Oltre l’orso

Oltre l’orso

Gli orsi intessono relazioni con tutto ciò che li circonda

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Ogni organismo vivente è parte di un tutto. Una pianta, un animale e una roccia sono legati tra loro da rapporti di interdipendenza reciproca.

Le relazioni possono essere innumerevoli, a detta di molti studiosi, addirittura oltre la nostra immaginazione. Gli organismi competono fra loro se hanno troppe cose in comune (ad esempio il cibo). Alcuni uccidono per sopravvivere, i cosiddetti predatori; molti organismi si associano intimamente, formando vere e proprie alleanze, le “simbiosi”, spesso a vantaggio di entrambi. Relazione dopo relazione, le vite di prede, predatori, associati e il loro ambiente si intrecciano in un dinamismo unico e mutevole che cerca di puntare sempre ad un equilibrio. Ebbene, è così che nasce un ecosistema. Basta tirare più forte un filo di questa fitta trama, per modificare direzione e intensità delle relazioni, creando un improvviso e imprevedibile effetto a catena. Rompendo uno di questi fili per cause non naturali, la trama potrebbe sbrogliarsi senza possibilità di recupero. La vita degli orsi si intreccia ogni giorno a quella di altri organismi viventi (lupi, cervi, scoiattoli, formiche e piante) e non viventi (fiumi e suolo) scrivendo racconti di natura in grado di suscitare meraviglia e senso di appartenenza.

Dall’orso al picchio dalmatino, dalla volpe alla cincia mora, dalla rosalia alpina al ghiro: la faggeta è l’habitat prediletto da molte specie e l’orso appenninico è al centro di una fitta rete di connessioni che lega tantissimi organismi diversi.

Una zampata di un orso su un nido di formiche può agire meglio di un insetticida

I resti di un grande nido di Formica pratensis in primavera completamente distrutto da un orso appenninico in cerca di larve.

Le formiche sono tra gli organismi al mondo più cooperativi, e non solamente tra di loro. Ad esempio, esse offrono protezione a degli insetti dalla forma bizzarra appartenenti alla famiglia dei Membracidae, che in pratica esse “allevano” in cambio della melassa che questi defecano dopo essersi alimentati della linfa delle piante. Allo stesso modo, cacciando anche artropodi, come i ragni, le formiche determinano un ambiente epurato dai pericoli per molti insetti erbivori (afidi, cicaline e scarafaggi), che possono “pascolare” tranquilli. Nelle terre degli orsi, le formiche non hanno però vita facile. Gli orsi, assai ghiotti di adulti e larve, per cibarsene distruggono i loro nidi a colpi di zampate. Alcuni studiosi negli Stati Uniti hanno scoperto che nei pressi dei nidi danneggiati, gli arbusti di una pianta del genere Chrysothamnus (stessa famiglia dei girasoli) sono molto più rigogliosi. Come è possibile? Ebbene, grazie agli orsi, mentre le formiche rimaste sono intente a ricostruire il nido, molti piccoli predatori, come i ragni, conquistano nuovamente terreno e uccidendo molte specie di insetti erbivori, consentendo alle piante di germogliare e crescere meglio.

Gli orsi piantano semi come zelanti agricoltori fornendo cibo a se stessi e a molti altri animali.

Un orso si muove tra i cespugli di ramno, carichi di bacche alla fine dell’estate. In questo periodo, depositando in giro gli escrementi pieni di semi, il plantigrado può contribuire alla diffusione di questa pianta.

In base a studi condotti lungo i fiumi e i torrenti di risalita dei salmoni in Alaska, orsi bruni e neri possono disseminare oltre 200.000 semi di diverse bacche in un solo chilometro quadro. Non solo, ma un solo orso potrebbe consumare oltre 100.000 frutti in appena un’ora. Ma solo gli orsi ne traggono vantaggio? Gli studioso rispondono che non è così. Gli orsi, per primi, seguiti da uccelli e piccoli roditori contribuiscono tutti insieme a disseminare i semi dei frutti, facilitando l’occupazione di nuovi territori, la ricerca di condizioni ambientali più favorevoli, diminuendo la competizione tra le plantule e il rischio di inincrocio. In questo gli orsi sono molto efficaci, poiché occupano territori anche di centinaia di chilometri quadrati, percorrono distanze anche di decine di chilometri durante la fase di digestione, e disseminano almeno sette escrementi al giorno. Una ricerca condotta in Svezia ha mostrato che i semi all’interno degli escrementi degli orsi, una volta privati del loro tegumento durante la digestione, germinano un mese prima di quelli contenuti nei frutti caduti a terra da solo. Inoltre, dato che gli orsi defecano dove riposano, lo smottamento del terreno associato alla creazione di un giaciglio, potrebbe contribuire a creare le migliori condizioni per la germinazione dei semi. Dato che gli orsi scalano anche ogni giorno vere e proprie montagne, una ricerca ha evidenziato come il trasporto dei semi in quota possa garantire a molte specie di frutta, come ad esempio le ciliegie, di combattere i cambiamenti climatici, migrando (o meglio facendosi trasportare) verso aree meno calde.

I salmoni attirando decine di orsi rendono più facile la vita di topi e arvicole

Da maggio a settembre, i torrenti e i fiumi dell’Alaska prendono decisamente vita. Migliaia di salmoni risalgono la corrente dei i fiumi dalla costa oceanica per riprodursi e deporre le uova. Uno spettacolo incredibile che non lascia indifferente gli orsi. A partire da giugno, decine di orsi si aggregano lungo le zone ripariali dei fiumi per approfittare di tutti questi grassi e proteine. Per diventare obesi nel più breve tempo possibile, gli orsi si nutrono abbondatamene anche di mirtilli e delle bacche del genere Oplopanax, detti anche frutti del bastone del diavolo. Gli studiosi, attraverso l’utilizzo di fototrappole, hanno scoperto che topi e arvicole saccheggiano gli escrementi degli orsi. Ebbene, un singolo escremento di orso può contenere oltre 70.000 semi del frutto del diavolo. In pratica, un solo escremento può soddisfare il fabbisogno calorico di almeno 90 topi. Considerando il numero elevato di orsi che frequentano i margini dei torrenti e i fiumi durante l’estate, gli studiosi hanno scoperto che più del 50% dei roditori presenti, sopravvive solo in base grazie alle deiezioni degli orsi.

Alle maggiori latitudini, la risalita stagionale dei salmoni determina una fondamentale disponibilità di cibo per orsi e tante altre specie. Trasportando i resti dei pesci dai fiumi sino all’interno delle foreste, gli orsi contribuiscono a disperdere le sostanze nutritive che arrivano dal mare.

Gli orsi e i salmoni fanno squadra per migliorare la qualità dell’acqua e del terreno nei pressi di fiumi e torrenti

L’analisi degli isotopi stabili di carbonio ed azoto è stata impiegata per studiare il flusso di sostanze organiche tra l’Oceano e i fiumi nelle foreste boreali del Nord America. Ebbene, quasi il 26% dell’azoto contenuto nelle piante che vivono lungo le zone ripariali dei fiumi è risultato di origine marina. Ma come fa l’azoto a risalire i fiumi controcorrente? In estate, i salmoni risalgono i fiumi per deporre le uova e gli orsi, in particolare, che si cibano di circa il 40% dei salmoni disponibili, lasciando resti di carcasse in giro, defecando e urinando distribuiscono azoto marino fino ad oltre 500 metri dalla riva dei fiumi. Dalla ricerca è emerso, ad esempio, che oltre l’80% dell’azoto di origine marina misurato nelle foglie dell’abete bianco viene trasportato dagli orsi stessi. Gli alberi ripariali, così ben nutriti, crescono più velocemente e più densi, diventando più appetibili per cervi e alco; stabilizzano meglio gli argini e filtrano i sedimenti, rendendo più limpide le acque; creano migliori ripari per gli avannotti in crescita. Fornendo cibo e nutrienti, la squadra orso e salmone manda avanti una vera comunità che include tutti gli anelli della rete alimentare: spazzini, decompositori, erbivori e predatori. Gli studiosi affermano che la perdita di una delle due specie avrebbe gravi conseguenze ambientali su tutti gli organismi che vivono nello stesso ambiente, da un’alga o un batterio fino a decine di specie di mammiferi e uccelli.

Il lupo facilita la vita degli orsi cambiandogli addirittura le abitudini

Nel 1995, nel Parco Nazionale di Yellowstone, in America sono stati reintrodotti i lupi, dopo oltre sessanta anni di assenza. Un’occasione di ricerca che gli studiosi non si sono fatti sfuggire. L’arrivo dei lupi cosa ha comportato? Come prima cosa, i lupi hanno ridotto il numero delle loro prede preferite, i cervi wapiti, influenzandone anche le abitudini alimentari, mutate a fronte della necessità di sfuggire ai loro nuovi predatori. A sua volta, molti arbusti produttori di bacche hanno subito una crescita esplosiva, grazie alla minore pressione alimentare esercitata dai cervi, con un aumento, quindi, della disponibilità e del consumo di bacche da parte degli orsi grizzly. Non solo gli arbusti, ma anche la vegetazione ripariale di molti fiumi è diventata più rigogliosa, offrendo un ambiente ideale per molte specie di uccelli e ai castori che sono aumentati numericamente. Costruendo le loro dighe sui fiumi, i castori hanno creato nuove nicchie ecologiche che hanno favorito lontre, pesci, rettili e anfibi. Non solo, ma con il ritorno del lupo, è aumentata anche la disponibilità di carcasse di cervi e alci durante tutto l’anno e soprattutto nella stagione invernale, offrendo nuove fonti alimentari a corvi, gazze, aquile, orsi, coyote. Questa è quella che viene definita una cascata trofica. Un ecosistema è cambiato e si arricchito grazie al ritorno di un suo anello scomparso per mano dell’uomo.

Il confronto fra un lupo e un gruppo di cervi bloccati dalla neve nel cuore dell’inverno su un pendio dell’Appennino. Con la loro presenza, i grandi carnivori influenzano il comportamento e i movimenti degli ungulati selvatici.

L’occasione fa l’orso ladro, tutto è lecito per diventare obesi

Gli orsi sono molto abili a sottrarre una preda a lupi e linci, un comportamento chiamato cleptoparassitismo. Ma gli studiosi hanno trovato altre due vittime degli atti di pirateria degli orsi. Si tratti di due piccoli roditori che non pesano ciascuno più di poche centinaia di grammi. Nel Parco Nazionale dello Yellowstone, tra aprile e maggio, gli orsi trascorrono molto tempo a scavare con il muso a terra nelle praterie ancora parzialmente innevate. Questo ambiente ospita un piccolo roditore con abitudini sotterranee, il Thomomys talpoides, che si nutre di piante e di radici. Questi animali costruiscono elaborate gallerie dove nascondono il cibo, le cui entrate sono visibili sul terreno sotto forma di mucchietti di terra. Gli orsi, sebbene si nutrano occasionalmente anche di qualche individuo, fanno bottino delle riserve accumulate da questi roditori, ricche di radici di yampah e Claytonia virginica. Ma è in autunno che l’orso incontra la sua seconda vittima. Negli anni di abbondanza di pinoli (Pinus albicaulis), gli orsi non si procacciano questi semi direttamente, ma in più del 90% dei casi li rubano dalle scorte sotterranee degli scoiattoli rossi. In pratica, gli orsi dipendono da uno scoiattolo per sfruttare una risorsa ricca d’energia e fondamentale per trascorrere l’inverno a digiuno e riprodursi con successo.

Gli orsi sono dei veri e propri ingegneri ambientali, ovvero trasformano la corteccia in cibo e rifugio

I segni lasciati sul tronco morto di un abete dai morsi e zampate di un orso bruno in cerca di larve di coleotteri e altri invertebrati.

Gli orsi marcano la loro presenza sui tronchi degli alberi con graffi, morsi e il loro stesso odore sfregandosi intensamente. Questi alberi di marcatura possono essere utilizzati dagli animali anno dopo anno, anche per molto tempo. Ma gli orsi mordono la corteccia degli alberi anche per nutrirsi della loro linfa, per mangiare formiche nel legno e addirittura scavarsi delle tane. Attraverso l’analisi di 278 segni lasciati dagli orsi sulla corteccia di alberi di abete bianco, uno studio condotto nelle montagne dei Carpazi settentrionali, in Polonia, ha potuto documentare come in oltre il 40% dei casi, insetti xilofagi (ovvero che mangiano il legno) vi avessero scavato delle gallerie e nella maggior parte dei casi anche trivellate a colpi di becco dai picchi. Le “ferite” più colpite erano quelle più vecchie, ovvero scavate almeno cinque anni prima. Come spiegare questo fenomeno? Le “ferite” esposte agli agenti atmosferici e all’azione microrganismi e funghi, decomponendosi sono diventate un microambiente ideale per molte specie di coleotteri (di cui alcune molto rare) che depongono le proprie uova in minuscoli fori sulla corteccia e le cui larve si nutrono poi del legno, scavando appunto gallerie. Di queste stesse larve fanno però incetta i picchi, che approfittano delle aree già scortecciate dagli orsi. Lo studio ha anche dimostrato che gli alberi “feriti “sono stati colonizzati anche ad altri animali (come roditori, anfibi) che vi hanno trovato un comodo rifugio e protezione.

In Appennino, molte delle relazioni che legano l’orso al suo ambiente sono ancora da scoprire, ma, in base alle tante ricerche condotte in tutto il mondo, non c’è dubbio che l’orso possa avere un ruolo chiave anche negli equilibri di questi ambienti

L’Appennino dell’orso

L’Appennino dell’orso

L’intreccio millenario tra storia umana e naturale
che ha creato un variegato mosaico ambientale e preziosi rifugi di wilderness

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Per poter vivere l’orso bruno ha necessità di muoversi liberamente attraverso grandi spazi, di trovare zone tranquille dove riposare e, a seconda delle stagioni, di poter accedere a una notevole varietà di risorse alimentari.

L’Appennino Centrale è tra le poche aree rimaste in Italia ancora in grado di offrire al plantigrado tutto ciò di cui ha bisogno. Le aspre montagne carbonatiche della regione, incise da valli lunghe e profonde e soprattutto le grandi foreste, di faggio su tutte, hanno permesso all’orso di sfuggire all’estinzione e di sopravvivere sino al presente. Lo stato di naturalità e la ricchezza degli ambienti salvaguardati all’interno dei confini delle aree protette appenniniche, come il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ad esempio, è ormai celebre e sinonimo di natura integra e selvaggia anche a livello internazionale. Ma l’apparente selvaticità di questi luoghi non deve trarre in inganno: ad esclusione di pochissime aree, si tratta in gran parte di una wilderness, per così dire, “secondaria”, ovvero tornata ad un alto livello di naturalità solamente negli ultimi 50-60 anni. Ciò è avvenuto sicuramente grazie alle misure di conservazione intraprese, ma soprattutto a seguito di profondi stravolgimenti socio-economici nella regione e dell’abbandono delle attività di sfruttamento tradizionali praticate per secoli su queste montagne.

Agli inizi della primavera un orso dell’Appennino si aggira nei pressi di un’antica masseria in rovina. Gran parte dell’areale di questo animale è oggi rappresentato da ambienti originati da successioni secondarie, ovvero tornati ad una certa naturalità in seguito all’abbandono da parte delle tradizionali attività di sfruttamento del territorio.

Le prime tracce della frequentazione umana in Appennino Centrale risalgono a 500.000 anni fa, ben prima, quindi, di quelle relative alla presenza Homo sapiens nel nostro paese, che sono databili a circa 40.000 anni fa.

Ma è solo a partire da 7-8.000 anni fa, ovvero dal Neolitico, che iniziano le prime sostanziali modifiche dell’ambiente, in particolare con l’avvento della pastorizia e dell’agricoltura. Dopo decine di migliaia di anni trascorsi praticando quasi esclusivamente la caccia, specialmente itinerante, la pesca e la raccolta dei prodotti spontanei della terra, per la prima volta nella storia i nostri antenati entrano per certi versi in “competizione” con la natura selvaggia e i suoi abitanti più ingombranti. Per creare pascoli per le proprie greggi e campi da coltivare, con il fuoco e la scure, le genti del Neolitico si sono aperte un varco sempre maggiore nella folta vegetazione primigenia. In questo modo sono stati disboscati in modo quasi permanente i crinali e i fianchi delle montagne e il fondovalle, creando le vaste e brulle praterie secondarie così tipiche del paesaggio appenninico. In questo stesso periodo, il territorio dell’Italia centrale vede l’arrivo di nuovi animali domestici e delle prime varietà di piante coltivabili. Per difenderli, l’uomo deve far fronte ai grandi predatori ed erbivori presenti nella regione. Con l’avvento di uno stile di vita maggiormente stanziale e della nascita dei primi insediamenti abitativi, a tutto questo si è presto aggiunta la costruzione di strade e infrastrutture, ovviamente ampliate, migliorate e “messe a sistema” durante l’epoca italica e, soprattutto, romana. In questa fase storica la popolazione umana cresce considerevolmente e nascono i primi importanti centri urbani, anche nelle aree più interne. Nei primi secoli dopo Cristo il territorio dell’Appennino Centrale, dall’entroterra sino alle coste, è attraversato da una rete viaria complessa; esso risulta parcellizzato e gestito in modo estremamente organizzato dagli emissari del governo romano. Tutto questo, ovviamente, a scapito delle aree boschive e selvagge, quindi delle zone più idonee alla sopravvivenza della grande fauna selvatica.

Un gregge di pecore pascola all’ombra dei resti dell’antica Grancia di Santa Maria del Monte nel Massiccio del Gran Sasso. Fondata dai monaci cistercensi nel XIII secolo, questo monastero d’alta quota è rimasto in funzione fino alla fine del XVI Secolo, quando l’inasprimento delle temperature invernali dovuto alla Piccola Era Glaciale ha costretto i monaci ad abbandonarla.

Ciononostante, questa epoca particolarmente florida per i nostri antenati è destinata a vita breve. Nel Medioevo, infatti, si assiste in qualche modo ad un passo indietro. Dopo il crollo dell’Impero romano e con l’arrivo nella Penisola di popolazioni di origine centro-europea, apportatori di una cultura e di un’economia maggiormente incentrate sullo sfruttamento dell’ambiente forestale, vengono abbandonate molte aree coltivate, con il ritorno prepotente di boschi e foreste su tutto l’Appennino. Mentre guerre, epidemie e carestie decimano la popolazione, in un territorio sempre meno abitato, le genti colonizzatrici tornano a praticare estensivamente la caccia e un allevamento del bestiame a carattere semi brado, importando nel territorio particolari modalità di conduzione forestale.

Faggi secolari nel Bosco della Difesa di Pescasseroli, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La forma tipica a candelabro di questi alberi è dovuta alla pratica della capitozzatura, che permette una maggiore produzione di rami, fronde e frutti.

Tra queste, spicca la cosiddetta gestione a “difesa”, di cui si hanno molti esempi nella regione (si vedano, ad esempio, la bella Difesa di Pescasseroli e quella di Opi, nell’alta Val di Sangro, o il Bosco di S. Antonio nel comprensorio della Maiella). Le difese sono di solito localizzate in prossimità dei centri abitati. Si tratta di tipici pascoli arborati, di utilizzo comunitario, dove il bestiame è lasciato pascolare tra alberi secolari, in particolare di faggi, querce o alberi da frutto. Queste grandi piante vengono ripetutamente potate, “capitozzate” in gergo, per produrre un maggior numero di rami e, a loro volta, di fronde e frutti con cui sono alimentati gli animali domestici, in particolare al termine della buona stagione. Seppur di origine artificiale, oggi, le faggete a difesa sono ambienti strutturalmente molto vari e habitat importantissimi per molte specie, da quelle che cercano rifugio nel cavo dei vecchi tronchi a quelle che riescono a vivere esclusivamente sotto una volta forestale non del tutto chiusa. Esse sono pertanto fondamentali per la salvaguardia della biodiversità appenninica e, naturalmente, anche dell’orso, che le frequenta in molti periodi dell’anno e specialmente nelle annate di produzione di faggiola.

In questa intervista, Aurelio Manzi, etnobotanico e profondo conoscitore dell’Appennino Centrale, illustra le fasi più salienti della storia del paesaggio di questo territorio e di come essa sia legata alle vicende dell’orso.

Alla fine del Medioevo, in tutto l’Emisfero settentrionale, una diminuzione sempre più marcata delle temperature dà inizio alla cosiddetta Piccola Era Glaciale. Questo periodo di clima particolarmente rigido perdura sino al XIX secolo, influenzando fortemente la distribuzione e le attività umane nel comprensorio appenninico. Le temperature fredde e gli inverni estremamente lunghi determinano una diffusa e forte richiesta di abbigliamento e coperture adatti: la lana diventa quindi uno dei prodotti al centro dell’economia e fattore scatenante della grande epopea della transumanza. È in questi secoli che si assiste al massimo sviluppo dell’industria armentizia nella regione, con centinaia di migliaia di capi di ovini che, percorrendo annualmente gli antichi tratturi, vengono condotti dai verdi pascoli montani appenninici alle aree di svernamento situate lungo le coste e nelle pianure del nord della Puglia, in particolare. Se da un lato la prosperosa economia legata all’allevamento della pecora ha consentito, seppure per poche famiglie, un rifiorire della cultura e dell’economia dopo secoli di incertezze e povertà, dall’altro essa ha comportato un rinnovato pesante impatto sugli ambienti naturali, causando una nuova retrocessione delle foreste e delle specie ad esse legate. È questo il periodo di massimo conflitto tra gli allevatori e i grandi predatori selvatici.

Un pastore molisano conduce il proprio gregge durante la transumanza autunnale lungo uno degli ultimi tratturi ancora in funzione. Oggi ben poco rimane di una pratica che un tempo vedeva milioni di pecore condotte ogni anno a svernare nel Tavoliere delle Puglie.

Agli inizi del XIX secolo, assieme ad un rialzo delle temperature, anche l’abolizione della feudalità nel Regno di Napoli e la relativa nascita della proprietà privata, con le leggi eversive promulgate dal re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, scatenano una nuova colonizzazione della montagna e un’ulteriore penetrazione dell’uomo fin nelle aree più selvagge dell’entroterra. In questi decenni, si torna a tagliare estensivamente i boschi, a cacciare la grande fauna, sino ad allora patrimonio dei signori, e a coltivare le terre anche in alta quota. Mentre l’indigenza di gran parte della popolazione di regioni come l’Abruzzo e il Molise, spinge intere famiglie a vivere in montagna, sfruttando grotte o semplici capanne come abitazioni e “rivendicando” le terre alla montagna, ovvero coltivando piccoli appezzamenti di terreno sui fianchi meglio esposti dei monti, magari dopo aver rimosso sassi e pietre e averne terrazzati i pendii. Gli enormi mucchi di pietre e le capanne a tholos che si ritrovano spesso nei pascoli appenninici risalgono proprio a questo periodo: silenziose testimonianze delle fatiche e delle speranze delle generazioni del tempo.

I resti di un antico stazzo abbandonato nel cuore dell’Appennino abruzzese. Ovunque si ritrovano testimonianze dello sfruttamento delle aree montuose scaturito in seguito all’emanazione delle leggi sull’eversione feudale.

Lo sfruttamento del territorio, la distruzione degli ambienti naturali e della fauna dell’Appennino Centrale sono proseguiti inesorabilmente sino al secondo Dopoguerra e, alla metà del secolo scorso. Ad esclusione del felice e straordinario caso dei Monti della Marsica e dell’alta Val di Sangro, che nel 1922, da riserva di caccia, divengono area protetta, quale primo nucleo del Parco Nazionale d’Abruzzo che poi si espanderà sino a toccare le regioni circostanti, gran parte del territorio appenninico dovrà attendere l’esodo massiccio dalle campagne verso i centri urbani e la fine della tradizionale economia rurale prima di riveder tornare i boschi sui pendii e la grande fauna a ricolonizzarli. È proprio a questo processo, il cosiddetto rewilding o rinselvatichimento, assieme alla protezione delle specie, su tutti i carnivori, ai progetti di reintroduzione di quelle estinte e, ovviamente, all’istituzione delle tante aree protette appenniniche, tra cui i Parchi Nazionali del Gran Sasso – Monti della Laga e della Maiella, quello regionale del Sirente – Velino e le riserve regionali, che si deve l’attuale condizione di eccezionale naturalità della regione e ricchezza di biodiversità.

Susseguirsi di verdi crinali montuosi dalla Riserva Regionale del Monte Genzana sino al cuore del Parco Nazionale della Maiella. La continuità delle aree protette appenniniche e l’efficienza dei cosiddetti corridoi ecologici tra gli ambienti a maggiore naturalità sono il presupposto per l’espansione della ridotta popolazione di orso marsicano.

Le vicissitudini storiche, complesse e stratificate dell’Italia centrale, unite alle peculiarità territoriali dell’entroterra appenninico, hanno gettato le basi per la nascita di un paesaggio ricco e variegato. Un mosaico ambientale di origine antropica, di recente reclamato dalla natura, che offre una grande varietà di ambienti e risorse trofiche per la vita di molte specie e che rappresenta una fascia di protezione delle ultime, preziose aree selvagge delle alte montagne, delle profonde valli e delle foreste più integre.

Resta a noi il compito di preservarlo e gestirlo in modo da evitare un’eccessiva uniformità ambientale e garantirne la produttività. Perché è proprio questo mix di natura e cultura a rappresentare il contesto d’eccezione in cui si può svolgere la storia meravigliosa degli orsi d’Appennino.

Una casa per l’orso

Una casa per l’orso

I movimenti degli orsi riflettono i loro bisogni e variano di stagione in stagione

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In Appennino, quando gli orsi decidono di stabilirsi per la vita, preferiscono aree boscose, poco abitate o frequentate da persone, in cui muoversi senza troppi ostacoli.

Una volta trovata “casa”, gli orsi trascorrono le ore diurne in versanti montani alberati, impervi e poco raggiungibili, possibilmente lontani da strade. Tuttavia, con le prime ombre del crepuscolo, essi si avventurano anche nel fondovalle, tra pascoli, praterie, incolti e coltivi, alla ricerca di cibo. Gli orsi sono creature della notte e alle prime luci dell’alba, fanno ritorno ai loro rifugi diurni. In autunno, quando il bisogno di ingrassare diviene prioritario, le femmine, in particolare, approfittano di qualche ora di luce in più, per garantirsi le migliori condizioni per diventare madri. Gli spostamenti di questi animali sostanzialmente sono un riflesso di quello che mangiano e non sono mai casuali. Prima di muoversi, infatti, gli orsi mettono sempre in bilancio costi e benefici. Ogni gita lontana dai rifugi diurni, deve servire a riempire bene lo stomaco o a trovare un compagno.

Dai silenziosi querceti a fine inverno, alle praterie montane e le ombrose faggete in primavera, sino alle brulle morene glaciali in estate. In Appennino centrale, nel corso delle stagioni un orso può frequentare una grande varietà di habitat.

Gli orsi sono per lo più vegetariani e si alimentano di cibi la cui maturazione varia nei mesi. Ogni stagione non è mai la stessa.

Quando escono dalle tane, in primavera, gli orsi frequentano soprattutto il fondovalle, i margini dei corsi d’acqua e dei boschi e le aree libere da neve, dove è più probabile trovare piante succulente, carcasse di animali morti in inverno o cervi, caprioli e cinghiali appena nati. Ognuno a suo modo, gli orsi perlustrano anche ambienti naturali antropizzati come i coltivi, gli incolti e i margini delle strade, sempre alla ricerca dei primi ciuffi di erba. Nelle prime quattro settimane dall’uscita dalla tana, gli orsi si muovono e mangiano poco, perché le loro funzioni metaboliche sono ancora rallentate dalla lunga pausa invernale, anche se gradualmente ritornano alla normalità. Tra maggio e giugno, i movimenti dei maschi e delle femmine adulte solitarie, alla ricerca di avventure amorose, raggiungono il loro massimo. Le madri, invece, rimangono più a lungo in quota e nei pressi dei ricoveri invernali rispetto ad altri orsi, per proteggere i cuccioli, ancora troppo lenti per tenere loro il passo. Con l’avanzare dell’estate, tra giugno e luglio, l’inverdimento della vegetazione a quote progressivamente più elevate attrae gli orsi nelle praterie a maggiore altitudine, alla ricerca non solo di erbe, ma anche di formiche in fermento nei loro nidi sotto i sassi. Per cercare formiche, più attive nelle ore più calde della giornata, a differenza di altre stagioni, gli orsi frequentano con assiduità le aree ricche di arbusti e cespugli anche nelle ore di luce.

L’inizio di agosto porta con sé non solo una grande abbondanza di frutti carnosi, ma anche il picco turistico, ovvero di frequentazione del Parco da parte delle persone. Qualcosa cambia anche negli orsi. Essi iniziano a sottoporsi ad una dieta ipercalorica per aumentare di peso prima del lungo inverno. Nello stesso tempo, gli animali conducono una vita anche più riservata, in aree impervie e in alta quota sia di giorno che di notte, evitando il più possibile le strade molto trafficate e affollati centri abitati. In questa stagione, le radure e i ghiaioni di montagna sono una meta costante per gli orsi, in cerca di bacche di ranno. Con la stagione autunnale, invece, gli orsi tornano a frequentare di nuovo i boschi di fondovalle, gli incolti e i coltivi in cerca di bacche e altri frutti, soprattutto mele, pere e ghiande. Nelle annate di pasciona, ovvero di abbondanza di frutti di faggio, questi restringono i loro spostamenti all’interno delle faggete.

ORSI E CAMBIAMENTI CLIMATICI

Studi recenti hanno evidenziato che un home range di orso, ovvero il territorio frequentato normalmente dagli orsi in un anno o in una stagione, dovrebbe contenere almeno il 10% di ambienti aperti e il resto di bosco per provvedere a tutti i cibi necessari alla propria sopravvivenza (ghiande, faggiole, bacche, mele, pere, piante erbacee e formiche). I modelli di cambiamento climatico prevedono che le temperature medie in Europa nei prossimi 40 anni potranno aumentare anche di 2 gradi, parallelamente ad un aumento delle precipitazioni a carattere violento in primavera e a forti siccità nei periodi estivi. In questo scenario, nei prossimi decenni molti saranno i cambiamenti a cui l’orso dovrà adattarsi: aumento della copertura forestale, riduzione di ambienti aperti e conversione delle foreste di faggio in querceti. Grazie alla flessibilità nella dieta degli orsi in Appennino, nonché la diversità di cibi di cui si alimentano, questi animali hanno sicuramente un asso nella manica per sopravvivere a questi cambiamenti. Ma è una situazione da tenere sotto controllo, perchè ogni pianta può reagire in maniera diversa.

Le case degli orsi devono rispondere a molti requisiti e soddisfare tutti i loro bisogni di alimentazione, sicurezza e riproduzione.

In Appennino, ogni individuo di orso è diverso e sia tra i maschi che tra le femmine, le dimensioni delle proprie aree vitali, gli home range, possono differire anche di tre volte. Questi home range degli orsi marsicani possono variare tra i 30 e i 300 km2 e sono del tutto confrontabili con quelli di orsi bruni residenti in zone anche molto più produttive dell’Appennino stesso.

COME SI CHIAMA LA CASA DEGLI ORSI?

Ogni essere vivente possiede un suo home range, ovvero un’area in cui esso abitualmente mangia, si riproduce e cura la prole. Un home range ideale è quello in cui è possibile trovare dei compagni con cui accoppiarsi, sufficienti risorse alimentari e aree sicure da eventuali competitori e predatori. Il concetto di home range è molto dinamico nell’orso e le sue dimensioni, così come il suo utilizzo, possono differire di molto in funzione delle variazioni annuali e stagionali dei cibi più appetibili, delle condizioni di salute e dello stato riproduttivo degli animali, della presenza di competitori e di fattori di disturbo, come le infrastrutture di origine antropica, ad esempio. Alcune aree, che coincidono per lo più con zone di rifugio e di alimentazione, sono usate più spesso di altre e si definiscono core area.

Esistono diversi metodi per misurare le dimensioni di un home range. Ad esempio, congiungendo i punti più estremi degli spostamenti (minimo poligono convesso) oppure definendo un contorno soltanto intorno alle aree frequentate con più intensità (metodi kernell).

Da una stagione all’altra, gli orsi utilizzano sempre le stesse aree più centrali, ma gli home range si restringono, dilatano o allungano in funzione delle esigenze riproduttive e nutrizionali degli animali, nonché della distribuzione dei cibi più appetibili. Le variazioni più significative sono state osservate al passaggio tra la stagione estiva e quella autunnale, con un dimezzamento o addirittura un raddoppiamento, a seconda degli orsi o degli anni. In autunno, gli orsi si nutrono soprattutto di frutta secca, la cui abbondanza può variare molto da un anno all’altro. Nelle annate di pasciona del faggio, ad esempio, gli orsi restringono i loro spostamenti all’interno delle faggete, rimanendo per settimane in aree anche molto piccole. Quindi, essi avranno territori più piccoli, rispetto ad anni in cui le faggete producono pochi frutti.

I maschi possiedono sempre territori di dimensioni maggiori di quelli delle femmine. In particolare, durante la stagione riproduttiva, tra la fine della primavera e i primi mesi estivi, i maschi adulti raddoppiano i propri spostamenti per raggiungere e coprire il maggior numero di femmine possibili, in accordo con una strategia riproduttiva poligama. I maschi allargano i propri territori fino a includere anche sei femmine adulte diverse. Se da una parte le femmine con piccoli tendono, invece, a restringere i propri spostamenti nei primi mesi estivi, per ridurre il rischio di infanticidio da parte dei maschi adulti, nelle altre stagioni allargano, invece, le proprie aree vitali per soddisfare le esigenze nutritive di tutta la famiglia.

Gli orsi non sono propriamente territoriali e si tollerano, sebbene sappiano quando e come ripartirsi lo spazio per non sovrapporsi troppo.

Gli orsi si tollerano e possono spartirsi la stessa casa, anche se stagione e personalità giocano un ruolo. Le più tolleranti sono soprattutto le femmine, che sin da giovani tendono a rimanere nei territori materni, mentre i maschi nei primi anni di vita sono spinti a disperdersi. Nel Parco, ad esempio, un orso può incontrare altri 4 individui ogni 100 km2. Che gli orsi in Appennino siano molto indulgenti tra di loro, è evidente sia in estate che in autunno, quando si possono osservare aggregazioni anche di nove orsi assieme in pochi chilometri quadrati. Tuttavia, sovrapporsi, non vuol dire necessariamente frequentare le stesse aree nello stesso giorno o alla stessa ora. Gli orsi, infatti, sono molto abili a spartirsi un calendario di presenza in una specifica area. D’altra parte, se non riescono ad evitare un incontro, anche a distanza ravvicinata sanno come interagire per evitare tensioni e conflitti.

Gli orsi sono ben “impacchettati” nel Parco, ciò suggerisce che questa area non potrà accogliere più orsi di quelli che ci sono già.

L’elevato grado di sovrapposizione degli home range degli orsi nel Parco, rende ad oggi plausibile ipotizzare che questi animali comincino a stare un po’ “stretti”. Cosa può succedere agli orsi in queste situazioni? Gli orsi più giovani, in genere, vengono spinti ad allontanarsi o in aree marginali o in cerca di nuovi territori più lontani, mentre per chi resta possono entrare in gioco dei meccanismi di controllo, ad esempio, delle nascite. Le femmine dominanti più anziane possono esercitare la loro autorità impedendo alle femmine più giovani di riprodursi, oppure possono aumentare i casi di infanticidio da parte dei maschi adulti sui giovani. Che evidenze abbiamo per gli orsi nel Parco? I bassi tassi riproduttivi riscontrati nelle femmine e il più recente fenomeno di orsi giovani che frequentano aree abitate, potrebbero essere degli indizi che sia in atto un fenomeno di questo tipo. Negli ultimi anni, inoltre, stanno aumentando sempre di più le segnalazioni di orsi maschi e femmine al di fuori dell’areale storico. Un buon indizio che gli orsi hanno una spinta ad allontanarsi dall’area storico di presenza.

ORSI FUORI

Negli orsi la dispersione (allontanamento dai territori materni) è un fenomeno prettamente maschile. In genere più del 90% dei maschi si disperde entro 5 anni di vita, allontanandosi anche di centinaia di chilometri. Giocare in casa, ovvero restare in un territorio di cui si conosce tutto, è molto vantaggioso per una femmina il cui obiettivo è quello di mantenersi in forma e in salute per riprodursi. Le femmine, quindi, sono molto più legate ai territori materni, ovvero si dicono filopatriche, e raramente si allontanano a distanze maggiori di 70-80 km dalle aree natali. Gli orsi in cerca di nuovi territori o che raggiungono aree a bassa densità di orsi, e quindi con poca competizione, possono occupare territori fino a tre volte superiori di quelli che avrebbero occupato nelle aree di origine materne, soprattutto se devono attraversare aree molto frammentate.

L’Appennino da sempre porta con sé una storia di antropizzazione degli habitat naturali e il Parco rappresenta un vero e proprio mosaico ambientale.

Nonostante la tendenza osservata da parte degli orsi a preferire home range con ambienti naturali, a livello di alcuni orsi, strade e aree urbanizzate possono occupare anche metà del loro territorio. Per un orso, quindi, frequentare zone antropizzate non è così anomalo. Alcuni orsi attraversano regolarmente i paesi, sebbene lo facciano in orari notturni. Questo comportamento può essere esasperato, se ad esempio i giovani e le femmine con piccoli, scelgono di vivere vicino a queste aree per sfuggire ai maschi. In queste condizioni, considerando la presenza di attrattori all’interno dei centri abitati come alberi da frutta, può essere favorita l’insorgenza di orsi che perdono il timore nei confronti dell’uomo e che si abituano a vivere in zone meno selvatiche.

Se ad un orso si offre la possibilità di accedere liberamente ad alberi da frutto non protetti, all’interno di un centro abitato, questo potrebbe scegliere di tornare ad una tale risorsa e perdere via via la naturale diffidenza nei confronti delle persone. È così che nascono gli orsi cosiddetti “confidenti”, i cui movimenti vengono monitorati con radio-collari per prevenire eventuali incidenti.

Tuttavia, l’abitudine degli orsi ad alimentarsi nei pressi delle strade o dei paesi, sia che si tratti di cibi naturali (piante erbacce e insetti), che di risorse associate all’uomo, costituisce potenzialmente un rischio per questa specie e si associa ad elevati livelli di conflittualità con le attività umane (ad esempio danni alla zootecnia, orti e frutteti) e di maggiore rischio di uccisione per gli orsi (ad esempio investimenti o bracconaggio). Non solo, ma su 19 orsi monitorati, più della metà possiede home range che includono ampie porzioni di zone a protezione limitata e maggiormente antropizzate di quelle interne al Parco. D’altra parte solo negli orsi in dispersione o che frequentano zone al di fuori del Parco, il grado di sovrapposizione con aree a rischio, può arrivare anche al 100%, con tutti i pericoli che questo comporta.

All’interno della propria area vitale gli orsi frequentano zone che possono essere ad alto rischio per la propria sopravvivenza, sebbene molto appetibili. Queste aree sono definite trappole ecologiche e caratterizzano gran parte del futuro territorio di potenziale espansione dell’orso appenninico.

Dove vive

Dove vive

Un viaggio tra le montagne degli orsi

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Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e le zone limitrofe da sempre rappresentano la roccaforte degli orsi dell’Appennino.

Questo cuore selvaggio d’Italia è costituito da oltre 1300 chilometri quadrati di montagne scoscese e valli profonde, solcate da numerosi corsi d’acqua e ricoperte di imponenti foreste che ospitano una natura sorprendente, sopravvissuta quasi per miracolo a poca distanza da metropoli come Roma e Napoli. Nonostante la vicinanza al mare, il clima è meno mite di quello prettamente mediterraneo. Le estati sono secche e gli inverni freddi e nevosi. Una coltre candida può ricoprire le cime da metà dicembre fino a tutto il mese di marzo, e talvolta oltre. Gli ambienti prevalenti sono le foreste decidue e, a seguire, da praterie di montagna, pascoli ed arbusteti. Nel fondovalle, oltre a numerosi piccoli centri abitati, sono ancora presenti aree coltivate e incolti. Al di sotto dei 1300 metri di altitudine, cerri e roverelle (Quercus cerris e Q. pubescens) dominano i boschi, mentre a quote superiori è il faggio (Fagus sylvatica) a dominare incontrastato. Tra l’altro, il Parco ospita alcune delle faggete più antiche d’Europa, dove gli alberi crescono, si riproducono e muoiono di “morte naturale”, seguendo i cicli naturali che favoriscono l’insediamento e la vita di una notevole quantità di specie animali e vegetali. Ma i boschi sono ricchi anche di aceri (Acer spp.), piante da frutta selvatiche (come, ad esempio, Pyrus pyraster, Malus sylvestris, Prunus spp. e Sorbus spp.) e anche varietà domestiche di mele, pere, susine e ciliegie disperse tra i coltivi e gli incolti.

Dopo un temporale primaverile, le nuvole si diradano lasciando intravedere i boschi e le cime ancora innevate di una valle del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Questo mosaico ambientale, prodotto di millenni di alterne vicende umane, presenta una comunità arbustiva molto varia, ricca anche di piante da frutta tra cui ranno, lampone, viburno, corniolo, per citarne alcune. La fascia montana e quella submontana sono punteggiate da verdeggianti praterie mesofile e seminaturali (Festuco-Brometea), mentre oltre i 1800 metri di altitudine si aprono estese praterie primarie che ospitano una ricca varietà di piante erbacee di diverse comunità (Seslerietum apenninae, Festuco-Trifolietum thalii). I suoli profondi e ricchi di nitrati, in prossimità degli stazzi e dei percorsi preferenziali delle greggi o di corsi d’acqua, sono colonizzati da diverse piante erbacee come il cerfoglio, l’orapo e l’ortica (Chaerophyllum spp., Chenopodium spp., Rumex spp., e Urtica spp.).

Alcune delle specie più note e preziose della biodiversità del PNALM: Picchio dalmatino (Picoides leucotos lilfordi); Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata); Lupo (Canis lupus); Cerambice del faggio (Rosalia alpina); Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus); Faggio (Fagus sylvatica);  Vipera dell’Orsini (Vipera ursinii); Gaggiolo marsicano (Iris marsica); Coturnice (Alectoris graeca); Salamandra pezzata (Salamandra salamandra gigliolii).

Le valli, le foreste gli ambienti rocciosi sono popolati da una grande varietà di vertebrati e invertebrati, con numerose specie endemiche o molto rare altrove. Il Parco protegge gran parte delle specie tipiche degli ecosistemi montani e, in particolare, dell’Appennino. Tra i mammiferi, spicca la comunità di ungulati selvatici, con cervi (Cervus elaphus), caprioli (Capreolus capreolus), cinghiali (Sus scrofa) ed esclusivi camosci appenninici (Rupicapra pyrenaica ornata): potenziali prede non solo per l’orso, ma anche per il lupo, qui presente con una popolazione ad alta densità. Ma non ci sono solo erbivori selvatici. Dai primi mesi estivi fino all’inizio dell’autunno, gli animali domestici (pecore, capre, mucche e cavalli) vengono ancora portati al pascolo tra queste montagne, spesso ad alte densità e, nel caso di bovini ed equini, allo stato semibrado. In tutta l’area è documentata la presenza di cani da guardiania associati al bestiame, ma anche di cani vaganti e inselvatichiti.

La roccaforte degli orsi

Entra nel cuore dell’Appennino, percorrendo le valli segnate dagli uomini fino alle cime più alte, da cui lo sguardo spazia sulle grandi foreste e verso nuovi territori.

A partire dal Neolitico, il paesaggio dell’Appennino si è sviluppato di pari passo con le attività umane, in particolare la pastorizia, vera forza plasmatrice del territorio. Le tracce di tutto ciò sono ancora evidenti nei coltivi abbandonati e nei resti di vecchi stazzi, rinvenibili anche in aree remote, nonché nella rete di sentieri e strade che sono presenti quasi ovunque. Oggi, nel Parco, la densità abitativa è di circa 15 persone/km2, mentre la densità di strade asfaltate al suo interno è pari a circa 39 km/100 km2. L’allevamento del bestiame, le attività di taglio forestale e il turismo sono importanti risorse economiche, mentre l’agricoltura ormai è limitata principalmente alle zone di fondovalle, nei pressi dei centri abitati. Lo sfruttamento dei boschi è svolto con l’autorizzazione del Parco, tranne in alcune aree particolarmente delicate prese in affitto dall’Ente stesso per prevenire il deterioramento dell’habitat. L’attività venatoria (cinghiale, lepre e avifauna) è consentita esclusivamente nell’Area contigua del Parco, tra i mesi di ottobre e gennaio.

Nell’ambito del PNALM sono praticate molte attività tradizionali di sfruttamento del territorio, come quelle di taglio boschivo, con l’esbosco ancora svolto con muli e cavalli.

Per la complessità storica, culturale ed ecologica del territorio in questione, le relazioni che legano l’orso, l’Appennino e l’uomo possono essere davvero innumerevoli e sorprendenti. Più che in molte altre regioni del Pianeta, la vita degli orsi di queste queste montagne da migliaia di anni è intrecciata a ciò che li circonda, da un filo d’erba o una formica fino ad arrivare all’uomo e alle sue attività. La relazione con la nostra specie, in particolare, viaggia da sempre su due polarità, di attrazione o repulsione, variando costantemente nel tempo a seconda delle culture prevalenti.

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