propri truffatori. Si tratta di un coleottero del genere Amphotis molto abile a comportarsi da “operaia sorella” in cerca di cibo. Il coleottero tamburella la testa delle formiche e ne stimolano il rigurgito. Quando le formiche si accorgono dell’inganno, attaccano, ma il coleottero ritira le zampe e diventa praticamente intoccabili.

Nella sequenza: Lasius giallo spp., Lasius Fuliginosus, Formica pratensis, Tetramorium spp.

Formica pratensis è facilmente riconoscibile perché ha delle note rossastre nella colorazione e per il fatto di costruire acervi anche di diversi metri di diametro con aghi di ginepro, terra e erba. Sono note per essere “predatrici più specializzate”delle altre formiche, ma soprattutto per avere un sistema molto efficace di difesa. Quando si sentono attaccate, esse si lanciano contro il nemico, ed ergendosi sulle zampe posteriori, spruzzano a distanza di decine di centimetri acido formico. In generale, le formiche possono essere paragonate a dei veri e propri battaglioni armati, che serbano nel proprio codice genetico ogni dettaglio di una complessa strategia di attacco e difesa. La colonia viene prima di tutto.

Le formiche Tetramorium formano colonie meno numerose rispetto ai generi Lasius e Formica e sono dominate da un’unica regina. Queste formiche predano ragni e altri insetti, oltre a cibarsi di sostanze zuccherine. Inoltre, esse hanno stretto un “accordo” con il bruco di una farfalla licenide (genere Polyommatus). Privo di protezioni intrinseche contro i predatori e le vespe che possono parassitarlo depositando all’interno del suo corpo le proprie uova, il bruco ha sviluppato una stabile forma di simbiosi con queste formiche. Grazie a delle ghiandole speciali i bruchi sono in grado di produrre un liquido ricco di zuccheri e aminoacidi di cui le formiche vanno ghiotte e che le spinge a proteggerli avvolgendoli con pareti di terra o nascondendoli nei loro stessi nidi.

Ogni anno, in Appennino, tutti gli orsi, indipendentemente dall’età e dal sesso, consumano formiche con costanza. Un punto fermo nella dieta degli orsi, le formiche sono fondamentali per la crescita e sopravvivenza dei cuccioli di orso. Le femmine e i giovani rispetto ai maschi adulti sono di dimensioni più piccole e quindi, a parità di formiche consumate, possono mettere peso più rapidamente. Inoltre le formiche sono ovunque, e quindi non attirano più orsi nello stesso punto, come potrebbe fare ad esempio la carcassa di un cervo. Questo consente alle femmine con piccoli di trovare spazi tranquilli e sicuri, lontani dai maschi adulti, che proprio in primavera possono essere molto pericolosi per i nuovi nati.

Un voluminoso acervo di terra costruito come nido dalle operaie di Lasius giallo.

Minnesota e Appennino, due paesi, due orsi, stessa storia

L’esperto di orsi americana Karen Noyce ci ha spiega l’importanza formiche come risorsa alimentare per l’orso nero in Minnesota. “Nel Nord del Minnesota – Karen racconta con un entusiasmo contagioso – gli orsi neri consumano un quantitativo inaspettato di formiche, soprattutto se messi a confronti con altre popolazioni di orso nero. Da giugno fino a metà luglio più del 50% della loro dieta è costituita da formiche, tra adulti, larve e pupe”. Le formiche sono davvero cruciali per gli orsi da lei studiati. Karen ci spiega che quando escono dalle tane, gli orsi giovani, le femmine che hanno partorito l’anno precedente e quelle che hanno appena partorito, hanno bisogno di rimettersi in forze. I giovani, soprattutto, devono utilizzare tutto il loro tempo per mettere su ossa e muscoli. Con il progredire dei mesi, l’erba diviene sempre più povera di proteine e la stagione della frutta è lontana, ma ecco che le formiche, ricche di proteine e grassi, diventano attive e si riproducono. “Proprio al momento giusto – esclama Karen con un sorriso ancora meravigliato – Grazie alle formiche, almeno nella nostra area di studio, i giovani orsi continuano a crescere e non perdono peso, come succede invece in altre aree “. Ma la storia non è finita qui. Quando Karen ha iniziato a studiare la dieta degli orsi neri nel Nord del Minnesota, la sua più grande sorpresa è stata che di tutte le specie di formiche che lei e i suoi collaboratori osservavano brulicare in superficie nei boschi, praticamente nessuna era presente negli escrementi degli orsi. L’unica formica di cui si alimentavano gli orsi, era una piccola formica gialla, nota come Lasius umbratus, di cui non c’era traccia apparente in tutta la loro area studio. Da qui la curiosità e la voglia di trovare una risposta. Le formiche gialle conducono una vita più discreta e appartata delle altre formiche; vivono in profondità sotto terra e si nutrono principalmente della melassa prodotta da degli insetti, gli afidi, che le formiche stesse allevano. “Una volta trovato il nido, sempre che ci riesci – sorride Karen mentre racconta – ecco che ti appaiono migliaia di formiche con le loro larve, tranquille, che non fuggono e che al massimo liberano una sostanza difensiva che sa di citronella, che le rende forse ancora più appetibili o individuabili. Un pasto facile e nutrienti che non sfugge al fiuto dell’orso”. La stessa cosa è accaduta ai ricercatori dell’Università di Roma, perché anche gli orsi appenninici trovano irresistibili le formiche gialle: “L’unica volta che sono riuscito veramente a vederle tutte assieme e numerose è stato durante un involo nuziale – racconta Maurizio Mei dell’Università La Sapienza – mi sono volate decisamente sopra la stessa”.

Gli orsi in Appennino mangiano formiche tutto l’anno. Le formiche sono una fonte di nutrienti ricca, costante e importante per la crescita e sopravvivenza di questa popolazione e anche quella che forse risentirà meno dei cambiamenti climatici: una garanzia per il futuro dell’orso.

Una bacca speciale

Una bacca speciale

L’incredibile attrazione esercitata sugli orsi da un frutto minuscolo, ma dolcissimo

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È la fine di luglio quando ormai cala il sipario sulla stagione riproduttiva degli orsi. Un animale solitario taglia con determinazione un anfiteatro di radure e ghiaioni di alta quota, soffermandosi ad investigare qualche cespuglio.

Dalle foglie emergono piccoli grappoli di frutti polposi e sferoidali di colore rosso scuro: l’orso li annusa con insistenza e passa al prossimo cespuglio. Sono arbusti di ranno alpino e siamo all’interno di quello che viene definito comunemente un ramneto. C’è un senso di operosa anticipazione nell’aria in vista dei prossimi mesi. In pochi giorni o settimane, a seconda della stagione e del versante, le bacche si tingeranno di nero per diventare appetibili per il palato degli orsi. Più o meno nello stesso periodo, e con modalità molto simili negli anni, gli orsi del Parco raggiungono queste aree di rocce assolate da ogni direzione. E’ il tempo del ranno per gli orsi.

Un giovane orso marsicano annusa un cespuglio di ranno per individuare i grappoli con le bacche più mature.

E’ un fenomeno simile a quello che si verifica in Nord America nei corsi d’acqua frequentati dai salmoni, anche se non della stessa entità, ovviamente. Li si possono osservare oltre sessanta orsi alimentarsi e tollerarsi nella stessa area. Ma anche nel Parco non è così raro osservare fino a dieci orsi avvicendarsi tra i cespugli in una stessa sera a poche decine di metri di distanza.

Elisabetta

Da oltre 10 anni, ricercatori e tecnici trascorrono le estati osservando gli orsi alimentarsi nei pressi dei ramneti. I primi orsi iniziano ad arrivare già dalla prima settimana di agosto, ma il picco delle aggregazioni si ha tra la metà di agosto e la prima settimana di settembre. Ogni anno maschi e femmine solitari di tutte le età, e femmine con piccoli o giovani al seguito hanno da trenta fino a sessanta giorni per alimentarsi di questi frutti, a seconda dei fenomeni meteorologici (pioggia e temperatura) che possono influire sul livello della maturazione e di persistenza dei frutti. Con il trascorrere delle settimane gli orsi si spostano da un anfiteatro all’altro seguendo la maturazione delle bacche, sostando per quasi un mese nel caso di alcuni siti particolarmente popolati di piante. Da metà settembre gli avvistamenti diventano molto rari e gli orsi si spostano verso quote più basse alla ricerca di pere, mele, ghianda o faggiola a seconda delle annate.

Perché gli orsi mangiano il Ranno?

Il ranno alpino (Famiglia: Rhamnaceae) è una arbusto perenne e pioniere ubicato tipicamente nella fascia altimetrica superiore a quella del faggio (tra i 1125 e 2225 metri). Gli arbusti alti pochi metri si sviluppano su pendii rocciosi calcarei, aridi ed esposti al sole, nelle fessure delle rocce, nelle cenge e ai margini e nelle radure di boschi di faggio. I frutti, in numero di 3-8 drupe, sono riuniti in grappoli e possono contenere fino 2-3 semi. In un territorio di circa 1800 km2, il ranno si sviluppa su una superficie di non oltre 30 km2 sotto forma di popolamenti più o meno continui che variano in estensione dai 3 ai 13 km2. In termini di energia metabolizzabile, ogni frutto ha un contenuto calorico di circa 2,8 chilocalorie. Assumendo che gli orsi si alimentino al massimo della loro efficienza e utilizzando valori di efficienza di ingestione osservati in cattività e considerando un tasso di defecazione di 7 escrementi al giorno e che in ogni escremento di orso è stato possibile contare fino a 5000 semi di ranno (corrispondenti a circa 1700 frutti), un orso potrebbe consumare oltre diecimila frutti al giorno, corrispondenti a un pasto di circa 8000 chilocalorie (sufficienti a sfamare una persona per due giorni interi).

Il ranno può contribuire a più della metà del fabbisogno energetico giornaliero di un orso:un ottimo alimento per prendere peso prima dell’inverno.

Questa bacca di pochi millimetri di diametro e un peso di soli 0,26 grammi sembrerebbe avere tutto il necessario per consentire agli orsi di ingrassare e prepararsi per l’inverno. In tarda estate, infatti, gli orsi possono scegliere tra oltre diciannove specie diverse di frutti, ma traggono nutrimento ed energia consumando principalmente questa unica bacca che in alcuni anni contribuisce ad oltre il 70% dell’energia assimilata. Anche in anni di abbondanza di frutti secchi ricchi di zuccheri e grassi come quelli del faggio, il ranno contribuisce da solo a quasi metà della dieta in estate. Uno studio condotto con diverse tecniche tra il 2006 al 2008 (osservazioni dirette, monitoraggio genetico e radiotelemetrico), ha documentato che oltre la metà degli orsi nel Parco frequenta con regolarità ogni anno queste aree tra agosto e settembre. Una dieta composta solo da frutta potrebbe comportare alti costi metabolici per un orso, ma gli orsi appenninici a causa del loro ridotto fabbisogno corporeo sono meno vincolati da una dieta essenzialmente frugivora rispetto ad orsi più grandi. I giovani orsi e le femmine, in particolare, che possono pesare anche molto meno della metà di orso maschio adulto, sono in grado di accumulare facilmente grasso e massa magra mangiando principalmente frutti.

Gli orsi non si lasciano sfuggire un colpo, quando si tratta di cibo. Il ranno per un orso è un boccone prelibato ottenuto senza troppo fatica

La facilità con cui gli orsi trovano, manipolano e assimilano nutrienti dal ranno, rendono questo frutto un cibo ideale nel periodo di iperfagia degli orsi. Gli arbusti sono distribuiti in maniera gregaria sul territorio e rappresentano quindi una risorsa facile da cercare e abbondante localmente. Gli orsi, infatti, concentrano più della metà della propria attività di alimentazione e di riposo intorno ad una area di non più di poche centinaia di metri dai ramneti. In pratica, gli orsi dormono e mangiano nello stesso posto. Le piante sono alte pochi metri e le bacche si presentano ben visibili agli apici dei rami sotto forma di grappoli e quindi facilmente afferrabili e manipolabili. Gli orsi piegano i rami senza alcuno sforzo apparente con una o due zampe e spesso in posizione seduta e afferrano con le labbra i frutti. Gli orsi non sprecano neanche un morso e infatti negli escrementi si rinvengono solo residui di bacche (buccia e semi), ma nessuna foglia o ramoscello.

Per integrare la dieta prettamente frugivora del periodo tardo-estivo, un orso rovista tra i cespugli alla ricerca di radici ed insetti.

Il ranno agisce da vero e proprio magnete e gli orsi spostano il centro della propria attività in queste aree tra agosto e settembre. Tra il 2006 e il 2010, dodici orsi, tra maschi e femmine, sono stati seguiti in questa stagione con i collari satellitari. Con la maturazione del ranno, sono soprattutto le femmine a restringere i propri spostamenti in una area di poche decine di km2 (circa 30 km2) e i ramneti possono occupare fino al 40% del territorio utilizzato dagli orsi in questo periodo. Ma ogni orso è in grado di trarre energia e nutrimento dal proprio ambiente in maniera diversa. Tuttavia non esiste una ricetta per tutti gli orsi. Età, sesso, storia individuale, la vicinanza dei ramneti al proprio territorio abituale, la disponibilità di altri cibi naturali, nonché la competizione con altri orsi o altri animali, sono tutti fattori che possono influire sulle scelte quotidiane di come e dove e su cosa alimentarsi. Alcuni orsi non trascorrono più di tre giorni nei pressi dei ramneti, ma altri oltre un mese. Ma la maggior parte degli orsi si muove tra i cespugli almeno diciotto giorni, senza nessuna differenza tra maschi e femmine.

Il ranno detta legge. Un orso per soddisfare la propria fame con frutti di meno di un grammo, deve avere tempo e molto. Molti fattori possono modificare il comportamento degli orsi in questa stagione, tra cui la presenza di turisti e di altri orsi

Maschi e femmine non possiedono ritmi esclusivamente notturni in estate. Le femmine riducono i propri spostamenti tra le 7:00 e le 15:00, mentre i maschi sono più crepuscolari e riprendono a muoversi solo dopo le 17:00. Tuttavia, nei lunghi anni di ricerca e monitoraggio, non è stato raro osservare giovani orsi e femmine con piccoli muoversi tra i cespugli anche in ore centrali della giornata, magari approfittando di una giornata nuvolosa. Le fasce orarie di inattività degli orsi corrispondono a quella di maggiore frequentazione di queste aree da parte dei turisti, ma anche con le ore più calde della giornata. Sembrerebbe pertanto che la scelta tra quando e per quanto alimentarsi nel contesto del Parco, sia il risultato, per l’animale, di un bilancio tra i costi associati tra rimanere attivi a temperature più elevate e il rischio di incontrare l’uomo. Dall’altra parte, il numero di ore giornaliere a disposizione per alimentarsi può limitare in maniera significativa la quantità di bacche che un orso è in grado di ingerire. Le femmine con piccoli e giovani, ovvero le categorie con bisogni speciali e che possono maggiormente trarre vantaggio da una dieta strettamente frugifera, sono anche quelle che affrontano più rischi. Uscire di giorno non solo può assicurare un pasto ottimale, ma consente di godersi la tranquillità di mangiare lontano dai maschi adulti potenzialmente aggressivi. E’ proprio all’interno di un ramneto che è stato documentato il primo caso di infanticidio di due piccoli d’orso da parte di un maschio nel 2007.

Dopo centinaia di ore di osservazione, è possibile affermare gli orsi trascorrono la maggior parte del tempo a mangiare nei ramneti. A volte sembra addirittura che si ignorano reciprocamente. In realtà sono sempre molto vigili e reagiscono a qualsiasi rumore. Una maggiore tensione si osserva quando emergono la prima volta dal bosco, comportamento che hanno comune anche con i cervi o le lepri. Si fermano, perlustrano l’area e si mantengono in allerta, annusando l’aria e allungando il collo in alto a destra e a sinistra. Sono probabilmente le condizioni di minore visibilità periferica a indurre questo comportamento. In questo modo gli orsi valutano la presenza o meno di eventuali fonti di pericolo. Le più reattive sono comunque le femmine con piccoli, che possono minacciare con vigore e determinazione gli altri orsi se si sentono in pericolo.

Elisabetta

La vita ai ramneti è un grande cambiamento per gli orsi nel Parco. Gli orsi passano dalla solitudine a vere e proprie aggregazioni e gli orsi devono affrontare le tensioni che possono derivare da una vita un po’ troppo sociale. Ma gli orsi non arrivano impreparati e mostrano grandi capacità di superare i problemi di convivenza che potrebbe scaturire da questa forzata socialità. Tutto questo è il risultato di un lungo percorso di conoscenza reciproca stabilito negli anni. Infatti, in oltre 14 ore di osservazione realizzate tra il 2006 e il 2007, gli orsi trascorrono più del 70% del tempo disponibile ad alimentarsi quasi esclusivamente di ranno (e più raramente di formiche, erba e radici) e a spostarsi all’interno dell’area da un cespuglio all’altro. Gli orsi trascorrono non più del 5% del tempo in attività di allerta e solo l’1% in attività di interazione sociale, rappresentate nella maggior dei casi da stati di vigilanza o allerta verso altri orsi o interazioni parentali nel caso di femmine associate piccoli dell’anno.

Ma la vita nei ramneti ha molti più intrecci di quello che si pensa. Gli orsi costituiscono un anello fondamentale per il trasporto di nutrienti dalle alte quote al fondovalle. A causa della loro mobilità e del tempo di ritenzione intestinale relativamente lungo (oltre 5 ore nel caso della frutta), gli orsi possono svolgere un ruolo chiave nella dispersione di semi tra ambienti disgiunti e distanti. Escrementi di ranno sono stati rinvenuti anche a bassa quota (~ 3– 5 km di distanza e 1000 m più in basso). I semi possono a sua volta essere dispersi secondariamente da piccoli mammiferi e uccelli, che traggono a sua volta una fonte di nutrimento. In pratica gli orsi sono come degli agricoltori, piantano semi ovunque facendo crescere una comunità vegetale che alimenta loro stessi e altri animali e nello stesso tempo forniscono cibo che può soddisfare il fabbisogno energetico di molti animali.

Perché non disturbare un orso che mangia?

Tra il 2006 e il 2007 è stato condotto nel Parco uno studio, durante il quale i ricercatori hanno osservato senza interferire e a distanza, il comportamento degli orsi nei ramneti, in assenza o in presenza di passaggio di escursionisti o di persone appostate. Sono state realizzate oltre 500 ore di appostamento e osservate 16 interazioni. In tutte le occasioni in cui gli orsi sono stati sorpresi da rumori improvvisi (pietre che rotolano) o dal vociare di persone, soprattutto se in gruppi numerosi, anche a distanze di oltre 300 metri, o se avvicinati a meno di 100 metri anchesu un sentiero ufficiale, gli orsi si sono messi in allarme o sono fuggiti per non tornare più ad alimentarsi, almeno durante le ore di luce. Tutto questo comporta dei costi per un orso. Per ogni minuto che un orso non si alimenta può perdere fino a 6 kcal, a cui si aggiungono i costi energetici associati allo stress e alla fuga. Secondo uno studio condotto sull’orso nero, un orso per ingrassare di sole bacche avrebbe bisogno di alimentarsi per almeno 12 ore ininterrotte. Il tempo è tiranno per gli orsi che vivono in ambienti antropizzati, come in Appennino, che li porta ad essere più crepuscolari e notturni. Gli orsi, quindi, potrebbero non avere il modo e il tempo per compensare gli effetti di ripetuti di eventi di disturbo a loro carico. Gli orsi possono anche abituarsi alle persone se non subiscono esperienze troppo negative. Ed è quello che si è osservato in alcuni ramneti più turistici. Ma l’abituazione non è la panacea per un orso, perché l’apparenza a volte inganna. Dietro una mancata reattività può celarsi, infatti, uno stato di tensione. Se lo stress persiste nel tempo può causare, come succede anche all’uomo, la manifestazioni di gravi patologie fisiche e comportamentali.

Tutte le informazioni raccolte sottolineano l’importanza esclusiva per l’orso delle piante di ranno e dei ramneti all’interno del territorio del Parco. Qualsiasi fattore in grado di influire negativamente sui livelli di produttività delle bacche o sui tempi di alimentazione dell’orso, può ridurre in maniera significativa l’apporto energetico fornito da questo alimento. Chi andrebbe a perderci sono soprattutto le femmine con i piccoli e i soggetti giovani. Tuttavia, queste aree anche se remote, rappresentano ad oggi una meta di escursionisti e appassionati, fenomeno in espansione negli ultimi anni, soprattutto legato alla possibilità di vedere gli orsi. Inoltre, l’elevata incidenza di ungulati, sia selvatici che domestici, osservata alimentarsi nei ramneti, potrebbe in qualche in modo incidere anche sulla produttività futura dei diversi popolamenti.

I ranneti attraggono molti orsi contemporaneamente, pertanto una femmina con piccoli al seguito deve rimanere costantemente in allerta per evitare maschi potenzialmente pericolosi per i cuccioli.

Mantenere aree di presenza del ranno sicure da interferenza umana o da altri fattori disturbo è garanzia di successo riproduttivo per gli orsi nel Parco.

L’orso carnivoro

L’orso carnivoro

Gli orsi sono necrofagi e abili predatori che consumano carne quando è disponibile

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Con le piogge di aprile e i primi tepori di maggio la natura si risveglia dal suo torpore invernale. È il tempo della ripresa vegetativa e della fioritura e per molti erbivori, tra cui cervi, caprioli, cinghiali e camosci è il periodo delle nascite.

All’imbrunire, gli orsi fanno la loro comparsa nelle radure di fondovalle alla ricerca di vegetazione fresca, ma non solo. Con fare tranquillo un orso pascola sottovento brucando foglie e germogli. Nascosta nell’erba alta, a non più di 150 metri dall’orso, una cerva vigile punta il suo potenziale predatore. Non appena il vento si alza a suo favore, l’orso si arresta, fiuta l’aria e si solleva parzialmente sulle due zampe posteriori. Come un segugio in cerca della preda, riprende a muoversi. Cammina zigzagando con il muso a terra, fiuta l’aria e torna più e più volte sui suoi passi. La distanza fra la cerva e l’orso si fa sempre più breve. Dopo circa venti minuti, quando l’orso è ormai a poche decine di metri, la cerva fa un balzo laterale, ma non fugge. Ed ecco che, a sorpresa, compie dei salti in tutte le direzioni davanti al suo predatore. Attirare l’attenzione su di sé sembrerebbe un’azione suicida o disperata. L’orso non si cura della cerva e riprende con determinazione a fiutare nella direzione da cui l’orsa è balzata via. Raggiunto il traguardo l’orso affonda la testa nell’erba e si allontana nel bosco con il cadavere inerte di un cerbiatto di poche settimane stretto tra le mandibole. Ecco cosa voleva proteggere la cerva: il suo piccolo nato da poco.

Un’orso in cerca di cibo attraversa un pascolo primaverile, utilizzando l’olfatto per captare i vari odori. In queste situazioni è massima la possibilità che un orso riesca a trovare e uccidere un giovane di cervo o di capriolo.

Gli orsi marsicani possono consumare carne in tutte le stagioni e la maggioranza dell’energia assimilata attraverso questa risorsa deriva da cervi, caprioli e cinghiali o da ungulati domestici.

Gli orsi tuttavia possono alimentarsi opportunisticamente anche di lepri, ghiri, scoiattoli e arvicole. Negli anni Settanta del secolo scorso, il consumo di carne era limitato esclusivamente a ungulati domestici, pecore e capre, ma molto poco frequente (soltanto nel 2% degli escrementi). Tuttavia, già a partire dagli anni Ottanta, a seguito delle operazioni di reintroduzioni di cervi e caprioli in Appennino Centrale, il consumo di carne da parte degli orsi marsicani è diventato più frequente. Tra le diverse specie predate è il cervo a ricorrere maggiormente nella dieta degli orsi. Tra i selvatici, infatti il cervo è la specie più diffusa e numerosa nel Parco e anche la più vulnerabile, soprattutto in alcune stagioni.

In genere, i maschi di orso consumano quasi il doppio di carne rispetto alle femmine, in linea con le loro diverse strategie di vita. Una femmina deve accumulare principalmente grassi per portare a termine la gravidanza, mentre per i maschi avere una massa muscolare più potente consente loro di competere in forza con gli altri maschi. E’ anche vero che i maschi si muovono in territori molto più ampi e quindi è più probabile che possano imbattersi nelle carcasse disponibili.

Una femmina di cervo allatta il proprio cerbiatto di pochi giorni. La primavera è il tempo delle nascite per questi animali e le femmine devono essere particolarmente attente a proteggere i piccoli dai predatori.

Il consumo di ungulati selvatici raggiunge il suo picco tra aprile e giugno, ovvero nei primi mesi dopo l’uscita della tana. Prima del completo scioglimento della neve, gli orsi vanno alla ricerca di animali morti durante l’inverno, sepolti dalle valanghe o predati dai lupi. Un orso può fiutare i resti di un cervo morto, anche dopo decine di giorni, soprattutto se questo è ben conservato sotto la neve. Ma in questi mesi gli orsi predano soprattutto neonati di cervidi e cinghiale. Gli orsi individuano le loro prede seguendo l’odore del piccolo o della madre, oppure irrompendo all’interno dei branchi, cercando di fare alzare e fuggire le madri per poi localizzare i cerbiatti.

Con il progredire della stagione i giovani selvatici diventano sempre meno vulnerabili, ma nei pascoli, sino in alta quota, fanno la loro comparsa pecore, capre, mucche e cavalli che da luglio fino a settembre sono la principale fonte proteine nobili per gli orsi. Da ottobre, il consumo di carne è al minimo annuale e gli orsi consumano quasi esclusivamente prede selvatiche. Questa stagione coincide con la stagione degli amori ed i cervi maschi, stremati dal digiuno e dagli estenuanti scontri per difendere il proprio harem di femmine, sono una facile preda per orsi e lupi. Molti muoiono anche di stenti.

Due cervi maschi adulti combattono durante la stagione degli accoppiamenti. Le lotte talvolta possono diventare cruente e determinare la morte di uno o di entrambi i contendenti. In questo periodo, i carnivori e i necrofagi approfittano della presenza di carcasse sul territorio. Nella foto di destra, un branco di lupi si alimenta della carcassa di un cervo morto a seguito di uno scontro violento

La carne è solo al terzo posto nella dieta annuale dell’orso marsicano, così come si verifica in altre popolazioni che vivono alle latitudini più meridionali.

Potrebbe sembrare un paradosso considerando che, nella foresta boreale, ad esempio, ci sono solo uno o due specie di ungulato selvatico, mentre in Europa meridionale se ne possono trovare anche sette. In realtà, non è così sorprendente se consideriamo tre fattori: temperatura, condizioni di neve e disponibilità di cibo. Alle latitudini nordiche, gli orsi hanno estati molto brevi e inverni molto lunghi e il tempo per ingrassare cibandosi principalmente di frutta e erba è veramente ridotto. Il periodo di svernamento può durare oltre sei mesi, e gli orsi perdono molto più peso rispetto ai conspecifici meridionali. Le foreste sono prive di alberi che producono semi nutrienti ed energetici come pinoli, faggiole, ghiande o castagne. Ma gli inverni rigidi e innevati debilitano gli alci che diventano un facile pasto nei primi mesi dopo lo scioglimento della neve. Nel caso dell’orso marsicano, le dimensioni minori e i suoi adattamenti fisiologici e morfologici ad una dieta prettamente vegetariana lo rendono tra gli orsi bruni quello più abile ad ingrassare alimentandosi soprattutto di piante.

Gli orsi bruni sono necrofagi di base, ovvero si nutrono di animali già morti, ma sono in grado di predare caprioli, cervi, alci e addirittura bisonti, sebbene con meno agilità rispetto a quanto facciano i lupo. E’ l’occasione a rendere l’orso un predatore. Più una preda è vulnerabile, disponibile (ovvero presente in grandi numeri) e accessibile (non aggressiva e isolabile), maggiore sarà la probabilità che venga scelta per essere attaccata. La regola, in genere, è evitare animali grandi e aggressivi che possono mettere a rischio la vita dello stesso predatore. Ma anche decidere di nutrirsi di sole carcasse non è così scontato, perché se ne trae vantaggio solo essendo i soli a consumarle. Maggiore è la dimensione della carcassa è maggiore è la probabilità che attragga altri competitori, ma più è piccola e meno è facile trovarla prima che sia stata consumata da altri spazzini. Del resto gli orsi si sono specializzati a usurpare le carcasse uccise da altri predatori, come lupi e linci: fenomeno noto come cleptoparassitismo. Per gli orsi, quindi, è preferibile predare animali giovani di una specie e attaccare gli adulti solo quando questi sono più deboli, oppure, quando possibile, alimentarsi di carcasse di animali di medie e grandi dimensioni.

L’orso appenninico è prevalentemente vegetariano. Un esemplare attraversa la vegetazione lussureggiante di una valle umida ed ombrosa. Qui l’animale può trovare le ombrellifere di cui si nutre agli inizi dell’estate.

Nel Parco gli orsi hanno sicuramente grandi opportunità di alimentarsi di carcasse in tutte le stagioni.

Una ricerca condotto tra il 2006 e il 2010 sul lupo ha evidenziato che in quest’area il bestiame domestico corrisponde in media al 63% della biomassa ingerita dai lupi, seguita da prede selvatiche, essenzialmente cinghiali, caprioli e cervi. Tuttavia, uno studio mirato condotto in inverno, stagione in cui è possibile seguire le tracce dei lupi su neve e interpretarne il comportamento, ha rilevato che i lupi, sia solitari che in branco, si cibano nel 73% dei casi di carcasse preesistenti sul territorio, di cui il 76% rappresentato da carcasse di animali domestici morti per cause diverse dalla predazione (ad esempio malattie e denutrizione). L’elevata disponibilità di carcasse di animali domestici nel Parco sembrerebbe avere il potere di deprimere la necessità, l’attitudine e il comportamento di un vero predatore come il lupo. Di certo l’orso è tra i primi ad approfittare di questa situazione, ovviamente in estate, quando la disponibilità di animali domestici e quindi anche di carcasse in quota è anche maggiore.

“Negli anni abbiamo accumulato centinaia di minuti di riprese da foto trappola di interazioni fra predatori e spazzini su carcasse di cervo, cavallo e mucche. Abbiamo osservato orsi, lupi e volpi alimentarsi in contemporanea sulla stessa carcassa. In altre occasioni, mentre gli orsi mangiavano, i lupi dovevano aspettare il proprio turno a poche decine di metri, alternandosi. In tutti i casi sembrano essere gli orsi a dettare le regole e il “cambio di turno”. Aneddoti che confermano come la competizione non sia forse così alta, ovvero che “ce n’è per tutti.”

Elisabetta

In Appennino è frequente la pratica dell’allevamento semi brado, con mandrie di bovini ed equini che spesso rimangono in montagna per diversi mesi all’anno.

Gli animali domestici rappresentano comunque una facile preda per orsi e lupi, perché privi di strategie antipredatorie, rispetto ad un cervo nato e cresciuto per sfuggirgli.

Per questo gli orsi attaccano preferibilmente il bestiame domestico. In base ai verbali di indennizzo, i danni da orso sono riconducibili in più della metà delle occasioni ad animali domestici di grandi dimensioni, seguiti da pollame, frutteti e coltivi. In base ai verbali di indennizzo compilati negli ultimi venti anni, le pecore e le capre sono la categoria più predata, seguita da mucche e cavalli. Nel caso delle mucche e cavalli più del 90% degli animali predati sono in genere animali di poche settimane o mesi: la categoria più vulnerabile. L’elevata frequenza di attacchi a ovicaprini può essere spiegata dall’assenza in alcuni casi di sistemi di prevenzione o da condizioni ambientali particolari (ad esempio giornate con nebbia o temporali) e dal semplice fatto che sono abbondanti nel Parco. Nel caso delle mucche e cavalli, invece, ciò dipende dall’abitudine di lasciare il bestiame incustodito al pascolo nelle praterie di alta quota.

PERCHÉ GLI ORSI MANGIANO CARNE
Uno studio mirato condotto tra il 2009 e 2010 nel Parco, mostra come 6 orsi abbiano consumato nel periodo estivo e autunnale un totale di almeno 52 carcasse, corrispondenti ad una carcassa ogni 8-28 giorni per le femmine e ad una ogni 3-9 giorni nel caso dei maschi, tra cui bovini ed equini, seguite dai cervi e ovini/caprini . Considerando un periodo annuale medio di attività di 244 giorni, un tale consumo potrebbe tranquillamente soddisfare più del 50% dei costi di attività di base degli orsi. Diversi studi dimostrano che gli orsi bruni che consumano più carne si riproducono di più, raggiungono dimensioni maggiori e vivono in popolazioni più numerose. Questo si verifica in Nord America, nelle zone costiere, dove però gli orsi hanno accesso a risorse proteiche stagionali molto abbondanti come i salmoni. Questa relazione sembrerebbe meno forte in contesti simili a quello Appenninico. Tuttavia è anche vero che di un cervo, ad esempio, gli orsi, non scartano quasi nulla. Sono pur sempre fisiologicamente animali carnivori e riescono a digerire e assimilare il 90% della carne di cui si nutrono, accumulando sia proteine che grassi. In pratica gli orsi ingrassano più rapidamente mangiando carne. Tuttavia gli orsi non possono mangiare solo proteine. La ricetta perfetta, ovvero quella che consente agli orsi di ingrassare in modo ottimale, dovrebbe contenere il 17% di proteine di origine animale, a cui aggiungere grassi e carboidrati.

L’esperto di orsi americano David Mattson ci spiega l’importanza della carne come risorsa alimentare per l’orso bruno.

“La prima volta che abbiamo visto un orso alimentarsi una carcassa è stato sorprendente. Erano le 6.00 di mattina del 10 agosto 2008. Io e il mio collega avevamo raggiunto decisamente a carponi un punto di vantaggio a circa 800 metri di distanza. La carcassa appariva integra e tutto sembrava calmo. C’era solo un lupo sdraiato a circa 50 metri dalle spoglie. Non riuscivamo a interpretare la situazione. Dopo un’ora circa iniziammo a vedere il ventre della mucca muoversi e la pelle sollevarsi. Ed ecco un orso che, con un abile dietrofront, usciva dall’addome della mucca. Con l’arrivo del giorno l’orso si è allontanato. Soltanto a quel punto, il lupo si è timidamente avvicinato alla carcassa, ma con la coda bassa”

Elisabetta

Un esemplare adulto di orso appenninico si nutre della carcassa di un mulo, rinvenuta nel bosco. L’animale assume un atteggiamento dominante per difenderla da eventuali competitori.

Arrivare per primi ad una carcassa è sicuramente un vantaggio per qualsiasi animale.

Gli orsi possono consumare fino a 40 kg di carne al giorno e, se trovano una carcassa integra, prima di tutto la eviscerano alla ricerca di polmoni, fegato e cuore, parti più nutrienti e digeribili. L’orso non tocca mai il contenuto dello stomaco e dell’intestino e raramente mangia la pelle. Le carcasse appaiono infatti come scuoiate. Dopo i visceri, i bocconi preferiti sono la groppa e le parti prossimali degli arti posteriori. Nel caso di un cervo maschio, gli orsi non disdegnano neanche i palchi, soprattutto se hanno ancora il velluto, o in alternativa si alimentano delle parti terminali ossee delle punte, ricche di calcio e minerali. Da abili usurpatori, gli orsi cercano di assicurarsi l’esclusiva sotterrando parzialmente la carcassa con terra, lettiera e rami, oppure trascinandola, se possibile, nella macchia o nel bosco per consumarla in tranquillità, al sicuro da pericoli o competitori. Alcuni studiosi hanno osservato che gli orsi non consumano subito la carcassa, ma possono aspettare fino a tre giorni per cibarsene. Tale comportamento rallenterebbe la decomposizione e nello stesso consentirebbe alla carne di frollare e diventare più appetibile. Altri orsi utilizzano una strategia più efficace per evitare furti, dormono sulle carcasse o le vigilano a distanza ravvicinata.

COSA SUCCEDE ATTORNO A UNA CARCASSA
Nell’Agosto del 2007 abbiamo avuto l’occasione di ricostruire le attività di due orsi attorno a due diverse carcasse, grazie alla presenza di radiocollari satellitari. Il maschio adulto M06, una volta individuata la carcassa di una vacca circa 500 kg, ha trascorso una decina di giorni a non più di due chilometri dalla carcassa, visitandola almeno due volte al giorno, quasi sempre nelle ore notturne, con soste variabili da poche fino a 8 ore consecutive. In questo periodo l’orso si è nutrito anche di mele e pere e ha bevuto molto per favorire la digestione, visitando più volte un fontanile a circa un chilometro di distanza. Una dieta da protocollo, ben bilanciata. Quando M06 non era presente, di giorno, sono stati osservati almeno altri due orsi e diversi lupi mangiare sulla mucca. Durante la stessa estate una femmina nota, F07, ha scoperto una carcassa integra di cervo maschio. L’orsa ha consumato un cervo intero di quasi 200 chilogrammi in soli sei giorni. Durante questo periodo, l’orsa ha monopolizzato la carcassa sia di giorno e notte, rimanendo nei pressi delle spoglie anche per 13 ore consecutive. L’orsa ha praticamente dormito nei pressi delle spoglie, come documentato dal ritrovamento di diversi giacigli e escrementi, allontanandosi soltanto per bere ad una fonte e mangiare faggiola.

In base a osservazioni aneddotiche sembrerebbe raro nel Parco che un orso riesca a consumare da solo una carcassa di mucca o cervo. In media almeno tre orsi sono stati osservati alimentarsi alla stessa carcassa nell’arco di un giorno, raramente insieme, oltre a lupi, volpi e grifoni. I legami tra i predatori sono molto complessi. I ricercatori hanno dimostrato che gli orsi, in genere, prevalgono su altri predatori come i lupi, anche se questi sono in gruppo, mentre altri predatori agiscono da facilitatori per l’orso, ovvero forniscono carcasse gratuite. Sorprende come anche il semplice atto di consumare o predare un altro animale possa avere delle ricadute sulla vita di tantissimi animali, compresi uccelli, rettili, anfibi e insetti e anche piante. Ma gli orsi possono essere molto aggressivi nei confronti degli altri spazzini, anche se si tratta di altri orsi. Le femmine con cuccioli, se possono, tendono ad evitare le carcasse, perché la presenza dei maschi in giro può compromettere la sicurezza dei piccoli. Nello Yellowstone una delle principali circostanze di morte dei cuccioli è proprio in occasioni di compresenza di maschi e femmine su una stessa carcassa.

Una vacca morta abbandonata in una radura può rappresentare un’attrazione irresistibile per lupi, orsi e altri carnivori, specialmente a ridosso della cattiva stagione. Al crepuscolo, un branco di lupi viene allontanato dalla carcassa da una femmina di orso con il cucciolo dell’anno al seguito.

La grande disponibilità di carcasse di animali domestici e l’ampio uso che ne fa l’orso confermano l’importanza di questa risorsa nella dieta di questa specie in Appennino. La gestione delle carcasse degli animali domestici è un problema annoso nei territori montani, dove spesso è difficile se non impossibile accedere con mezzi e strumenti adeguati alla loro eliminazione. Se da una parte ciò rappresenta un’importantissima fonte nutrizionale, dall’altra, tramite un meccanismo di abituazione alimentare, può esporre gli orsi a maggiori rischi di bracconaggio, conflitti, incidenti e trasmissione di patogeni.

Abituarsi a mangiare carcasse di domestici è un’abitudine che può essere rischiosa per un orso. Non sono pochi i casi di orsi morti in Appennino dopo avere consumato una pecora avvelenata o essere stati investiti per raggiungere cumuli di scarti di macellazione abbandonati ai bordi delle strade.

L’orso onnivoro

L’orso onnivoro

La dieta degli orsi è una vera esplosione di energia e nutrimento

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L’orso bruno marsicano è un animale essenzialmente onnivoro, con una dieta composta da specie vegetali e animali.

Gli orsi vanno sempre alla ricerca degli alimenti più abbondanti e nutrienti ed è per questo che la loro dieta è molto diversificata stagionalmente. In termini energetici, il 65% della dieta di un orso è costituito da frutti secchi e carnosi, fanno seguito piante erbacee e insetti (25%), ungulati domestici e selvatici (8%) e infine radici (2%). L’alimentazione dell’orso nell’Appennino è strabiliante per la sua ricchezza nutritiva. In tutte le stagioni sono presenti proteine, zuccheri e grassi: una miscela “esplosiva” che garantisce una efficiente digestione e un rapido aumento di peso. Un cibo non vale l’altro e alcuni giocano davvero un ruolo chiave di cui un orso non può fare a meno. Tuttavia questi animali sono anche molto adattabili e se scarseggia una risorsa particolarmente importante, trovano il modo di rimpiazzarla.

In quattro anni di ricerca abbiamo analizzato circa 2400 escrementi di orso raccolti in tutte le stagioni. Un vero lavoro certosino alla ricerca di semi, bucce, frammenti di foglie e di insetti, peli e ossa fatto per capire cosa mangiano gli orsi, con che frequenza e in che volume e soprattutto quando. Ci sono volute 2000 ore di lavoro da parte di ricercatori, esperti e studenti con pinzette alla mano, atlanti e collezioni di riferimento a disposizione e tante ore al microscopio. Ogni escremento è una sorta di sfera di cristallo in grado di svelare i segreti di un intero ecosistema. Gli orsi si alimentano di almeno dodici specie di mammiferi, di una cinquantina di specie di insetti, e di oltre venti specie diverse di frutti carnosi, oltre ad altre specie vegetali. Questo è l’ambiente dell’orso. Questo è l’Appennino, un insieme di ecosistemi ricco e diversificato in cui si intrecciano le vite di piante e animali, da quelli che pesano pochi milligrammi, come le formiche, fino all’orso che può pesare anche oltre 200 chilogrammi.

Elisabetta

Un cibo per ogni stagione: la ricchezza di ambienti e specie dell’Appennino centrale permette all’orso di accedere ad una grande varietà di risorse alimentari di origine naturale.

Da fine marzo a luglio, quando gli orsi hanno maggior necessità di mettere su massa muscolare, si alimentano principalmente di proteine sia animali che vegetali.

La primavera è la stagione della ripresa vegetativa. Mentre gli alberi iniziano a germogliare, a partire dal fondovalle e, con il progredire dell’estate, sempre più in quota, i prati rinverdiscono. Quasi il 40% della dieta di un orso include piante erbacee da fine marzo a maggio. Gli orsi si nutrono principalmente di graminacee, approfittando dei primi ciuffi più digeribili e nutrienti, ma anche delle gemme degli alberi. Da giugno e per tutto luglio, gli orsi preferiscono nutrirsi di erbe che fioriscono, tre volte più nutrienti delle graminacee, di cui consumano radici, foglie e fiori. Il consumo di erbe è tuttavia minimo nei mesi primaverili che seguono gli anni di massiccia fruttificazione dei frutti del faggio, quando più del 30% della dieta è costituito infatti da faggiole cadute a terra nell’autunno precedente. Questi frutti continuano ad essere consumati fino alla fine di luglio, anche se in misura minore. Cervi, caprioli e cinghiali, ovvero gli ungulati selvatici, rappresentano una parte importante della dieta sia primaverile (13%) che dei primi mesi estivi (5%), che riguarda soprattutto i piccoli di cervo e di capriolo. A partire da giugno, con l’inizio della stagione di pascolo, anche gli ungulati domestici fanno la loro comparsa nella dieta (4%). Ciononostante, gli orsi soddisfano a pieno il loro fabbisogno di proteine e grassi animali alimentandosi soprattutto di insetti (es. formiche), il cui consumo varia, a seconda degli anni, tra il 32 e il 48% della dieta. Da marzo a luglio, gli orsi non si fanno mancare anche una buona dose di zuccheri molto digeribili, contenuti nella rosa canina in primavera e nelle ciliegie, sia selvatiche che domestiche, nei primi mesi estivi.

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A partire dall’estate e per tutto l’autunno gli orsi vanno in cerca dei cibi che consentono loro di accumulare riserve di grasso da consumare durante il periodo di svernamento.

Con il progredire dell’estate l’appetito degli orsi aumenta e così il loro peso. Infatti, a partire da agosto inizia il cosiddetto periodo di “iperfagia” che raggiunge il suo picco in autunno, quando gli orsi triplicano il loro fabbisogno energetico rispetto alla primavera. Da fine settembre gli orsi bruni possono assumere fino a 20.000 chilocalorie e aumentare anche più di un chilo al giorno. Ma in questo periodo ingrassare vuol dire accumulare soprattutto riserve di grasso, che gli orsi fanno alimentandosi di frutti ricchi di zuccheri facilmente convertibili in riserve adipose. Tra agosto e settembre la dieta degli orsi è essenzialmente frugivora e i frutti contribuiscono a più del 70% dell’energia assimilata. Gli animali consumano circa venti specie diverse tra bacche e frutti di grandi dimensioni, ma è il ranno, una bacca di pochi millimetri che matura sui ghiaioni di alta quota, la risorsa chiave che, a seconda degli anni, contribuisce per il 30% e fino il 70% della dieta. La frutta secca, molto ricca sia di proteine che di lipidi, contribuisce poco in estate, ad eccezione degli anni di abbondanza dei frutti del faggio, quando il loro consumo quadruplica. Gli orsi si alimentano anche di insetti, erbe, bestiame, ungulati selvatici e radici. Ciascuna di queste risorse in misura variabile dal 2 all’8%. Già a partire da luglio, tra gli insetti consumati si trovano api, bombi e larve di mosche e altre specie, quest’ultimi probabilmente associati al consumo di carcasse.

I collage di immagini offrono una visione di insieme di alcuni dei cibi più ricorrenti nella dieta dell’orso bruno appenninico durante le fasi di ipofagia (sinistra) e iperfagia (destra)

Ma è in autunno che la dieta si fa veramente “grassa” per gli orsi. Durante questa stagione, oltre a mangiare frutta carnosa, soprattutto mele e pere, gli orsi consumano frutta secca, ricca non solo di zuccheri, ma anche di oli e proteine. Il consumo di frutta secca, infatti, ha un picco in questa stagione e può variare dal 49% fino a oltre il 90% della dieta. I frutti secchi che dominano la dieta autunnale dell’orso sono le ghiande (i frutti del cerro, della roverella e di altre querce) e le faggiole (i frutti del faggio). Le ghiande sono prodotte di anno in anno all’incirca nella stessa quantità, mentre le faggiole hanno dei picchi di produzione che avvengono ogni 2 – 5 anni. Gli anni di produzione massiccia di faggiole, nettamente superiore alla media di lungo termine, sono chiamati “pasciona” o “anni (o annate) di pasciona” . In questi anni, gli orsi si alimentano quasi esclusivamente di questi frutti. In tutti gli altri anni, gli orsi compensano la scarsità di faggiole alimentandosi di almeno altre quindici specie di bacche e frutti vari, oltre pere, mele e ghiande. La restante dieta è costituita da erbe, in coincidenza con la seconda ripresa vegetativa in quota, cervi e insetti. L’autunno coincide con la stagione riproduttiva dei cervi, e i maschi soprattutto, denutriti e indeboliti dalle lotte per “amore”, diventano una facile preda per lupi e orsi.

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I dati della dieta degli orsi sembrerebbero confermare la ricchezza degli ecosistemi appenninici. Ad oggi non ci sono evidenze che gli orsi catturati e monitorati negli anni di studio soffrano stress nutrizionali, ad indicare che è molto raro che si verifichi un anno povero di qualsiasi tipo di risorsa alimentare, almeno nell’area del Parco. Queste conclusioni sono rafforzate anche da uno studio condotto nel 2013 e nel 2014 in cui è stata ricostruita la dieta di otto orsi attraverso una tecnica alternativa (analisi degli isotopi stabili contenuti in campioni di peli). La ricerca ha evidenziato come la dieta di ogni orso si sovrapponga e diversifichi nello stesso tempo rispetto a quella degli altri sottolineando, ancora, come molti cibi diversi siano a disposizione di questi animali. Inoltre, dato che la nascita e la sopravvivenza dei cuccioli sono legate allo stato di salute delle madri e poiché negli ultimi 15 anni i livelli medi delle nascite si sono mantenuti alti è lecito assumere che gli orsi abbiano avuto sempre a disposizione cibo a sufficienza.

Nel filmato realizzato con delle videotrappole, un orso al picco dell’iperfagia autunnale si nutre dei frutti di pero selvatico caduti al terreno in un bosco di collina.

In base alle ricerche effettuate, gli orsi del Parco sembrerebbero avere una dieta molto “selvatica” e consumano soprattutto cibi naturali, ovvero non è stata documentata una marcata dipendenza da cibi di origine antropica. Tuttavia gli orsi talvolta possono consumare animali domestici e frutti di piante coltivate (per esempio prugne, susine, ciliegie, amarene, mele, pere), fenomeno favorito dalla sovrapposizione fra i territori degli orsi e le zone coltivate e le aree di pascolo. In tutta l’area del Parco, compresa la zona di protezione esterna, il numero di casi di danni alle colture è in genere di poche decine l’anno (principalmente danni a peri, meli e ciliegi), mentre i danni alla zootecnia sono non più del doppio, con prevalenza di danni al bestiame, ad animali da cortile e alle arnie.

Un orso si alimenta dei resti di una vacca morta per cause naturali. La presenza di carcasse di animali domestici nell’areale dell’orso appenninico è un argomento controverso: se da un lato rappresenta una risorsa importante per il plantigrado, dall’altra può originare conflitti e problematiche di natura sanitaria e gestionale.

Tuttavia, alcuni orsi possono diventare più spavaldi e andare alla ricerca di cibo anche nei centri abitati. Secondo quanto riportato dagli studi in materia, questo fenomeno potrebbe essere causato da una moltitudine di fattori che spesso interagiscono tra loro (età, sesso, indole dell’animale, gerarchia sociale, fluttuazione stagionale e annuale delle fonti di cibo naturali, disponibilità e accessibilità di fonti di cibo di origine antropica). Per un orso che deve ingrassare di decine di chilogrammi in pochi mesi, qualsiasi cibo di origine antropica è equivalente a cibo da fast food, ovvero nutriente, appetitoso, abbondante e acquisibile con poca fatica. A queste condizioni, alcuni animali, soprattutto in un’area protetta dove sono tutelati, non resistendo alla tentazione, possono prendere l’abitudine di frequentare zone abitate, dove la competizioni con altri orsi è pressoché minima. Tale fenomeno potrebbe essere innescato anche dall’incuria dell’uomo. La ricerca ha infatti evidenziato il consumo diffuso di radici, che non sono altro che carote lasciate in enormi quantità per mucche e cavalli al pascolo. Questa risorsa, oltre a creare dipendenza (tonnellate di carote disponibili in tutta la stagione estiva), è stata associata all’insorgenza di comportamenti confidenti (perdita di diffidenza nei confronti dell’uomo e frequentazione di centri abitati) e problematici (danni cronici ad attività antropiche).

Apiari protetti da recinzione elettrificata. Impedire o limitare l’accesso dell’orso alle risorse alimentari di origine antropica è la migliore forma di prevenzione dei conflitti con questa specie.

Come è atteso, le risorse di cui si nutrono gli orsi sono naturalmente soggette a fluttuazioni annuali e lo saranno ancora di più alla luce degli attuali e futuri cambiamenti climatici. Una gestione oculata e proattiva, “a prova di orso”, dovrebbe mirare a mantenere abbondanti popolamenti maturi di faggio e querce, così come preservare la disponibilità nel tempo di tutte le altre risorse chiave. Tutto questo in parallelo all’adozione di una serie di buone pratiche che riducano le fonti di attrazione degli orsi all’interno dei centri abitati e la dipendenza da risorse di origine antropica, causa di conflitti non tanto economici quanto sociali.

L’Appennino è ricco di risorse alimentari naturali, più che sufficienti per la popolazione di orso presente. Una ricchezza da tutelare per preservare gli ecosistemi di cui l’orso è parte integrante, i loro equilibri e, in ultimo, evitare i conflitti con la nostra specie.

Il miracolo dell’ibernazione

Il miracolo dell’ibernazione

Gli orsi possono trascorrere fino a sei mesi dormendo in una tana

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E’ una mattina di fine novembre. Nella notte è nevicato un poco e il terreno è coperto da un velo gelido alto appena tre dita, ma preludio di più abbondanti nevicate.

Le impronte di un orso risalgono il fondovalle per perdersi nella faggeta, da cui l’orso non emergerà più almeno fino alla fine di marzo. Con l’arrivo della stagione invernale, gli orsi si trovano ad affrontare condizioni ambientali sfavorevoli, ovvero temperature rigide e carenza di cibo. Ma questi animali sono dei veri strateghi e trascorrono tutto l’inverno protetti, a riposo in una tana. Il loro riposo però non è solo caratterizzato da immobilità. In Appennino, tra la quarta e la seconda settimana precedenti al lungo sonno invernale, gli orsi diventano gradualmente sempre più pigri e notturni, limitano i propri spostamenti a pochi chilometri dal futuro ricovero invernale e perdono l’appetito, fino ad entrare in un vero e proprio stato di dormienza, definito più propriamente ibernazione. In questo stato, gli orsi non si nutrono, non defecano e non urinano. Gli animali respirano più lentamente, con 1 o 2 respiri al minuto. Il battito cardiaco diminuisce a non più di 10 pulsazioni al minuto e il metabolismo si prende “una pausa”. L’animale si “raffredda” e la sua temperatura corporea può scendere anche di 5 gradi centigradi. E avviene qualcosa di stupefacente. I battiti potrebbero a breve duplicare o triplicare. Le femmine gravide stanno per partorire proprio in questo periodo.

Con le prime nevicate inizia il lungo sonno degli orsi al sicuro delle loro grotte.

Molti dei cambiamenti fisiologici che gli orsi attraversano durante l’ibernazione sono unici e ancora sconosciuti.

Gli orsi riescono a contrastare tutti problemi legati a mesi di immobilità, di digiuno e di anuria. Qualcosa che sa di magico anche per gli studiosi. Per cominciare, essi non soffrono di uremia o disidratazione. Durante l’ibernazione, la funzione renale si riduce drasticamente e tutta l’urea viene riassorbita a livello della vescica urinaria. Il volume di flusso plasmatico diminuisce del 90%, così come il consumo di ossigeno (fino addirittura al 70% in meno) e la velocità di filtrazione. Nonostante ciò, il livello di urea non aumenta nel sangue, anzi paradossalmente diminuisce. Come è possibile?

L’urea è un prodotto del metabolismo delle proteine ​​e durante il letargo l’orso consuma principalmente i grassi. Negli orsi, pertanto, in inverno la produzione di urea è 2-10 volte più lenta che in estate. Inoltre, l’urea, riassorbita dalla vescica urinaria, passa nel lume intestinale, dove grazie all’azione di alcuni batteri simbiotici viene idrolizzata ad ammoniaca. Quest’ultima, una volta trasportata nel fegato, reagisce con il glicerolo rilasciato durante la lipolisi del grasso per produrre amminoacidi, ideali per non perdere massa muscolare. Infatti, durante l’ibernazione i muscoli degli orsi incredibilmente non si atrofizzano né perdono forza. Gli orsi perdono soltanto il 10-15% delle proteine muscolari e rabbrividendo, ovvero grazie a brevissime (circa 0.2 secondi) e ripetute (ogni 3-10 secondi) contrazioni muscolari, essi mantengono i muscoli attivi e tonici. Gli orsi non soffrono nemmeno di osteoporosi, ovvero il tessuto osseo non degenera e non perde quindi densità, e riescono a tollerare gli alti livelli di grassi in circolazione, senza incorrere a arteriosclerosi o malattie cardiache.

UNA VITA CHE NASCE DAL SONNO

A partire da fine novembre, la temperatura corporea delle femmine gravide aumenta e si mantiene a livelli elevati fino a circa febbraio. Lo sviluppo dell’embrione richiede calore (o eutermia). Gli orsi sono gli unici mammiferi in grado di partorire e allattare in condizioni così estreme. Ma che cosa accade nelle femmine durante i mesi che precedono l’inverno? Dopo la fecondazione, avvenuta in primavera o all’inizio dell’estate, lo sviluppo dell’embrione entra in diapausa allo stadio di blastocisti (poche centinaia di cellule), ovvero arresta il suo sviluppo. L’entrata in tana, che può avvenire anche tra ottobre e novembre, non coincide necessariamente con la ripresa della gestazione, che in genere avviene tra novembre e dicembre. Uno dei fattori scatenanti è la diminuzione del fotoperiodo, cioè del numero di ore di luce tipico di inizio inverno, che innesca nelle femmine lo sviluppo del feto. Le femmine, quindi, rimangono calde fino al parto. Da questo momento in poi subentra uno stato di inattività per evitare di schiacciare e soffocare i piccoli.

L’entrata e l’uscita dalla tana sono innescati da una molteplicità di fattori ambientali e dalle caratteristiche individuali degli orsi.

Per quanto tempo svernano gli orsi? Questo dipende dall’interazione di molti fattori: condizioni ambientali, necessità fisiche e stato nutrizionale degli animali. L’arrivo della neve, la diminuzione della temperatura esterna, delle ore di luce e della quantità di cibo in natura sono determinanti per innescare negli orsi l’inizio del lungo sonno. Alle latitudini meridionali, ad esempio, gli orsi bruni entrano nelle tane più tardi e trascorrono meno tempo in ibernazione rispetto agli orsi che vivono a quelle più settentrionali, più fredde e nevose. Ma nel determinare la durata dell’ibernazione è decisivo il raggiungimento di un rapporto ottimale tra peso e grassi accumulati. Laddove il bilancio energetico nell’alimentarsi durante l’inverno risulta più favorevole dello svernamento, per alcuni orsi può risultare vantaggioso rimanere attivi per tutto o parte dell’inverno. Infatti, in climi temperati e con accessibilità a fonte di cibo anche durante l’inverno, gli individui che devono affrontare delicati bilanci energetici, come i giovani di pochi anni o le femmine associate ai piccoli nati in estate, rimangono più svegli degli altri orsi. In Appennino, la maggior parte degli orsi monitorati trascorre l’inverno in tana, ma negli inverni poco nevosi e preceduti da un autunno con una grande fruttificazione di faggio o quercia, un giovane e una femmina associata ai suoi due piccoli hanno trascorso tutto l’inverno mangiando frutta secca.

La maggior parte delle tane note di orso in Appennino sono localizzate in sistemi rocciosi all’interno delle faggete più remote e tranquille.

In Appennino, gli orsi in genere entrano in tana in occasione della prima nevicata della stagione. Le femmine sono le prime a ritirarsi, intorno alla fine di novembre, ma alcune possono essere in tana già dalla prima settimana di novembre. Le più ritardatarie, in genere, aspettano non oltre la metà di dicembre. I maschi aspettano di più e in genere si decidono intorno all’8 dicembre, ma possono ritardare fino alla fine dell’anno. Grazie alla loro mole e peso, i maschi consumano energie più lentamente ed è per questo che possono rimanere attivi più a lungo. Il risveglio degli orsi è un processo graduale come quello di entrata. Infatti, gli orsi attraversano una fase di “cammino letargico” e riprendono i propri ritmi normali solo dopo una settimana dall’uscita dalla tana. A fine marzo, maschi e femmine abbandonano le tane, anche se le femmine possono aspettare fino alla metà di aprile, in coincidenza con il picco di ripresa delle temperature e lo scioglimento della neve. Le più “dormiglione” sono le femmine gravide, che in genere entrano per prime e possono rimanere nei pressi della tana anche fino alla fine di maggio, data la loro necessità di prendersi cura dei cuccioli ancora poco mobili.

IBERNAZIONE E CAMBIAMENTI CLIMATICI

Il caldo riduce il sonno dell’orso? È la domanda a cui alcuni studiosi hanno cercato di rispondere analizzando 69 anni di dati di entrata e uscita dalla tana in 12 aree protette russe. Quello che emerge è che un innalzamento delle temperature ambientali nei periodi immediatamente prima alla data di uscita, induce effettivamente gli orsi a uscire prima dal sonno invernale. Alle stesse conclusioni è giunto anche uno studio ventennale condotto sui monti Cantabrici in Spagna: in primavere particolarmente calde, le femmine con i piccoli si affacciano dalle loro tane prima del tempo. Quali potrebbero essere le ripercussioni sulla vita degli orsi? Gli studiosi non sanno ancora rispondere. Quello che è certo è che tutto dipenderà dall’effetto che i cambiamenti climatici avranno in primavera sui cibi più appetibili per gli orsi.

In Appennino alcuni orsi rimangono letargici tutto l’inverno, altri interrompono il periodo di dormienza per periodi anche di 10 giorni alla ricerca di cibo.

Più della metà degli orsi studiati in genere ha utilizzato un solo ricovero invernale per tutta la durata del periodo di ibernazione, ma gli altri hanno cambiato tana almeno una volta tra gennaio e marzo, trovandone una seconda entro pochi chilometri di distanza. Sebbene l’abbandono di una tana possa avvenire per cause naturali (inondazioni, fenomeni sismici), l’uomo ne è la causa principale. Durante le attività di ricerca è stato possibile dimostrare come l’abbandono di una tana tra gennaio e febbraio sia coinciso con il passaggio di escursionisti. Ma i cambiamenti avvenuti tra la fine di febbraio e il mese di marzo sono coincisi in genere con un incremento delle temperature medie stagionali, suggerendo forse un primo tentativo di esplorazione o di avvicinamento alle zone di alimentazione primaverili. Infatti in più della metà delle seconde tane, sono stati rinvenuti escrementi, ad indicare che gli orsi nel frattempo si erano nutriti.

Gli orsi scelgono come tane cavità rocciose naturali dalle aperture ridotte e dimensioni tali da accomodare la presenza di un solo animale, ideali per mantenersi caldi.

La scelta di un ricovero ideale è critica perché deve garantire protezione da condizioni climatiche avverse e dai predatori, soprattutto nel caso delle madri che allattano i piccoli. Gli orsi possono utilizzare come tana anche un semplice giaciglio o addirittura scavare dei veri e propri “monolocali” sotterranei. Tutto dipende dal clima e dalla geomorfologia del territorio, e non da ultimo dal sesso, dall’età dell’animale e dalla necessità o meno di partorire. Tuttavia, gli orsi bruni di solito scavano un tunnel o cercano grotte naturali. In Appennino, la geomorfologia del territorio di natura carsica offre una considerevole disponibilità di cavità e grotte naturali. D’altra parte una cavità naturale non offre solo protezione fisica, ma anche un ambiente relativamente stabile, asciutto ed isolato da un punto di vista termico ed acustico. Queste caratteristiche sono ideali in ambienti temperati umidi dove raramente le temperature scendono al disotto dei -10 gradi e dove le precipitazioni invernali possono anche assumere carattere piovoso.

Come sono fatte le tane degli orsi in Appennino? Una tana è generalmente composta da un ingresso, una galleria o “anticamera” e una “stanza” principale. L’entrata è in genere bassa e larga così da favorire l’accumulo di neve davanti all’entrata e ridurre la dispersione del calore, garanzia di isolamento termico. L’altezza e la larghezza della camera sono proporzionali alle dimensioni di un orso e nella maggiore parte dei casi (80% delle tane esaminate), è presente un giaciglio formato di terra, foglie e ramoscelli, ideali per isolarsi dal terreno. Le dimensioni ridotte della tana, rispetto a quelle dell’orso, consentono una maggiore stabilità termica.

Gli orsi tendono a svernare in zone poco accessibili e ad alta complessità orografica e poco disturbate dalla presenza umana.

Gli orsi in genere non utilizzano le stesse tane da un anno all’altro. Tuttavia, uno o più individui possono scegliere di svernare nelle stesse aree. Quali sono i requisiti ideali di un’area di svernamento? Stabilità termica, sicurezza e tranquillità e vicinanza ai cibi primaverili. In Appennino gli orsi selezionano zone poco accessibili e poco disturbate. Infatti, la maggior parte delle tane sono state localizzate ad alta quota (a circa 1600 metri), sotto il limite del bosco all’interno di faggete e su versanti molto ripidi (con pendenze di circa 35 gradi), e distanti 1-3 km da strade o zone abitate. Dall’altra parte, i versanti ripidi in alta quota favoriscono l’isolamento termico delle tane. Questo perché godono di maggiore innevamento, che può chiudere l’entrata,e sono i primi a liberarsi dalla neve in primavera. Gli orsi non mostrano preferenze per una specifica esposizione, ma tengono conto delle condizioni microclimatiche locali, che scatursicono dalla struttura fisica e vegetazionale nell’area immediatamente circostante la tana (presenza di rocce, alberi e vegetazione). La vicinanza alle aree di alimentazione primaverili sembrerebbe essere rilevante soprattutto per le femmine. Nelle prime settimane dopo l’uscita, infatti, le femmine tendono a ridurre le proprie attività di spostamento e di alimentazione in un’area di 3-4 km nell’intorno del sito tana.

In un caldo pomeriggio di Aprile un orso si aggira nei pressi della tana dove ha trascorso l’inverno.

Gli orsi hanno un sonno leggero e manifestano, se disturbati, alti livelli di reattività in tana e una volta svegli sono subito in forze.

In tana, la temperatura corporea di un orso diminuisce, ma di poco, caratteristica che permette di mantenere una certa reattività a stimoli esterni. Ma come reagisce un orso se viene disturbato mentre dorme? Nelle migliore delle situazioni, gli orsi non abbandonano le tane, ma il loro battito cardiaco e la loro temperatura aumentano per ritornare ai ritmi di svernamento solo dopo due o tre settimane e con notevole consumo di riserve energetiche. Tuttavia, come documentano alcuni studi, la presenza di attività umane (attività forestali, attività venatorie, passaggio di persone e attività di ricerca) a distanze addirittura di 1 km (e a livelli drastici a 200 metri) da una tana invernale, possono indurre gli orsi ad allontanarsi. Ciò soprattutto se il disturbo si verifica nei primi mesi dall’entrata. In queste situazioni gli orsi possono subire una notevole perdita di peso (pari a oltre il 25%). In Svezia uno studio condotto su 90 orsi dotati di radiocollare, ha dimostrato che il 22% degli orsi abbandona o cambia tana nel corso dell’inverno. Nel caso delle femmine gravide, in particolare, questo cambiamento ha determinato l’abbandono o la morte dei piccoli. In condizioni estreme, ovvero nel caso di orsi catturati e manipolati in tana, il tasso di abbandono è risultato del 92%. Alcuni orsi sono stati in grado di ritrovare una nuova tana, ma dopo diverse settimane e percorrendo anche lunghe distanze, mentre altri hanno interrotto definitivamente il sonno invernale. Tutto questo in condizioni di temperature estreme e senza possibilità di nutrirsi.

In Appennino ogni anno si riproducono soltanto 3-4 femmine e per partorire hanno bisogno di luoghi sicuri e poco accessibili. Per questo è fondamentale tutelare rigidamente queste aree davvero sensibili. Soprattutto d’inverno è importante non abbandonare i sentieri prestabiliti e rispettare eventuali ordinanze erogate dagli Enti preposti.

Le aree di svernamento, così come i periodi di entrata in tana, possono coincidere in alcune aree con lo svolgersi di molte attività umane, tra cui la caccia, il taglio boschivo, la ricerca di tartufi, oltre a quelle ricreative e sportive. Dall’altra parte, tra febbraio e aprile, anche altre attività come l’addestramento dei cani e la ricerca di palchi di cervo potrebbero interferire con il sonno invernale degli orsi. L’impatto potrebbe essere sicuramente maggiore al di fuori dei confini delle aree protette.

L’uscita prematura di una femmina da una tana può aumentare di dieci volte il rischio di abbandono dei piccoli. Ridurre l’impatto dell’uomo nelle aree di svernamento può aiutare il futuro di questa specie.

Come è fatto

Come è fatto

Gli orsi hanno il “fisico” per arrampicarsi, scavare, raccogliere, predare e corteggiare

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Un orso avanza con un andamento dondolante e un passo ambio, definito tale per lo spostamento quasi simultaneo di due arti dello stesso lato.

In genere questi animali, dalla corporatura massiccia, si muovono con un’andatura lenta. Il peso degli orsi è fortemente influenzato dall’età e dalle stagioni. Il massimo viene raggiunto in autunno, quando gli orsi continuano ad accumulare un eccesso di massa grassa, diventando praticamente obesi. Trasportare un tale peso limita molto la velocità dei movimenti e comporta delle modifiche nella postura, ma consente agli orsi l’abilità di riuscire sopravvivere fino a sei mesi senza mangiare e bere, in uno stato di dormienza, detto ibernazione.

L’anatomia dell’orso bruno lo rende un animale in grado di compiere diverse azioni, con forza ma anche con delicatezza.

L’orso è tra i più grandi carnivori terrestri e il peso di un piccolo alla nascita può essere 500 volte inferiore a quello della madre.

Il peso medio di un maschio adulto dell’Appennino si aggira sui 144 kg, variando tra i 66 e i 205 kg, mentre le femmine sono più leggere, con un peso medio di 93 kg (68-151 kg). Prima dell’ibernazione, il peso di un orso in un anno può incrementare anche di 30-40 kg. La lunghezza totale del corpo varia da 133 a 181 cm nei maschi adulti e l’altezza al garrese da 71 a 100 cm, mentre nelle femmine queste misure sono rispettivamente di 122-150 cm e 62-87 cm. Pertanto, se si solleva sulle zampe posteriori, un orso può raggiungere un’altezza anche di un paio di metri. L’orso è tra i mammiferi con la più grande differenza ponderale tra la nascita e l’età adulta. I piccoli nascono prematuri e sono definiti atriciali. I neonati sono ciechi e privi di pelo e pesano non più di 500 grammi. L’accrescimento degli orsi è massimo nei primi cinque anni di vita, sebbene, soprattutto nei maschi, per i quali le dimensioni fanno la differenza nella competizione per le femmine, la crescita può protrarsi anche in età adulta.

Gli orsi maschi (sinistra) sono notevolmente più grandi delle femmine (destra). I primi possono arrivare a 200 kg di peso e 180 cm di altezza, mentre le seconde di rado raggiungono il quintale e 150 cm, rispettivamente.

I muscoli e lo scheletro degli arti si sono modificati in modo da rendere gli orsi i più forti, i più agili, ma anche i più lenti tra i carnivori terrestri.

Negli orsi, gli arti si sono adattati per resistere al carico di un peso in “eccesso”. I muscoli risultano ben sviluppati per tutta la lunghezza dell’arto. Le scapole con l’evoluzione si sono irrobustite e ingrandite “fuori misura”, rispetto ad altri carnivori, per offrire un forte punto di ancoraggio ai poderosi muscoli delle spalle anch’essi “oversize”. Ma anche le altre ossa dell’arto anteriore sono caratteristiche: l’omero si è fatto più robusto, mentre il radio si è leggermente incurvato, e il processo olecranico dell’ulna ha cambiato morfologia per sostenere maggiormente i muscoli bicipiti. Le articolazioni del gomito e del polso si sono fatte più mobili, cosicché soprattutto i piedi possono assumere sia la posizione supina che quella prona. La maggior parte dei carnivori cammina sulla punta dei piedi, mentre l’orso, come l’uomo, appoggia il suo peso su tutta la pianta dei piedi: postura da plantigrado che conferisce sostegno e stabilità. Il risultato di tutto questo è che gli orsi non corrono, ma ambulano piuttosto, sebbene possano raggiungere in corsa anche una velocità di ben 45-50 km/h, seppure per distanze molto brevi. Tuttavia arti così robusti e strutturati conferiscono molti altri “poteri” agli orsi. Gli orsi sono in grado di arrampicarsi ovunque per mangiare o sfuggire ai pericoli, possono scavare per cercare cibo o costruirsi un ricovero invernale, e manipolare con agilità gli oggetti.

Ogni piede è dotato di lunghi artigli ricurvi ideali non solo per scavare e afferrare oggetti, ma anche per lottare con altri orsi.

Le impronte dell’orso sono inconfondibili per dimensioni e forma e per la presenza di cinque unghie. I piedi anteriore e posteriore presentano dei palmi costituiti da uno spesso pannicolo adiposo ricoperto da una epidermide ispessita. Questo è il cuscinetto plantare, reniforme e esteso trasversalmente nel piede anteriore, piriforme ed esteso longitudinalmente invece nel posteriore. Il piede anteriore di un individuo adulto è lungo 9-15 cm e largo 9 -14 cm, mentre quello posteriore rispettivamente 14-23 cm e 8-19 cm. Le cinque unghie robuste, ricurve e non retrattili possono raggiungere anche più di 10 cm di lunghezza. Grazie alla plantigradia gli orsi possono ergersi su due zampe, postura che assumono quando sono incerti o curiosi.

Un grosso maschio di orso appenninico in allerta si alza sugli arti posteriori. Passando con il mouse sull’immagine si evidenzia la muscolatura poderosa dei pettorali e degli arti anteriori, nonché la loro struttura scheletrica che culmina con unghioni lunghi anche 10 centimetri. (Illustrazione © Lorenzo Peter Castelletto)

La dentatura e la struttura del cranio hanno subito delle modifiche nel tempo che si adattano perfettamente ad una dieta onnivora.

La dentizione degli orsi si completa a circa 15 mesi di vita ed è costituita da 36-42 denti. I premolari, detti vestigiali, sono spesso decidui o ridotti nel numero e nelle dimensioni e possono non essere presenti in alcuni individui. Gli orsi utilizzano incisivi e canini per afferrare e tagliare e i molari per triturare e frantumare. La dentatura degli orsi ha diverse peculiarità, tra cui la presenza di un diastema (spazio privo di denti posteriori ai canini), comune anche agli erbivori, ideale per strappare l’erba. Gli orsi hanno anche una lunga e ampia superficie molare, con molari particolarmente piatti e con un aspetto tubulare (denti bunodonti), adatti a triturare cibo di vario genere.

Mandibole di orso, lupo e camoscio appenninici a confronto (non in scala). La dentatura di un animale onnivoro come l’orso presenta caratteristiche a metà strada tra quelle di un erbivoro e di un carnivoro puro.

Gli orsi marsicani possiedono un cranio unico nel suo genere: più corto, largo, alto e con un rostro molto più breve di qualsiasi orso bruno europeo. Ciò che lo contraddistingue è proprio l’espansione delle due apofisi sopraorbitarie e la maggiore distanza tra le due arcate zigomatiche, con conseguente allargamento del profilo facciale. Dal punto di vista evolutivo, gli studiosi ritengono che l’allargamento della fossa temporale sia una conseguenza dell’espansione dei muscoli massetere-pterigoideo e temporali coinvolti nella masticazione, conferendo una maggiore forza al morso. Tale modifica sembrerebbe essere associata ad una maggiore componente fibrosa vegetale e frugivora secca nella dieta di questi animali. Questa ipotesi sembrerebbe essere sostenuta anche dal cambiamento di forma del primo molare. Variazioni nella forma dei denti e dell’arcata zigomatica e della fossa temporale sono state osservate anche nel panda. che presenta appunto una dieta esclusivamente vegetariana. Se a queste modifiche si aggiunge la presenza esclusiva di alcuni enzimi digestivi specifici per le piante erbacee, il marsicano è tra gli orsi bruni quello più specializzato in una dieta vegetariana.

La zoologa Anna Loy ci parla delle peculiarità del cranio dell’orso appenninico, che lo differenziano da tutti gli altri orsi bruni e ne sottolineano l’unicità.

Per trovare il cibo e comunicare, gli orsi soprattutto “seguono il naso”, ma la vista e l’udito a corto raggio possono essere molto utili per fare le scelte giuste.

L’olfatto gioca un ruolo importante nella vita degli orsi. Quando un orso si muove nel suo territorio è raggiunto da migliaia di odori e utilizza l’olfatto per localizzarli tutti, che siano cibo, acqua, compagni, competitori o pericoli. Recenti studi mostrano come questi animali riescano a comunicare tra di loro attraverso il rilascio e la deposizione di “scie” chimiche odorose. L’olfatto dell’orso è oltre duemila volte superiore a quello dell’uomo, sebbene sia paragonabile a quello di altri carnivori. L’area del cervello che gestisce l’olfatto, chiamata bulbo olfattivo, è almeno cinque volte più grande della stessa area del cervello umano ed è molto più innervata rispetto ad altri carnivori. L’epitelio all’interno del loro naso ha centinaia di volte più recettori di quello di un essere umano. Alcuni studi condotti sull’orso polare, hanno documentato che gli orsi utilizzano le correnti di aria, ovvero si mettono sotto vento, per individuare le carcasse di animali morti anche a diversi chilometri di distanza. Ma gli orsi sono molto abili a localizzare il cibo anche sottoterra, come nel caso di roditori, bulbi o insetti.

Primo piano di un giovane orso in allerta. Per interpretare i segnali che arrivano dall’esterno, l’animale utilizza contemporaneamente tutti i sensi anche se prevale l’olfatto.

Gli orsi hanno occhi molto piccoli rispetto alla dimensioni del cervello e sono praticamente miopi. La vista è utilizzata dagli orsi in coordinazione con l’olfatto per individuare, ad esempio, le parti più appetibili di una pianta specifica. Gli orsi comunicano vocalizzando con altri orsi, ma anche con altri carnivori competitori. Alcun studi, ad esempio, hanno dimostrato come orsi e linci si contendano le carcasse a suon di voce, ovvero utilizzano i versi per segnalare al loro presenza e ridurre la competizione. Ma con l’udito gli orsi sono anche in grado di localizzare piccole prede sotto terra, o trovare carcasse di ungulati selvatici seguendo il rumore degli spari dei cacciatori. Questo dimostra come anche l’udito abbia un ruolo importante nella vita di un orso, sebbene sia meno acuto e sviluppato rispetto a quello di altri carnivori.

Tutta la vita degli orsi gira intorno alla ricerca di cibo. Essi devono ingrassare per ibernare e riprodursi. Perciò non sorprende che si siano evoluti morfologicamente per potenziare le capacità di trovare cibo e competere, e che utilizzino soprattutto l’olfatto per “descrivere” il proprio mondo ecologico e sociale.

Gli orsi manifestano notevoli capacità cognitive, come risolvere problemi o utilizzare strumenti, che, secondo alcuni studiosi, possono essersi evolute parallelamente alla loro abilità di alimentarsi di qualsiasi cosa.

Da dove viene l’orso

La lunga strada degli orsi

Dopo milioni di anni di evoluzione l’orso dell’Appennino si muove all’ombra dei suoi antenati

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Gli orsi hanno avuto una storia evolutiva molto complessa e non sempre facile da “decifrare” considerando i frequenti incroci avvenuti tra i progenitori degli animali attuali.

La filogenesi degli orsi è stata tracciata attraverso la paleontologia (studio dei resti fossili) e la genetica (studio del DNA mitocondriale e del patrimonio genetico o genoma). Gli orsi viventi hanno progenitori relativamente recenti, ma per ricostruire la loro storia è necessario retrocedere di diversi milioni di anni, fino alla sottofamiglia Hemicyoninae e in particolare al genere Cephalogale. Questo gruppo comparve per la prima volta in Eurasia durante l’Oligocene medio, circa 30 milioni di anni fa, da un ramo distaccatosi dalla linea da cui hanno avuto origine gli odierni canidi. I primi rappresentati di questo genere erano soprattutto animali di dimensioni molto piccole, inferiori ad una volpe per intenderci, anche se alcune specie raggiunsero dimensioni confrontabili a quelle degli orsi moderni. È da questo genere, nel corso del Miocene, ovvero circa 20 milioni di anni fa, che sarebbero derivati i primi ursidi. Questi animali, appartenenti al genere Ursavus, si diffusero progressivamente nel continente asiatico, in Nord America ed in Europa, dando origine a tutti gli orsi attuali e ai loro innumerevoli predecessori. La prima linea a distaccarsi è stata quella della sottofamiglia Ailuropodidae (circa 15 milioni di anni fa), a cui appartiene oggi il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca). Successivamente, tra i 6-13 milioni di anni fa, si è verificata una seconda scissione da cui si sono originate altre due sotto famiglie: la Tremarctinae e la Ursinae. Dalla prima sono derivate diverse specie di orso che hanno proliferato in Nord America, ma di cui l’unico sopravvissuto oggi è l’orso dagli occhiali (Tremarctos ornatus), diffuso in Sud America.

I GRANDI PREDATORI ESTINTI

Prima dell’era glaciale, numerosi orsi appartenenti alla famiglia Tremarctinae hanno prosperato in Nord America per poi estinguersi. Trai più noti, è l’orso dalla faccia corta (Arctodus simus), un essere gigante che poteva pesare almeno 650 kg e arti lunghi fino a 2 metri da terra. A. simus era molto più veloce rispetto agli orsi bruni moderni e poteva raggiungere tranquillamente i 90 km orari. Insieme all’orso polare, è uno dei pochi orsi completamente carnivori, come è stato ricostruito dalla forma dei denti (presenti ancora di denti ferini) e della struttura del cranio e considerato tra i più potenti predatori del pleistocene di bisonti, cervi, cavalli e bradipi. (© Roman Uchytel – Prehistoric Fauna)

Per quanto riguarda la sottofamiglia Ursinae, a partire da un comune progenitore che ha fatto la sua comparsa circa 4-5 milioni di anni fa, Ursus minimus, si è distaccato un primo ramo che ha dato origine a tre specie di orsi oggi viventi nel continente asiatico: l’orso tibetano (Ursus thibetanus), l’orso labiato (Ursus ursinus) e l’orso malese (Ursus malayanus). Successivamente, circa 3.5 milioni di anni fa, è sorta una seconda linea che, in Asia e Nord America, ha dato origine all’orso nero (Ursus americanus). Circa 1 -2 milioni di anni fa da un progenitore comune, chiamato Ursus etruscus, si sono invece sviluppati il ramo “morto” degli orsi delle caverne, tra cui il noto Ursus spelaeus, e quello da cui sono derivati l’orso polare (Ursus maritimus) e l’orso bruno (Ursus arctos). Il più antico fossile di orso bruno è stato rinvenuto in Cina circa 0,5 milioni di anni fa per poi diffondersi in Asia, Europa e a Nord dell’Africa. Fossili di orso bruno sono stati rinvenuti anche in Gran Bretagna. L’orso bruno ha fatto la sua comparsa in Alaska circa 100.000 anni fa, per poi diffondersi più a sud non prima di 13.000 anni fa. Già a partire dalla separazione dall’orso polare, gli orsi bruni si sono diversificati in almeno 6 lignaggi, o cladi, molti dei quali sono sopravvissuti fino ad oggi, come risultato di processi di isolamento all’interno di rifugi creatisi durante l’era glaciale.

Filogenesi della famiglia Ursidae e diversificazione dell’orso bruno nei suoi cladi (gruppi che derivano da antenati comuni) in base alle analisi del DNA mitocondriale in Europa, Asia e Nord America. Le frecce indicano come ancora oggi siano presenti scambi “genetici” tra diverse specie di orsi. I cladi si sono originati a seguito dell’isolamento avvenuto durante l’Era Glaciale. Le ricerche sono ancora in corso e si attendono molti aggiornamenti, soprattutto per quanto riguarda i cladi 5 e 6. Uno studio recente ha rilevato che gli orsi iraniani formano un gruppo distinto.

L’orso è l’unico carnivoro di grossa mole dalla dieta prevalentemente vegetariana.

L’evoluzione degli ursidi è caratterizzata da una specializzazione verso una alimentazione su piante erbacee e frutta. Fanno eccezione l’orso polare e qualche altra specie estinta, a dieta prettamente carnivora. Nell’orso, la transizione da carnivoro a onnivoro con una particolare predilezione per il cibo vegetale è caratterizzata da un allungamento dei molari e dal passaggio da una masticazione trasversale a sagittale, che gli ha conferito più forza e capacità nel triturare. Le prime evidenze della comparsa di una dieta onnivora nella linea evolutiva degli orsi risalgono al Miocene (circa 15–12.5 milioni di anni fa), grazie al ritrovamento di resti ossei di Aurorarctos tirawa in Nord America, uno degli orsi “originali” e contemporaneo a Ursavus.

I GRANDI ERBIVORI ESTINTI

Ursus spelaeus, diffuso quasi esclusivamente in Europa, era tra i più grossi carnivori dell’Era Glaciale (fino a 1000 kg e 3 metri di altezza), sebbene il più vegetariano, come si evince dall’esame della dentatura fossile (riduzione dei denti ferini e premolari, sviluppo di un diastema, e amento della superficie trituranti dei denti molari) e dalla analisi della dieta con tecniche isotopiche basate sui resti ossei, che confermerebbero anche l’abitudine svernante del plantigrado. Non è stata trovata ancora una valida spiegazione sulle possibili cause di estinzione. Alcuni autori riconducono questo evento ai cambiamenti climatici alla fine del Pleistocene (clima più freddo e secco), che avrebbero portato anche alla scomparsa di altri grandi mammiferi come il cervo gigante o il leone delle caverne. Altri ritengono che gli uomini primitivi colonizzando le loro “grandi” caverne invernali, li avrebbero condannati a inverni lunghi e senza cibo.

In genere, nei mammiferi carnivori come i canidi ad esempio, maggiori sono le dimensioni di una specie maggiore il consumo di carne. Secondo diversi studiosi, negli orsi la transizione anatomica avvenuta nella masticazione si è unita alla loro peculiare capacità di ibernarsi. Questo è un adattamento peculiare degli orsi per superare i limiti ecologici imposti dalla grande taglia corporea, ovvero la necessità di ingerire una notevole quantità di cibo, facendo fronte alle fluttuazioni stagionali di disponibilità delle risorse o ai drastici cambiamenti climatici che hanno accompagnato l’evoluzione di questi animali. L’ibernazione è un adattamento che sembra essere comparso nel Miocene come scelta facoltativa negli orsi, in funzione delle latitudini occupate e della presenza o meno di inverni nevosi. I due ursidi attualmente viventi che non svernano hanno avuto origine durante il Pliocene nei climi della zona temperata medio-bassa del Continente americano (orso dagli occhiali) e del Subcontinente indiano (orso labiato), con la comparsa di climi più freddi e secchi e precipitazioni a carattere piovoso molto stagionali. Ma è durante le glaciazioni del Pleistocene, nei climi freddi e artici delle zone temperate, che la forte stagionalità ha reso obbligatorio trascorrere l’inverno in uno stato di dormienza, come si verifica ancora oggi in gran parte degli orsi viventi.

ALL’ORIGINE DEL LUNGO SONNO

Lo studio di resti fossili di un orso di medie dimensioni, Protarctos abstrusus, ritrovati nel bacino fossile di Beaver Pond nell’Artico, ha dato vita a  ipotesi sulla comparsa dell’ibernazione nella linea evolutiva degli orsi. Questa specie viveva nelle foreste boreali del Pliocene (circa 3-4 milioni di anni fa), contemporaneo del genere Ursavus, e non ha lasciato nessuna discendenza vivente. P. abstrusus aveva una dentizione ancora poco specializzata per una dieta erbivora, tuttavia la presenza di carie conferma il frequente consumo di zuccheri. Ricostruendo la vegetazione di quell’epoca, P. abstrusus doveva fare un consumo elevato di bacche di Empetrum nigrum. La sua dieta sembrava mirata ad accumulare grasso, probabilmente in associazione ad una vita sedentaria durante l’inverno. Potrebbe  essere stato il primo orso a ibernare. In base a questo scenario evolutivo, gli orsi moderni che non svernano potrebbero avere perso questa capacità secondariamente, come adattamento a climi più caldi. (© Roman Uchytel – Prehistoric Fauna)

L’analisi del DNA mitocondriale (che viene trasmesso esclusivamente per linea materna) ha consentito di ricostruire le principali linee filetiche di orso bruno in Europa, ovvero di classificare gli orsi in gruppi di popolazione geneticamente distinti fra loro. Ne è derivato un albero molto complesso, fatto di cladi e sotto cladi. Per semplificare, in Europa si distinguono tre linee principali: una linea orientale presente in Romania, Slovacchia, Estonia, Finlandia, e Svezia settentrionale; una linea nord-occidentale presente nei Pirenei, Norvegia e Svezia meridionale; una linea sud occidentale diffusa su Alpi, Appennini, Balcani, Grecia, Bulgaria e Romania. I primi fossili di orso bruno sono stati rinvenuti in Italia circa 7000-5500 anni fa, quando la distribuzione dell’orso si estendeva probabilmente con continuità su tutta la Penisola.

L’orso bruno in Appennino è unico dal punto di vista genetico, morfologico e comportamentale

Lo zoologo Paolo Ciucci ci racconta della straordinaria storia del genoma degli orsi dell’Appennino. Attraverso la mappatura del DNA, i ricercatori stanno scoprendo i punti deboli e quelli di forza di questa piccola popolazione.

Studi recenti hanno evidenziato l’unicità del DNA mitocondriale dell’orso in Appennino, sebbene sia stata riscontrata una affinità con la linea sud occidentale alpino-balcanica. Questa apparente contraddizione viene risolta da una ricerca condotta su tutto il genoma, da cui è emerso che la popolazione di orso bruno marsicano è rimasta completamente isolata da questa linea da oltre 3000-4000 anni.

L’isolamento, associato ad una progressiva riduzione numerica, sembrerebbe essere iniziato già a partire da 8000 anni fa, con un drastico aumento a partire da 600 anni fa e fino a tempi più recenti. Senza dubbio, l’aumento numerico della specie umana, la deforestazione associata allo sviluppo agricolo, e la mortalità diretta causata dall’uomo stesso sono stati determinanti per il declino numerico e riduzione nella distribuzione della popolazione di orso. L’isolamento riproduttivo e genetico in popolazioni ridotte numericamente, se anche amplificato da fenomeni di adattamento a condizioni ambientali locali, può determinare profonde modifiche negli individui, non solo genetiche, ma anche morfologiche e comportamentali. Ed è quello che è successo all’orso in Appennino. Gli orsi appenninici hanno infatti una struttura cranica completamente divergente dagli altri orsi bruni, maggiori adattamenti fisiologici ad una dieta vegetariana e un’indole molto più pacifica. Le divergenze osservate, come già intuito dal naturalista e zoologo Giuseppe Altobello nei primi anni ‘20 del secolo scorso, inducono molti studiosi a considerare l’orso in Appennino una sottospecie unica, ovvero Ursus arctos marsicanus.

Crani di orso delle caverne, Ursus spelaeus, (a sinistra) e di orso appenninico, Ursus arctos marsicanus, (a destra) a confronto.

La popolazione appenninica è caratterizzata da una bassa diversità genetica e da alti livelli di consanguineità e una considerevole diminuzione della dimensione effettiva della popolazione (il numero di individui riproduttori, ovvero da cui verranno generati nuovi individui). Tutti elementi che possono contribuire a ridurre la sopravvivenza, la capacità di riproduzione e di adattamento di questi orsi.

La storia genomica dell’orso in Appennino desta molte preoccupazioni per lo stato di salute di questa popolazione sebbene abbia contribuito a renderlo unico in termini di adattamenti.

L’orso a dieta

L’orso a dieta

Gli orsi si impegnano gran parte dell’anno a essere obesi, ma in inverno restano a digiuno

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Il regime alimentare degli orsi varia molto nel corso dell’anno e allo stesso modo anche il loro appetito e comportamento.

Gli orsi sono fisiologicamente adattati ad alimentarsi oltre misura e a convertire efficacemente in massa corporea qualsiasi eccesso di calorie. Per sopravvivere, gli orsi hanno bisogno di un quantitativo di energia 8-9 volte maggiore rispetto agli altri carnivori. Il loro unico obiettivo è diventare obesi, con il vantaggio, rispetto a noi, di poterlo fare restando in buona salute. Nutrendosi come un orso, un uomo si ammalerebbe di diabete e avrebbe problemi cardiaci e di pressione alta. In meno di 7-8 mesi, un orso può ingrassare anche di 30-40 chilogrammi. Ma in natura, nulla avviene per caso.

L’esperto di orsi americano David Mattson ci svela tutti i segreti dietro all’obesità degli orsi. C’è qualcosa che possiamo imparare dalle abitudini alimentari di questi animali? Non eccedere con le proteine, sicuramente, ma sempre meglio evitare troppi zuccheri e grassi.

Gli orsi passano l’inverno a digiuno e quindi, durante il resto dell’anno, la dieta è fondamentale per sopravvivenza e successo riproduttivo

In Appennino, durante l’inverno, gli orsi possono trascorrere fino a cinque mesi in tana: una strategia sviluppata per risparmiare energia in una stagione in cui il cibo è scarso. Tra novembre e dicembre, sia maschi che femmine entrano in uno stato di letargia, definito ibernazione, durante il quale non mangiano, non bevono, non defecano e non urinano. La respirazione e la frequenza cardiaca rallentano, a fronte di una riduzione di oltre il 70% dei costi energetici legati alla vita attiva. Quindi, per poter sopravvivere a questo digiuno, gli orsi possono contare esclusivamente sulle riserve di grasso accumulate durante il resto dell’anno. Al risveglio, poi, un orso può avere perso fino al 20% del peso che aveva quando è entrato in tana. Pertanto, per un orso è meglio avere preso qualche chilo in più prima del lungo sonno. Tuttavia, non tutti gli orsi riescono a trascorrere l’inverno a “risparmio”. Al momento di entrare in tana, nelle femmine che si sono riprodotte a primavera, dopo un periodo di “quiescenza” definito diapausa, riprende lo sviluppo dell’embrione. Questo terminerà col parto, tra gennaio e febbraio. Mentre la madre è ancora “dormiente”, i cuccioli sono svegli e attivi. Essi devono essere nutriti, puliti e tenuti al caldo. Al risveglio, quindi, una madre può avere perso quasi il 50% delle riserve accumulate. Pertanto, per superare con successo questa fase delicata, durante l’anno una femmina deve puntare a prendere più peso possibile.

Alcuni studiosi hanno documentato come l’impianto dell’embrione e lo sviluppo successivo del feto avvengano soltanto nelle femmine che sono riuscite ad accumulare un 20-30% di massa grassa. A 3-4 mesi di età, cioè all’uscita dalla tana, da meno di 500 g, i cuccioli di orso possono aver raggiunto anche i 3-5 kg di peso, nutrendosi esclusivamente di latte. Le femmine che allattano hanno quindi la necessità di produrre un latte molto grasso (circa 18%) e proteico (circa 6%) e, prima dell’inverno, di integrare la propria dieta con molte proteine. Questo per consentire ai piccoli di ingrassare rapidamente non solo in tana, ma anche nei primi mesi successivi al parto, quando la femmina dovrà pensare non solo al sostentamento della prole, ma anche al proprio.

Femmina di orso particolarmente grassa alla fine dell’autunno. Prima di entrare in ibernazione, il peso di un orso può aumentare anche del 30%. (Foto in condizioni controllate)

Per prendere peso, gli orsi seguono una dieta “ingrassante”, seppur basata su un’alimentazione sana e equilibrata

Sebbene siano classificati come carnivori, gli orsi consumano molte meno proteine di quello che questa categoria suggerisca. Per prendere peso, infatti, essi sono vincolati ad una dieta ben equilibrata in termini di apporto di proteine, grassi e carboidrati. Una dieta sbilanciata, ad esempio con un difetto di proteine rispetto agli altri macronutrienti, comporterebbe un raddoppio dei costi di mantenimento e una riduzione nella capacità di prendere peso. Se mancano le proteine, gli orsi non ingrassano, ma dimagriscono rapidamente. D’altronde, lo stesso fenomeno si verificherebbe anche con una dieta iperproteica, seppure con effetti molto più graduali e dilatati nel tempo. Diverse ricerche svolte in cattività hanno evidenziato come gli orsi, messi in grado di scegliere quotidianamente il cibo, seguano appunto una dieta mista, in cui le proteine contribuiscono a circa il 17% dell’energia assimilata, a cui aggiungono cibi grassi, oppure, ove questi non fossero disponibili, quelli ricchi di carboidrati. In natura è più difficile fare ogni giorno un pasto ottimale, anche perché la disponibilità delle risorse varia con le stagioni. Pertanto, il bilanciamento della dieta avviene su una scala molto più ampia, di mesi più che di giorni.

Le esigenze nutrizionali degli orsi e, di riflesso, tutta la loro vita, variano con le stagioni, adattandosi alla disponibilità di cibo.

Gli orsi accumulano massa magra soprattutto in primavera e all’inizio dell’estate e massa grassa in piena estate e in autunno. Questo regime alimentare coincide con le disponibilità alimentari stagionali. Nei primi mesi dopo l’uscita dalla tana, gli orsi consumano cibi più proteici che energetici (ad esempio piante erbacee), mentre in estate ed autunno, con la maturazione della frutta, gli orsi hanno a disposizioni cibi molto più calorici, che bilanciano con grassi e carboidrati l’eccesso proteico primaverile. Questa regola viene seguita da tutte le specie di orsi di zone temperate: da quelli neri più “vegetariani” a quelli più “carnivori” come l’orso grizzly. Gli orsi neri, grazie alle minori dimensioni e quindi al minore fabbisogno energetico, sono in grado di mantenere la massa corporea anche nei mesi primaverili, o addirittura di aumentare di peso. Considerando che in media le dimensioni di un orso marsicano sono anche inferiori a quelle di un orso nero, in Appennino un animale riesce probabilmente ad aumentare di peso in tutti mesi dell’anno. Ma non solo. In ogni stagione, gli orsi dell’Appennino hanno accesso ad una dieta mista ricca di cibi energetici, che può sicuramente facilitare il loro mantenersi in forma e in salute.

Orsi che si alimentano di faggiola, erba e bacche. La dieta dell’orso in Appennino varia fortemente con il susseguirsi delle stagioni.

Gli orsi programmano la loro vita in funzione di quello che trovano da mangiare. Pertanto, durante l’anno essi possono subire molti cambiamenti fisiologici e, di pari passo, anche comportamentali. La tempistica di questi animali è sorprendente, ma con l’evoluzione non si scherza. Infatti, gli orsi si sono evoluti proprio per ottimizzare risorse, tempo ed energia.

Nei primi mesi estivi, quando i cibi calorici scarseggiano, gli orsi investono le proprie energie a riprodursi, ovvero ad accoppiarsi o allevare la prole. In questo periodo, un regime altamente proteico è vantaggioso sia per i maschi che devono competere gli uni con gli altri, sia per le femmine che devono allattare. Durante questo periodo, detto di “ipofagia”, gli orsi hanno meno appetito e il loro fabbisogno energetico è minore. Dopo la fecondazione, nelle femmine lo sviluppo del feto si arresta a poche cellule. In questo modo gli orsi, con l’arrivo della stagione di abbondanza, si concentrano solo ad alimentarsi, minimizzando qualsiasi ulteriore dispendio energetico. Con l’estate inizia infatti il periodo di “iperfagia”, in cui l’appetito degli orsi aumenta esponenzialmente e anche il loro fabbisogno energetico. Quando il cibo comincia a scarseggiare, con l’arrivo dell’inverno, gli orsi rinunciano infine ad alimentarsi e a condurre una vita attiva. Le madri, in particolare, si dedicano soltanto alla cura dei piccoli.

Visione di insieme della dieta dell’orso bruno appenninico, con molte delle risorse alimentari a disposizione nel suo ambiente naturale a seconda delle stagioni (non in scala).

Gli orsi si alimentano di una gran varietà di cibi variabili per peso, contenuto energetico e digeribilità e perciò devono ingegnarsi per alimentarsi in modo efficiente

Gli orsi hanno un sistema digerente molto semplice, composto da esofago, stomaco, piccolo e grande intestino. Sono quindi privi di qualsiasi camera specializzata (ceco o rumine) in cui erbivori come i cervi o i cavalli, grazie alla simbiosi con dei batteri, riescono a digerire carboidrati complessi come la fibra delle piante erbacee. Gli orsi e in particolare l’orso marsicano presentano pochi adattamenti ad una dieta vegetariana. Questi sono espressi dalla dentatura e struttura del cranio, che consentono loro di frammentare con più efficacia le componenti vegetali, e dalla presenza di enzimi esclusivi per la digestione delle piante. Ne consegue che i tempi di digestione di un orso sono molto rapidi e sufficienti per assimilare efficientemente solo proteine, lipidi e carboidrati poco complessi. E così, per un orso la carne è digeribile per il 90%, la frutta per il 60% e l’erba appena per il 30%. D’altronde le piante erbacee, seppur meno caloriche, rispetto ad altre piante sono le più diffuse e ricche di proteine. Gli insetti, in particolare le formiche, sono meno calorici rispetto alla carne, ma molto ricchi di proteine e amminoacidi rari e sono delle facili prede. Gli orsi sanno bene come sfruttare le qualità di ogni alimento. Nel caso delle piante erbacee, ad esempio, i fattori limitanti sono la scarsa digeribilità e lo scarso contenuto nutritivo. Pertanto gli orsi vanno alla ricerca dei primi germogli, o delle parti vegetative più nutrienti (gemme, foglie e radici), di cui nutrirsi in grande quantità. Nel caso delle bacche, i fattori limitanti sono soprattutto dimensioni e peso. Pertanto gli orsi, per farne un boccone soddisfacente, vanno alla ricerca dei cespugli più ricchi o di frutti disposti in grappoli. In entrambi i casi, avere il tempo necessario ad alimentarsi gioca a favore degli orsi.

Gli orsi trattengono poco i vegetali rispetto agli erbivori specializzati, come i ruminanti e li digeriscono di meno. Al contrario, gli orsi trattengono per circa il doppio del tempo la carne rispetto al cibo vegetale, e così ne assorbono meglio i nutrienti più digeribili. Una dieta monocibo potrebbe essere molto impegnativa (oltre che disfunzionale) per un orso, considerando che a parità di calorie, un cervo di poche settimane, corrisponde a un pasto di milioni di formiche.

L’evoluzione ha plasmato gli orsi in animali adattabili e efficienti, in grado di alimentarsi anche 14 ore al giorno, se necessario. Ogni interruzione può avere effetti sulle loro capacità di nutrirsi in maniera adeguata.

L’orso e la formica

Un viaggio tra scienza ed emozione alla scoperta dell’orso dell’Appennino e delle sue montagne

Cinquanta orsi bruni sopravvivono nel cuore selvaggio d’Italia, tra le regioni d’Abruzzo, Lazio e Molise. L’Orso e la Formica è un’iniziativa multimediale che nasce per raccontare, attraverso dati scientifici ed immagini coinvolgenti, la meravigliosa storia naturale e culturale di questi animali speciali e delle loro montagne, con lo scopo di ispirare maggiore consapevolezza per la loro conservazione.

Seguici in questo viaggio, perché ogni mese potrai trovare nuovi racconti, notizie e approfondimenti.
Per apprezzare al meglio i contenuti multimediali del sito si consiglia una visione da desktop.

L’Orso e la Formica è online!

5 Febbraio 2021

Dopo cinque anni di lavoro appassionato tra i boschi dell’Appennino come tra gli archivi delle più importanti riviste scientifiche internazionali, oggi lanciamo Orso e Formica un viaggio multimediale, tra emozione e scienza, per conoscere l’orso marsicano e le sue montagne.

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