Fotografare un orso

Fotografare un orso

Quando le immagini esistono per un motivo

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

“Un’immagine vale più di mille parole.” Recita così un celeberrimo adagio, che sottolinea il potere comunicativo delle rappresentazioni visive nello spiegare concetti, veicolare messaggi e suscitare emozioni.

Viviamo in una società fortemente basata sulle immagini e questo anche perché il nostro sistema nervoso centrale, in fondo ancora di sofisticati primati frugivori, si è evoluto soprattutto sugli stimoli visivi ed è perfettamente adattato a cogliere e registrare immagini, linee, forme e colori. Questo si riflette anche sull’effetto che tutto ciò può avere sulla nostra vita quotidiana e sulla nostra sfera emotiva.

Tutte le fotografie esistono per ricordarci quello che dimentichiamo. In questo (…) esse sono l’opposto dei dipinti. I dipinti infatti registrano ciò che il pittore ricorda. Dal momento che ciascuno di noi dimentica cose diverse, una foto, più che un dipinto, può cambiare significato a seconda di chi la osservi.

John Berger

Come esseri umani troviamo più semplice memorizzare un’immagine, che non una frase o una serie di note.

Una buona (non semplicemente bella) immagine, pensiamo ad un celebre dipinto o ad una fotografia d’autore, diventa tale perché rispetta alcuni canoni (luce, composizione, soggetto) che, come i tasselli o la sintassi di un qualsiasi linguaggio, la rendono in grado di parlare a tutti, indipendentemente da cultura, provenienza geografica o estrazione sociale. Lo stesso potrebbe esser certamente affermato della musica o della letteratura, ad esempio, ma le arti visive hanno una marcia in più. Questo perché, in generale, la nostra specie trova più semplice memorizzare un’immagine, che non una frase o una serie di note. E di una pellicola cinematografica (o di un’esperienza) siamo spesso in grado di ricordare singoli fotogrammi invece di sequenze. Numerosi studi dimostrano, inoltre, come sia molto più facile immedesimarsi nelle situazioni ed emozioni vissute da altri, osservandole in immagini, piuttosto che attraverso i racconti. Pensiamo, ad esempio, ai desideri suscitati dalle pubblicità che passano in televisione, ma anche, e soprattutto, alle scene dei film e alle fotografie che hanno scandito gli ultimi cento e più anni della storia umana, celebrando le gioie, così come i drammi, e solleticando nell’intimo, facendoci sognare, piangere o esultare. Inoltre, la possibilità offerta dalla fotografia e dal cinema documentario, sin dai loro albori, di ritrarre la realtà e di riprodurla altrove nello spazio e nel tempo, ha da sempre connotato queste arti anche di un certo valore sociale. Senza volerci qui addentrare in questioni di verità o presunta veridicità, alla fotografia e alla documentaristica è stato spesso affidato il compito di testimoniare ciò che accade, diffondere informazioni e offrire chiavi di comprensioni del mondo.

Esempio di un’immagine celeberrima che ha influenzato le coscienze di un’intera generazione: “La ragazza col fiore”, manifestazione contro la guerra nel Vietnam. Washington, 1967 © Marc Riboud, Museo d’Arte moderna della città di Parigi

Oggi, più che mai, l’immagine è centrale nella nostra vita. Grazie anche all’impatto della digitalizzazione.

Non più solo disegni, illustrazioni, dipinti, sculture e stampe fotografiche: a questi si vanno aggiungendo le migliaia di input che riceviamo ogni giorno semplicemente facendo scrolling sul telefono. Un’abbuffata visiva a cui contribuiamo anche noi registrando e condividendo decine di fotografie e video sui nostri smartphone, con cui, in qualche modo, desideriamo dare maggiore valore e rilevanza agli eventi e ai momenti della vita nostra e di chi ci circonda. Il digitale ha decisamente rivoluzionato il mondo delle immagini e la gratificazione istantanea che permette, moltiplicata dalle possibilità di condivisione offerte da internet, ha fatto avvicinare il grande pubblico alla fotografia, un tempo attività piuttosto circoscritta a causa dei costi e delle abilità richiesti da attrezzature e tecniche. Questo ha avuto un grande impatto anche sulla fotografia cosiddetta “naturalistica”, ovvero rivolta ai soggetti naturali: fenomeni, ambienti e le specie selvatiche che in essi vivono. Per decenni, questa è stata fortemente di nicchia, praticata da pochissimi appassionati e pressoché del tutto trascurata dal mondo della fotografia sensu lato, tradizionalmente legato soprattutto ad una rappresentazione meno documentativa della realtà o maggiormente a contenuti a sfondo sociale. Nessuno si aspettava, quindi, il boom che sta vivendo la fotografia di natura in questi anni, sicuramente aiutato anche dall’enorme sviluppo di tecnologie e strumenti (non solo fotocamere e lenti iper performanti, ma anche fototrappole, droni, visori notturni, abbigliamento mimetico, etc etc) creati appositamente per questa attività e che, forse, attirano il pubblico tanto quanto le potenziali immagini da realizzare. E così, da un piccolo circolo di “iniziati”, questa pratica fotografica oggi conta milioni di appassionati in tutto il Mondo, ciascuno alla ricerca di una propria esperienza con la natura e con il selvatico.

Io credo che una fotografia, di un soggetto qualsiasi, richieda un coinvolgimento personale. E questo significa conoscere il proprio soggetto, non solamente scattare a qualsiasi cosa sia di fronte a te.

Frans Lanting

Mai come oggi, in un’epoca di grandi stravolgimenti e disorientamento, la società sente il bisogno di riconnettersi o ritrovare un equilibrio con la natura.

Qualsiasi attività che possa permetterci un riavvicinamento, portandoci fuori dalle nostre case e lontano dagli schermi, ha quindi sicuramente dei risvolti positivi. Inoltre, la disciplina e l’attenzione richieste dalla fotografia di natura, con le sue levatacce, attese silenziose e ore di osservazione, possono anche rappresentare un momento di ritrovata consapevolezza, ovvero un’alternativa benefica ai ritmi serrati e alle abitudini della vita quotidiana. Ciononostante, va anche considerato che questo crescente numero di appassionati e l’aumento della richiesta di fruizione degli ambienti naturali e di “incontri” con i loro abitanti che ciò comporta, pone nuove questioni etiche e di salvaguardia degli habitat e delle specie. Un’attività che generalmente viene percepita come del tutto innocua e positiva, in realtà può avere un impatto molto più profondo e duraturo di quanto si pensi. Laddove una frequentazione ridotta ed occasionale poteva avere un effetto minimo o, forse, trascurabile sull’ambiente, oggi la presenza umana negli habitat naturali sta aumentando notevolmente e in modo costante. A questa, vanno poi aggiunti una ricerca sempre più efficiente e meticolosa dei soggetti, una diffusione più capillare di luoghi e itinerari, lo stimolo ad ottenere immagini di volta in volta più accattivanti e, con questi, il desiderio di avvicinarsi sempre di più. E così, pur partendo da scopi assolutamente nobili, possono esserci effetti davvero allarmanti. Capita che splendidi prati fioriti vengano attraversati da decine di appassionati che, passaggio dopo passaggio, finiscono per distruggere l’oggetto stesso delle loro attenzioni. O che gli animali più timidi si trovino costretti a condividere con le persone anche gli ultimi recessi del bosco, le sacre ore dell’alba e del crepuscolo o i silenzi del cielo, solcati da droni ronzanti.

Decine di appassionati, fotografi e curiosi si concentrano alla periferia di un centro abitato per osservare da vicino una famiglia di orsi.

Ad un aumento esponenziale di persone alla ricerca di immagini di natura, sta facendo seguito un trend altrettanto marcato di aumento delle criticità, che non può non far sorgere dei quesiti.

È possibile che un eccesso di desiderio e attenzione possa compromettere irrimediabilmente ciò che, in fondo, è l’oggetto del nostro amore? Fin dove ci si può spingere per realizzare un’immagine? La fotografia può aiutare davvero la conservazione della natura? E cosa ha a che fare tutto questo con la storia che “L’Orso e la Formica” vuole raccontare? Sin dal suo concepimento, questo Progetto, volutamente multimediale, ha avuto un’anima legata alle immagini. Non a caso, due su tre degli autori praticano con passione la fotografia di natura, anche a livello professionale. Accanto ad una vita passata all’aria aperta, soprattutto facendo esperienza di campo ed esplorando le montagne dell’orso, cioè quelle dell’Appennino Centrale, il team è “cresciuto” anche apprezzando (e sognando su!) fotografie, libri illustrati e documentari. Oltre ai rispettivi percorsi professionali, ci si è voluti avvicinare al mondo della conservazione con l’aspirazione di mettere in pratica tutto questo bagaglio culturale per fare della buona divulgazione. In questo si era consapevoli che le immagini fossero il miglior strumento per attirare attenzione e veicolare messaggi. Quindi molto del lavoro di campo di Progetto è stato dedicato alla realizzazione di foto e video di impatto, ovvero quanto più possibile belli esteticamente e chiari nei contenuti.

D’altronde, negli anni, si è potuto anche assistere alla nascita di una maggiore sensibilità nella fotografia naturalistica, che si rivolge a tematiche legate alla salvaguardia della natura. La cosiddetta conservation photography, binomio coniato una ventina di anni fa con la nascita dell’ILCP (International League of Conservation Photography), prevede l’utilizzo delle capacità e degli strumenti del fotografo nel documentare emergenze ambientali ma anche storie positive, per diffondere maggiore consapevolezza sulle sfide e opportunità di conservazione. Ciò, nella pratica, si traduce in immagini di natura che, oltre a voler rappresentare il bello, aspirano anche a raccontare storie complesse e a non escludere l’aspetto umano, sempre meno trascurabile nell’era del cosiddetto Antropocene. Una missione questa, che spesso inizia e prosegue ben dopo lo scatto fotografico.

La tipica fotografia naturalistica mostra una farfalla su un bel fiore. La fotografia di conservazione mostra la stessa cosa, ma con un bulldozer sullo sfondo. Questo non significa che non ci sia spazio per le belle foto, anzi, abbiamo bisogno di belle immagini tanto quanto di conoscere i problemi. Significa però che le immagini esistono per un motivo: salvare la Terra finché siamo in tempo.

Joel Sartore

Il corpo esanime di un orso morto nel 2019 in Molise per collisione con un veicolo giace su un tavolo da laboratorio dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo in attesa della necroscopia.

Oggi la fotografia della conservazione conta moltissimi adepti, che vedono in essa uno scopo più nobile e sensato dei propri sforzi sul campo; i media e, persino, i concorsi fotografici sono sempre meglio disposti nel pubblicare e premiare contenuti informativi e anche di denuncia, da affiancare ad immagini e storie più classiche. In fondo, però, è sempre esistita. Un secolo fa, negli Stati Uniti, i paesaggi fotografati da Carleton Watkins e Ansel Adams offrirono al nascente movimento ambientalista un supporto visivo per la creazione dei Parchi Nazionali dell’Ovest. Così come, trent’anni fa, lavori di fotografi del calibro di Mike “Nick” e Karl Amman mostravano per primi al mondo la distruzione delle grandi foreste del Bacino del Congo, in Africa, assieme alla piaga del “bush meat”. Accanto a questo, le loro immagini apparse sui media internazionali rivelavano però anche gli ultimi luoghi intatti, contribuendo fattivamente alla creazione di aree protette. Questi sono solamente alcuni esempi: negli ultimi decenni, le immagini, i reportage e i documentari che hanno avuto un ruolo determinante nella salvaguardia della natura sono tantissimi. È scegliendo di camminare nel solco tracciato da queste persone e offrire un supporto visivo alla “causa” della conservazione dell’orso in Appennino, che il team de “L’Orso e la Formica” ha voluto creare un portfolio di immagini che fosse vario, approfondito e, soprattutto, coinvolgente di questo animale e del mondo che gli ruota attorno. Per farlo però, ha dovuto considerare prima alcuni aspetti fondamentali.

Comprendere quando fare un passo indietro, per garantire all’orso lo spazio e la tranquillità di cui ha bisogno, significa anche scegliere di preservarne il mistero.

Osservare un orso in libertà è un’esperienza indimenticabile, che, in un paese densamente abitato come l’Italia, ha in sé anche del miracoloso. L’orso infatti è un animale bellissimo, la cui semplice apparizione basta ad accendere immediatamente il paesaggio: anche da lontano, la sagoma nitida e inconfondibile di questo animale sembra quasi uscire tridimensionalmente dalla scena, facendo fremere l’aria e ingigantire la scala di un territorio. Come un marchio di origine controllata, la sua presenza certifica la qualità e l’integrità di un luogo. È comprensibile quindi che in molti nutrono il desiderio di incontrare questo animale in montagna e, magari, di riuscire ad immortalarlo con la propria macchina fotografica.

Non dobbiamo dimenticare però che l’orso bruno marsicano è anche una specie minacciata d’estinzione e, quindi, protetta dalla legge. Oltre al rispetto della suddetta legge e dei regolamenti vigenti nelle Aree Protette, chi va in cerca di orsi deve sempre considerare che il proprio atteggiamento può avere un impatto non trascurabile sulla loro vita. Questi animali timidi e riservati non tollerano un’eccessiva violazione della loro privacy. Come abbiamo visto, essi per vivere hanno bisogno di spazio e tranquillità, di aree sicure dove svernare e mettere al mondo i piccoli, di luoghi appartati dove nutrirsi in pace. Ogni mossa va quindi ponderata bene, perché potrebbe determinare una risposta negativa nell’animale ed esporlo a rischi. Per il fotografo o naturalista questo non deve rappresentare solo un problema, ma anche una grande responsabilità. Quando si è sul campo, al cospetto di un animale delicato come l’orso, bisogna fare appello a tutta la propria attenzione e sensibilità, per evitare di commettere errori, anche imperdonabili.

Gli orsi non appartengono ai cacciatori, né agli appassionati. Appartengono a sé stessi e al paesaggio.

Thomas Mangelsen

Di fronte al dilemma di voler documentare approfonditamente la vita di questo animale speciale, ma senza invaderne troppo il territorio, quindi il team ha svolto il proprio lavoro cercando di ridurre il più possibile il disturbo. Ad esempio, si è scelto di utilizzare lunghi teleobiettivi, moltiplicatori e macchine con piccoli sensori per “avvicinare” gli animali, magari rinunciando ad un pelino di qualità, ma rimanendo a distanza di sicurezza. Si è fatto vasto uso di foto-trappole, collocate e controllate con la massima discrezione e la minima frequenza, per evitare che fossero percepite come un’intrusione. Ovviamente, si è lavorato in stretta collaborazione con l’Ente PNALM e i suoi tecnici per pianificare le attività di campo nel massimo rispetto delle loro mansioni e delle necessità di conservazione. Ma, soprattutto, si è lavorato sempre con una certa “empatia ecologica”, l’unica in grado di far capire quando arriva il momento di smettere e farsi da parte, anche rinunciando ad uno scatto sensazionale.

Questo perché seppure il Progetto creda profondamente nell’importanza della documentazione e della divulgazione, del resto è anche convinto che nessuna fotografia o osservazione possa mai giustificare il disturbo intenzionale o persistente di una specie, che sia minacciata di estinzione o meno. Forse ciò potrà sembrare ingenuo se non addirittura ipocrita, quando sono purtroppo ancora troppi gli orsi che muoiono per cause umane o gli ettari di habitat naturali irrimediabilmente perduti a vantaggio delle più disparate attività di sfruttamento e “valorizzazione”. Ma forse non è corretto valutare le forme di disturbo solo in funzione della loro relativa gravità, bensì nel loro complesso. La battaglia per la conservazione delle specie e del loro ambiente, infatti, va condotta su molteplici fronti, ciascuno dalla propria rilevanza strategica. E comprendere quando fare un passo indietro, per garantire all’orso lo spazio e la tranquillità di cui ha bisogno, significa anche scegliere di preservare quel mistero che rende la permanenza di questo animale sulle nostre montagne tanto magica e preziosa.

Una femmina e un maschio di orso camminano affiancati durante la stagione degli amori. Immagine ottenuta a grande distanza per evitare di disturbare gli animali ed enfatizzare il contesto ambientale.

Con il nostro lavoro di fotografi, siamo i primi a poter dare voce agli orsi e ai loro ambienti, suscitando emozioni e diffondendo informazioni sulle opportunità e le criticità legate alla loro conservazione.

Per sopravvivere, gli orsi e la natura hanno bisogno di far parte della nostra vita, ora più che mai. Ma la natura ha anche bisogno che noi entriamo in scena con una maggiore consapevolezza del nostro impatto. Come fotografi abbiamo un’enorme opportunità di informare e influenzare il cambiamento nelle persone, ma premere l’otturatore è solo l’inizio. Infatti, c’è molto lavoro da fare prima e dopo lo scatto. Fotografare la natura è anche una responsabilità e impone alcune domande: ciò che faccio può alterare il comportamento di quello che osservo? Quando devo fermarmi? Che cosa voglio raccontare e perché? Come può la mia storia contribuire alla conservazione e alla tutela della natura?

  • Studia a fondo le caratteristiche etologiche e biologiche del tuo soggetto fotografico e i luoghi che andrai a visitare, ben prima di uscire sul campo e pianifica le tue attività nel loro rispetto.
  • Anteponi la protezione della natura e il benessere dei soggetti alla ricerca di immagini fotografiche, anche a costo di rinunciare ad uno scatto.
  • Riduci al minimo la perturbazione dell’ambiente naturale, non modificarlo per avere una migliore visuale o inquadratura e rispetta il silenzio.
  • Rispetta la selvaticità degli animali. Non usare esche o attrattivi e non abituarli alla tua presenza. Orsi che hanno perso la loro diffidenza e abituati al cibo umano, possono rappresentare un rischio sia per le persone che per sé stessi.
  • Informati su leggi e regolamenti. Ogni sito naturale e specie animale ha le sue peculiarità. La flora e la fauna selvatiche sono patrimonio dello Stato e sono tutelate istituzionalmente da diversi strumenti normativi nazionali e internazionali Per questo motivo, nelle aree protette, si elaborano piani e regolamenti.
  • Sii trasparente nelle didascalie delle tue fotografie e condividi il modo in cui sono state scattate e se ti sei avvalso dell’autorizzazione degli enti preposti, dichiaralo.
  • Con le tue foto, didascalie, pubblicazioni, conferenze o workshop fai conoscere la natura che ci circonda, educa e sensibilizza a modelli di conoscenza ambientale e di responsabilità;
  • Metti a frutto il tuo lavoro anche in altri modi, ad esempio collaborando con le ONG di conservazione della tua regione o con i media, dialogando con il mondo scientifico e con gli enti preposti alla conservazione.
Fra diritti e doveri

Fra diritti e doveri

Appunti giuridici sulla questione animale

TEMPO DI LETTURA 14 MINUTI

Nel febbraio 2022, l’Italia ha compiuto un passo storico, modificando, per la prima volta dal 1948, i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, per affrontare una questione che ci riguarda tutti da vicino: quella animale.

L’articolo 9 della Costituzione ora riconosce la tutela dell’ambiente come uno dei principi fondamentali dello Stato. Questa modifica, che si inserisce nel contesto della norma dedicata alla cultura, alla ricerca e alla salvaguardia del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della Nazione, introduce un terzo comma, il quale afferma che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.

La tutela dell’ambiente, sebbene “innominata”, faceva comunque parte del nostro ordinamento costituzionale già da molto prima della riforma del 2022.

Sebbene nel testo della Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948, di ambiente neppure si parlava, proprio partendo dall’articolo 9, e quindi dalla norma che tutela il paesaggio, studiosi, interpreti del diritto, e magistrati, hanno progressivamente esteso l’oggetto di quella tutela, arrivando a ricomprendervi anche valori più prettamente naturalistici. Non bisogna poi dimenticare che la Corte Costituzionale ha affermato il rilievo della tutela ambientale collegandola alla norma sul diritto alla salute, in quanto, evidentemente, lo stesso è strettamente connesso alla qualità dell’ambiente in cui si vive. Successivamente è stato istituito un Ministero dell’Ambiente, e sono state dettate le prime norme in materia di risarcimento del danno ambientale (1986); l’ambiente ha fatto anche una sua prima comparsa in Costituzione (2001), ma solo per essere “spacchettato” fra le materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato, e quelle a competenza ripartita fra Stato e Regioni, fra tutela e valorizzazione; infine, è arrivato anche un “Codice dell’Ambiente” (2006), e addirittura all’interno del nostro Codice Penale è stato inserito un titolo dedicato specificamente ai Delitti contro l’ambiente (2015). Proprio quell’ambiente che, nonostante tutto, continuava a rimanere privo di un proprio statuto costituzionale.

Un gruppo di camosci, simbolo della natura appenninica, salvato dall’estinzione grazie agli interventi di conservazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Riconoscere la protezione dell’ambiente come un principio fondamentale è un cambiamento importante in un momento in cui le questioni ecologiche sono sempre più rilevanti. Tuttavia, le modifiche hanno suscitato ampi dibattiti.

Sebbene l’introduzione di un principio di tutela ambientale sia stata accolta con favore da molti, altrettanto numerosi sono stati quelli che hanno riservato alla revisione costituzionale parole critiche. Queste si sono concentrate soprattutto sulle sorti della parallela tutela del paesaggio, che a fronte delle pressanti istanze dell’approvvigionamento energetico da fonti di energia pulite e rinnovabili, corre oggi il rischio di diventare sacrificabile, e dunque di soccombere innanzi all’imperativo della transizione ecologica; transizione ecologica che, secondo questa prospettiva, avrebbe trovato il suo ingresso in Costituzione proprio sotto l’ombrello della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi – e mettendo da parte, si direbbe, tutte le ulteriori istanze e valori che nella protezione ambientale possono essere ricompresi.

Un fratino ci ricorda quanto gli animali siano capaci di adattarsi e trovare soluzioni per convivere. Tuttavia, non sono in grado di valutare i rischi che questa coesistenza può comportare.

Oltre al tema dei rapporti tra ambiente e paesaggio, però, c’è un altro punto della riforma costituzionale che ha generato opinioni contrastanti: quello dell’inserimento in Costituzione della tutela degli animali.

Invero, l’attuale terzo comma dell’articolo 9 del testo costituzionale, subito dopo aver sancito il principio della tutela ambientale – anche nell’interesse, come visto, delle future generazioni – assegna alla legge dello Stato il compito di disciplinare “i modi e le forme di tutela degli animali”. Alcuni commentatori hanno definito la riforma addirittura rivoluzionaria, per il fatto di aver portato, per la prima volta e con un indubbio valore simbolico, gli animali in Costituzione. Effettivamente se, come si è detto, nella Costituzione del 1948, e fino alla costituzionalizzazione, insoddisfacente, del 2001, l’ambiente in Costituzione neppure veniva nominato, lo stesso si può dire rispetto agli animali, che fanno la loro prima comparsa nel testo della nostra Legge fondamentale proprio con la riforma del febbraio 2022. Così facendo, il nostro ordinamento costituzionale risulta essersi allineato non solo ai principi derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea, che definisce gli animali come esseri senzienti (art. 13 TFUE), ma anche, si può dire, a quelli che sono gli attuali orientamenti del costituzionalismo contemporaneo, posto che le Costituzioni che approcciano la questione animale, o che comunque la riconoscono e le attribuiscono un qualche rilievo, sono sempre più numerose.

Un’immagine storica che ci ricorda come il percorso verso la conservazione e la protezione degli animali abbia lasciato tracce indelebili nel presente e nel futuro di molte specie.

In questo senso, secondo alcuni autori la riforma rappresenterebbe il coronamento di un percorso, dottrinale e giurisprudenziale, di progressiva “dereificazione” degli animali, in quanto l’affermazione, a livello costituzionale, del principio della loro tutela implicherebbe, in qualche modo, il riconoscimento di una loro soggettività. Secondo altri, invece, la riforma avrebbe rappresentato una sorta di compromesso al ribasso, nel senso che per essa il Legislatore avrebbe sì, finalmente, introdotto la questione animale all’interno della nostra Costituzione, ma senza affrontarla fino in fondo: senza, cioè, offrire agli animali una loro qualificazione giuridica. Altri ancora hanno ritenuto che dall’affidamento della tutela degli animali al legislatore statale emergerebbe tutta l’impronta antropocentrica della riforma, in quanto le forme e i modi della tutela degli animali sarebbero comunque rimessi alla discrezionalità del legislatore-uomo, e dunque ai suoi interessi.

ESSERE O NON ESSERE UN SOGGETTO GIURIDICO

Quando si parla di soggettività giuridica, ci si riferisce alla capacità di essere titolari, ad esempio, di diritti e facoltà, oneri e doveri, che sono situazioni giuridiche. A seconda che attribuiscano una posizione di vantaggio, oppure di soggezione, queste si distinguono in attive e passive.
Il diritto soggettivo è la principale situazione giuridica attiva, perché attribuisce al soggetto una posizione di prevalenza, riconosciuta come meritevole di protezione da parte dell’ordinamento giuridico, che è l’insieme dei principi e regole fondanti il vivere comune in una data società.
Riconoscere la soggettività giuridica degli animali sarebbe perciò il presupposto per il riconoscimento di loro diritti. Tuttavia, la sola titolarità di un diritto non ne garantisce il rispetto; è necessaria anche la possibilità di azionare il diritto, quindi di far valere la posizione di vantaggio connessa al medesimo, utilizzando gli strumenti previsti dall’ordinamento.
La sola affermazione legislativa di un diritto degli animali, ad esempio a vivere secondo la loro etologia, potrebbe non bastare a garantire la tutela effettiva di un animale, magari costretto in condizioni incompatibili con la sua natura, se quello stesso animale non avrà modo di veder tutelato quel suo diritto in via giudiziale, dunque davanti ad un tribunale.
Questa possibilità di azione resta preclusa agli animali. Tuttavia, come nel caso delle istanze di tutela ambientale in generale, l’ordinamento giuridico ha trovato degli escamotage, riconoscendo ad alcune associazioni di protezione ambientale la possibilità di agire in giudizio. Ma il vuoto di tutela rimane.
Eppure la Costituzione, fonte primaria del diritto, riconosce anche la categoria del dovere giuridico, situazione passiva che può limitare gli interessi individuali, imponendo comportamenti specifici, la cui osservanza viene presidiata dall’ordinamento giuridico.
Tornando all’esempio degli animali maltrattati, se sancire il loro diritto al benessere può non essere sufficiente, affermare il dovere umano di rispettare le loro caratteristiche, e preservare il loro ambiente naturale, può rivelarsi, anche alla luce della recente riforma costituzionale, più lineare e, soprattutto, efficace.

La questione ambientale e animale pongono il giurista di fronte ad interrogativi molto simili. E, soprattutto, fanno scricchiolare la costruzione intimamente e originariamente antropocentrica della torre d’avorio del diritto.

Un altro aspetto su cui si sono soffermati i commentatori è l’evidenza, anche nel testo del nuovo terzo comma dell’articolo 9, della peculiarità della questione animale rispetto alla questione ambientale, che il Legislatore della riforma ha evidentemente colto, e messo in luce¹. Valorizzando questo profilo, alcuni hanno giudicato la previsione della tutela degli animali come tutt’altro che compromissoria. Certamente, un’indagine anche solo lontanamente compiuta della relazione uomo-animale, e più in generale di quella uomo-natura, implicherebbe tutta una serie di considerazioni ulteriori, filosofiche ed etiche, che andrebbero molto al di là dei confini della riflessione giuridica e che, per ovvie ragioni, non verranno approfondite in questa sede. Tuttavia, se è vero che la questione del rapporto uomo-animale presenta una sua specificità, tale da non poterla ridurre puramente e semplicemente ad una mera componente della più ampia questione ambientale, è però altrettanto vero che il problema delle due tutele, quella dell’ambiente e quella degli animali, ha evidentemente un minimo denominatore comune: quello di mettere l’ordinamento giuridico, che è una costruzione umana, di fronte al problema dell’alter rispetto all’umano, e quindi, in definitiva, al tema, ora molto in auge, della coesistenza o convivenza con ciò che sta al di fuori e oltre di noi.

Coesistere non significa solo scendere a compromessi, ma comprendere profondamente cosa voglia dire abitare un luogo che assume significati diversi per chi lo vive — siano essi umani o animali.

Che cos’è l’ambiente per il diritto? E che cosa sono, per esso, gli animali? È noto che le impostazioni valutative che si contendono il campo rispetto alla costruzione del diritto dell’ambiente e alla definizione dei suoi contenuti sono essenzialmente due: quella antropocentrica, che pone al centro della riflessione sull’ambiente l’uomo e i suoi bisogni, e quella ecocentrica, che mira alla protezione dello stesso a prescindere dalle utilità che questo produce per l’uomo. Tanto la prima quanto la seconda, poi, possono presentarsi con intensità e gradazioni diverse. Rispetto alle domande che la questione ambientale e animale pongono, la prospettiva antropocentrica, in cui soltanto l’essere umano può porre valori e rivendicare diritti, dovendo il mondo del giuridico limitarsi a prendere atto delle istanze individuali, e garantirne l’estrinsecazione, ha già da tempo rivelato tutti i propri limiti. Ad esempio, configurare l’ambiente come un diritto dell’essere umano fornisce soltanto una parte della soluzione al problema della sua nozione giuridica, ma non consente di includere tutte quelle componenti dell’ambiente, o anche della fauna, che non solo possono non risultare di immediata utilità per l’uomo, ma addirittura possono rivelarsi dannose o pericolose. Occorre, a tal proposito, riconoscere i meriti di quella dottrina che ha brillantemente messo in luce le criticità che una simile proposta definitoria, laddove accolta, rivelerebbe. il professore Fabrizio Fracchia, in particolare, si è servito di tutta una serie di figure altamente evocative, al fine di dimostrare l’inadeguatezza, quando si parla di ambiente, del riferimento alla categoria dei diritti soggettivi: innanzitutto, viene sottolineato come la posizione dell’uomo nei confronti della natura non sia esattamente quella del titolare di un diritto, dunque di una pretesa, ma piuttosto come quest’ultimo si trovi, rispetto all’ambiente che lo circonda e agli elementi che lo compongono, in una posizione di soggezione, dovendo sottostare alle sue leggi e, alcune volte, addirittura subirne le aggressioni. Ma la “sindrome dello tsunami”, descritta sopra, non è l’unica “patologia” alla quale l’autore faccia riferimento: essa, infatti, viene ad essere affiancata da quella della cosiddetta “pagina bianca”, con la quale si vuole mettere in luce come, se è vero che la disciplina ambientale è stata dettata per tutelare una situazione giuridica qual è, appunto, quella del diritto soggettivo all’ambiente, è però altrettanto vero che di tale posizione protetta non si trova traccia nel diritto positivo, e quando questo accade il suo oggetto non è veramente l’ambiente, ma il diritto umano alla salute.

L’esito dovrebbe allora essere quello di salvaguardare l’ambiente soltanto nella misura in cui fa comodo all’uomo? E però, c’è da dire che, all’opposto, neppure le teorie più spiccatamente ecocentriche e/o biocentriche, che tendono ad estendere la soggettività giuridica oltre l’uomo, si sono dimostrate all’altezza delle aspettative. Si può anche discutere di diritti degli animali, e persino di diritti degli alberi o dei fiumi, ma la verità è che la prospettiva dei soli diritti, quando difettano le azioni necessarie a soddisfare le esigenze alla base del loro riconoscimento, si sta rivelando insoddisfacente persino per gli esseri umani. Se non si prevedono gli strumenti per azionarli, le dichiarazioni sui diritti rimangono lettera morta, e questo veramente accomuna la nostra posizione a quella degli animali. Possiamo stilare cataloghi variegatissimi sui diritti che, in base alla nostra cultura, intelligenza e sensibilità, ci sentiamo di volta in volta di attribuire al mondo animale, ma sarebbe poco più che un esercizio di stile; agli animali, a qualunque animale, continuerebbe comunque a mancare l’unica cosa che davvero conta rispetto alla titolarità di un diritto: la reale possibilità di difenderlo, di farlo valere².

IL “SENTIRE” DELL’ALTRO

All’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea si afferma che, nella formulazione e attuazione delle politiche dell’Unione, si deve considerare il benessere degli animali, riconosciuti come “esseri senzienti”. Questo segna un netto cambiamento rispetto alla visione cartesiana, che configurava gli animali come macchine, prive di sensibilità. La riforma del 2022, che ha costituzionalizzato il principio della tutela animale, rappresenta anch’essa un importante passo avanti nel percorso di “de-reificazione” degli stessi.

Nella stessa ottica, il Legislatore italiano, già nel 2004, aveva introdotto nel codice penale norme volte a sanzionare fattispecie come l’uccisione (art. 544-bis, c.p.) o il maltrattamento di animali (art. 544-ter, c.p.), ma quelle stesse norme, risultavano raccolte sotto alla rubrica dei Delitti contro il sentimento per gli animali, che è evidentemente il sentimento dell’uomo. Con la L. n. 82 del 2025, il Codice Penale supera in parte la prospettiva antropocentrica, parlando di Delitti contro gli animali, aumentando le pene ed introducendo una serie di aggravanti. Tuttavia, la morte e il maltrattamento di animali continuano ad essere puniti solo in caso di crudeltà o in assenza di necessità, che restano categorie umane. Nonostante i progressi, e le interpretazioni più avanzate, il punto di vista è rimasto quello antropocentrico.

Lo stesso art. 13 TFUE, pur qualificando gli animali come esseri senzienti, sottolinea anche la necessità di rispettare, ad esempio, le consuetudini e le tradizioni degli Stati membri. Malgrado i passi avanti, la strada per riconoscere una dignità giuridica al “sentire” dell’altro rispetto all’uomo, e in specie al sentire animale, è ancora lunga. Tuttavia, in questo percorso tortuoso, la tutela animale in Costituzione può contribuire a non far perdere più la bussola.

Una prospettiva migliore, almeno per il giurista, non è tanto quella di ammettere o non ammettere la titolarità di diritti da parte degli animali, ma quella di riconoscere il valore della loro tutela e protezione, e quindi di assumere un impegno in tal senso.

Per migliaia di anni abbiamo sradicato tutto ciò che sembrava ostacolare i nostri interessi. Serve, forse, una nuova prospettiva meno antropocentrica e più mutualistica.

Tale riconoscimento e assunzione di impegno, rispetto all’affermazione statica di un diritto, risulta a conti fatti più onesta, anche se comporta oneri, limiti e doveri. Tra l’altro, la dimensione dei doveri non è affatto sconosciuta al nostro testo costituzionale, che all’art. 2 la ricollega, guarda caso, proprio al riconoscimento e alla garanzia dei diritti, creando un parallelismo tra questi ultimi, definiti inviolabili, e i doveri inderogabili di solidarietà – politica, economica e sociale, e -perché no? – dopo la riforma dell’art. 9, a maggior ragione anche ambientale ³. Si tratta di una visione che può trovare il suo pendant in quello che è stato definito come un antropocentrismo moderato, o antropocentrismo dei doveri: una prospettiva che prende atto della centralità dell’essere umano – quanto meno nella costruzione dell’ordinamento giuridico -, ma che, da questa centralità, fa discendere un principio di responsabilità rispetto a tutto ciò che è altro, animali e ambiente in primis. Insomma, uno “stare al centro” da cui derivano più doveri che diritti.

Il recente inserimento della tutela animale in Costituzione può pertanto essere letto sotto una luce diversa. Infatti, al netto di tutti i discorsi, e di tutti i limiti, non si può negare che, inserendo nel testo costituzionale il riferimento alla tutela degli animali, la riforma abbia in qualche modo introdotto un obbligo supremo di protezione nei confronti degli stessi⁴ : in definitiva, li ha resi oggetto di un dovere da parte degli esseri umani. Esattamente come lo è l’ambiente di cui fanno – e facciamo – parte.

È davvero così difficile cambiare le nostre abitudini per accogliere l’altro, anche quando è diverso da noi?

Un giorno, forse, l’ordinamento giuridico riconoscerà anche una soggettività giuridica per gli animali, superando lo specismo. Fino ad allora, la migliore tutela appare il riconoscimento dei doveri di protezione dell’uomo verso gli animali, non più come risorse, ma perché con essi condividiamo il fatto dell’esistenza su questo stesso pianeta.

Testo redatto da Alice Rallo – Collaboratrice giuridica – Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise

¹ V. sempre D. CERINI, E. LAMARQUE, La tutela degli animali nel nuovo articolo 9 della Costituzione, in federalismi.it, n. 24/2023, pag. 34, per cui “è molto significativo…che nel testo dell’art. 9 Cost. gli animali non siano considerati soltanto come meri componenti”, cosa da cui si evince la scelta di “considerare il valore del rispetto e della tutela degli animali…in modo autonomo rispetto ad altri valori a esso contigui e parzialmente sovrapponibili”, e similmente anche P. VIPIANA, La protezione degli animali nel nuovo art. 9 Cost., in DPCE online, n. 2/2022, pag. 1120, in cui si evidenzia che “la circostanza per cui il disposto sulla tutela degli animali viene formulato con una frase a sé…sembra indicare che la tutela degli animali sia un aspetto nettamente distinto…”, pur precisando tuttavia che “in realtà le due parti…sono strettamente connesse e la tutela degli animali acquista uno specifico significato proprio in correlazione con la tutela dell’ambiente”. Anche A. VALASTRO, La tutela degli animali nella Costituzione italiana, in Biolaw Journal – Rivista di BioDiritto, n. 2/2022, pag. 264-265, ritiene che “il testo di riforma…ha molto opportunamente abbandonato l’ipotesi …di ricomprendere gli animali nei concetti di fauna e/o biodiversità…”, e “aver sganciato la tutela degli animali dalla tutela di qualsiasi altro bene (ambiente, fauna, biodiversità, ecc.), e averne fatto oggetto di tutela diretta, rende implicito il loro riconoscimento come esseri senzienti”.

² V. P. VIPIANA, Op. Cit., pag. 1112, per cui “il riferimento alla tutela dei diritti degli animali…si rivela improprio giacché l’animale non può agire in giudizio (si potrebbero prefigurare ricorsi delle associazioni animaliste): perciò sembra preferibile prevedere non la titolarità di diritti in capo agli animali, ma semplicemente la tutela di questi ultimi, il che comporta riguardo al trattamento di essi l’imposizione di obblighi e divieti a carico degli esseri umani”. Così anche D. CERINI, Il diritto e gli animali: note gius-privatistiche, G. Giappichelli-Editore, Torino, 2012, pag. 8, che nota come, al di là delle declaratorie, la situazione risulti “ancora del tutto insoddisfacente specialmente sul piano della law in action e della effettiva tutela della posizione animale”.

³ V. sul punto A. VALASTRO, La tutela degli animali nella Costituzione italiana, in Biolaw Journal – Rivista di BioDiritto, n. 2/2022, pag. 279, per cui “la Carta costituzionale, in quanto progetto di sviluppo della società umana, non può non presupporre la corretta convivenza della specie umana con le altre specie, pur nel quadro dei fisiologici bilanciamenti…”.

⁴ D. CERINI, E. LAMARQUE, Op. cit., pagg. 63 e ss., parlano della costituzionalizzazione di un principio animalista, e sostengono che “d’ora in poi sarà necessario tenere conto della presenza di tale nuovo principio nell’esercizio delle funzioni normative e giurisdizionali”.

Là dove sono le “cose selvagge”

Là dove sono le “cose selvagge”

La sottile linea che unisce o separa gli animali umani e non.

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

Dove iniziano o finiscono le “cose selvagge”? A differenza dell’isola immaginaria del famoso libro per l’infanzia di Maurice Sendak, non esiste una risposta universale. E’ un concetto mutevole, influenzato dalla cultura, dall’educazione, dall’ambiente, da ciò che guardiamo sugli schermi e dal nostro vissuto.

Alcuni studiosi lo definiscono quasi un paradosso, considerando che noi stessi siamo esseri naturali, ovvero che ci siamo co-evoluti con tutte le altre creature e forze naturali per milioni di anni e che condividiamo, con i primi, le stesse funzioni biologiche. Tuttavia la questione non è banale, perché è proprio lì dove uomini e animali selvatici si sovrappongono che possono verificarsi i conflitti. L’interfaccia uomo-fauna è raramente statica e maggiore è il rischio di incontro o la superficie di contatto, maggiori sono le probabilità che si verifichino interazioni e che queste diventino problematiche. Il cambiamento globale che si sta verificando sulla Terra, di fatto entrata nell’era dell’Antropocene, è influenzato da molti elementi in grado di indurre alterazioni ecosistemiche a livello generale, come il cambiamento climatico, e locali come l’espansione di aree antropizzate a spese degli habitat naturali, o, viceversa, quella della fauna in aree urbane. Questi aspetti, inoltre, possono influenzarsi a vicenda in misura non sempre prevedibile. Purtroppo soluzioni rapide e risolutive non esistono e non tenere conto della complessità socio politica e biologica dietro a questi fenomeni non può fare altro che esasperare gli animi, polarizzare le posizioni e rendere irrisolvibili i conflitti.

Oggi sempre più persone hanno paura della natura, fenomeno noto come biofobia: forse uno dei maggiori ostacoli alle politiche di conservazione della specie animali considerate “più pericolose”.

E’ naturale avere paura di animali come orsi e lupi? Da un punto di vista evolutivo, la paura, per milioni di anni, ha mantenuto in vita i nostri antenati, umani e non. In natura, infatti, un certo grado di paura è innato e quasi sempre altamente adattativo, perché aiuta ad identificare i potenziali rischi e ad affrontarli in maniera strategica. A una minaccia o all’esposizione a uno stimolo spaventoso segue immancabilmente un complesso di risposte neurochimiche ben coreografate, che spingono gli animali a restare o fuggire o a cambiare modalità di vita. Basta pensare un attimo a qualsiasi evento che ci ha spaventato nella vita: accelerazioni del battito cardiaco e scarica, come si dice, di adrenalina. Avere paura, quindi, non è sempre una cattiva cosa. La paura, inoltre, accomuna sia gli esseri umani che gli animali selvatici, ma negli umani è molto più complessa. Gli esseri umani, infatti, hanno una naturale tendenza a rispondere in maniera istintiva, emotiva e affettiva di fronte ad un rischio così come a prevedere, immaginare le conseguenze di una situazione o un evento. Volendo o non volendo siamo essere immaginifici e questo, in termini evolutivi, ci rende unici e a volte anche fragili.

Un binario vuoto della metropolitana di Roma. Uno dei tanti luoghi da cui abbiamo rimosso completamente qualsiasi componente naturale.

Tutti questi fattori possono trasformare le nostre paure in vere fobie, grazie anche al sensazionalismo e alle narrazioni “esasperate” che vengono offerte dai media. Non solo, ma viviamo sempre più in un’epoca caratterizzata da quella che viene definita “amnesia ambientale”, ovvero di disconnessione dalla natura, causata dal nostro modo “urbano” di vivere, che rende la natura sempre più qualcosa di non familiare e diverso. Tuttavia, la rottura del legame fondamentale tra noi e tutti i sistemi viventi potrebbe avere conseguenze disastrose per il benessere del pianeta. La biofobia, infatti, può contribuire a ridurre la volontà delle persone a coesistere con le specie più pericolose come orsi e lupi e a temere di vivere qualsiasi tipo di esperienza in natura. E questo porta anche a conseguenze sulla salute dell’uomo. Molti studi, ad oggi, evidenziamo come trascorrere tempo in natura o comunque relazionarsi con il mondo naturale scateni risposte neuroendocrine che ci fanno stare bene. Al contrario, soprattutto nei giovani, l’alienazione dal mondo naturale contribuisce all’insorgenza di malattie, deficit di sviluppo e comportamentali.

Gli essere umani hanno una naturale tendenza a concentrarsi maggiormente su informazioni negative e questo ingigantisce la portata del rischio nella loro mente.

Come valutiamo un rischio? Gli studiosi hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una tendenza ad avere troppa paura di alcune cose o non abbastanza di altre, ovvero di percepire alcuni rischi come più grandi o più piccoli, indipendentemente dalle prove scientifiche. Perchè? Parliamo ancora di emozioni. Le nostre percezioni su qualsiasi cosa rimangono sempre soggettive e in un processo valutativo la componente emotiva è sempre la protagonista, mandando all’aria, a volte, qualsiasi ragionamento. Gli esperti, però, aggiungono che anche l’assenza di emozioni (se fosse possibile) è altrettanto dannosa, perché può portarci a fare scelte poco istintive e non sempre “intelligenti”. E’ sempre una questione di equilibrio. A questo si aggiunge il fatto che per ottenere delle informazioni è necessario entrare in una giungla di dati in parte contraddittori e spesso polarizzati dai social media. Gli studiosi, come David Ropeik, autore di alcuni libri sul rischio e docente all’Università di Harvard, hanno individuato diversi elementi che possono aggiungere irrazionalità nelle nostre decisioni. Vediamone alcuni. Meno un evento è familiare e più è soggetto a miti e leggende e più fa paura. Più un evento ci fa sentire fisicamente vulnerabili, più lo temiamo. Peggiori sono le conseguenze in termini di sofferenza di un rischio, più esso ci terrorizza. Ci fanno più paura, ad esempio, eventi che possono uccidere “improvvisamente” (come un attentato terroristico) rispetto a quelle che causano lo stesso numero di morti in modo cronico, come una malattia o gli incidenti d’auto.

Titoli in prima pagina all’indomani dell’attentato terroristico dell 11 Settembre 2001, una delle notizie che più hanno sconvolto l’immaginario collettivo contemporaneo e influenzato molto le scelte politiche ed individuali degli anni a seguire.

A prescindere dai fatti, qualsiasi rischio sembra più grande quando pensiamo che possa riguardare la nostra persona direttamente e quindi non importa se colpisce una persona su un milione, quella persona siamo noi. Quindi è chiaro che un incidente come un attacco di orso può aprire un vero vaso di pandora di emotività e paura, perché rientra perfettamente nei nostri naturali corti circuiti mentali. E in un attimo diventiamo il protagonista di Grizzly man o di The Revenant. Inoltre, gli esseri umani sono naturalmente vittima di quelle che vengono definite “le bolle mediatiche”, ovvero essi hanno la tendenza a cercare o ascoltare solo informazioni che rafforzano ciò in cui credono o in cui crede il loro gruppo di appartenenza. Quindi, quali sono le conclusioni secondo gli esperti? E’ irrazionale invitare le persone ad assumere un atteggiamento razionale nei confronti di un rischio, perché presuppone che tutti siano capaci di capire i numeri e prendere sempre le decisioni più scientifiche. Dall’altra parte, è altrettanto irrazionale trattare o considerare chi trova poco chiare le cifre e le statistiche in fatto di rischi, come un ignorante. E’ solo un uomo. Quindi è sempre una questione di calarsi non solo nei panni degli altri, ma in pratica dei nostri.

Conoscere e saper fare i conti, come si dice, con i rischi, non è una catastrofe, è un modo per renderli, come di fatto è, parte del nostro vivere quotidiano.

Questo vuol dire che la scienza non è uno strumento utile al pubblico per comprendere la complessa realtà che ci circonda? Prima di tutto è fondamentale capire che restringere il divario di percezione tra le nostre paure e i fatti però non è una cosa facile, né per chi dovrebbe informare, né per chi dovrebbe ascoltare. Significa pensare in modo più attento e razionale, e questo è in contrasto con le parti emotive e istintive che sono naturalmente più potenti. Tuttavia, se entrambi le parti riescono a comprendere le scorciatoie mentali che l’uomo utilizza per prendere decisioni su qualsiasi cosa, è possibile arrivare a considerare i fatti in modo più chiaro, ovvero dare alla nostra parte razionale un po’ più di voce in capitolo, nelle scelte che facciamo. Tutto questo potrebbe farci sentire più centrati e sicuri. Di fronte ad un rischio, infatti, non basta che io mi senta oggettivamente «al sicuro» o che sappia cosa fare razionalmente, ho bisogno anche di tutto il supporto emotivo come molla per agire.

Al crepuscolo, un grosso maschio di orso emerge furtivo dalla foresta centenaria. Un esempio dell’ambiente e delle abitudini tipiche di questo animale così raro ed elusivo.

L’orso se lo conosci, lo eviti così come l’orso cerca di evitare l’uomo. Evitare i rischi è la prima strategia per vivere con consapevolezza in natura.

Ci sono alcune cose fondamentali da chiedersi per formulare un giudizio più informato sulla possibilità che ci accada qualcosa di negativo, a detta degli esperti in presenza di orsi. Innanzitutto, in termini pratici, affinché qualcosa sia un rischio, è necessario che questo evento sia pericoloso, ma anche che ne siamo effettivamente esposti. Se sono in un bosco, in una area di presenza di orso, il rischio oggettivo c’è, essendo un luogo dove vivono orsi liberi, e l’orso può essere un animale pericoloso. Tuttavia, anche se qualcosa è pericoloso, bisogna sapere altre cose: quanto è pericoloso? Per chi è pericoloso? A che livello? In che modo? Quanto è pericolosa l’esposizione? Per quale periodo di tempo? A che età? Per quali vie potrei essere esposto? Avendo tutte queste risposte, è possibile ridurre il rischio che mi succede qualcosa di brutto? Ovvero posso acquisire un controllo sulla mia situazione? Proviamo a valutare il rischio di essere attaccato da un orso. La premessa è che anche gli orsi, di base, temono l’uomo o comunque lo evitano. Diversi studi condotti utilizzando radiocollari dimostrano che questi animali, in Appennino, come nel resto d’Europa o in Nord America, preferiscono vivere in aeree il più lontano possibile da grossi insediamenti umani, e, soprattutto in aree frequentate da persone, di giorno scelgono di rifugiarsi nelle zone meno accessibili, . Gli orsi evitano l’uomo conducendo una vita più notturna e quando si verifica un incontro ravvicinato con un essere umano, nella quasi totalità dei casi, essi fuggono dall’area dell’incontro e rimangono nascosti per giorni. In Scandinavia, agli inizi degli anni 2000, alcuni ricercatori hanno iniziato uno studio sperimentale per dimostrare con dati oggettivi che gli orsi bruni preferiscono evitare un confronto diretto con l’uomo. Quando si dice “sacrificarsi per la scienza” per migliorare la coesistenza non è sempre solo un motto! Ricercatori, dottorandi, tesisti e volontari si sono avvicinati a distanze fino a 50 metri da trenta orsi dotati di radiocollare GPS per valutare la loro reazione alla presenza delle persone, collezionando 169 incontri ravvicinati. Gli orsi sono risultati visibili soltanto nel 15% dei casi non manifestando nessun comportamento aggressivo, mentre nell’80% dei casi gli esemplari si sono allontanati anche prima di essere avvistati. Lo studio dimostra che gli orsi scandinavi non sono normalmente aggressivi durante gli incontri con gli esseri umani.

Quando arrivai sul crinale, dopo un dislivello di 600 metri, l’unico pensiero fu di sedermi e prendere fiato. La vista era annebbiata, e un vento lento ma costante mi rinfrescava il viso. Da seduta, cominciai ad oscillare a destra e a sinistra con il corpo per studiare il posto in cui ero, quando a pochi metri da me, qualcosa di più che un’ombra tra le foglie seguiva i miei movimenti. Il tempo di mettere a fuoco: un orso con il collare era seduto e mi osservava. Il mio primo pensiero, che è sempre il più sciocco «E’ l’orso che ho catturato poche settimane fa, si vendicherà?». In pratica mi calai subito in uno dei personaggi del film “L’Orca Assassina”. Secondo pensiero, più razionale, ed un lungo respiro «Calma, distrailo, non spaventarlo, parla amichevolmente e soprattutto non fuggire». E così feci, non ricordo esattamente le parole, ma qualcosa dissi e lanciai piano uno o due sassolini, credo. E funzionò, l’orso si alzò su una roccia per osservarmi meglio, mentre io mi facevo sempre più piccola, e poi se ne andò con molta calma e soprattutto indifferenza. La sensazione fu di non essere stata più rilevante di quel sassolino che avevo lanciato. Paura, fascino, emozione. Ricordo soltanto che in un tempo che mi sembrò ore, mi portai fuori vista, e mi allontanai rapidamente.

Elisabetta

I dati relativi ai casi di attacchi di orsi bruni sono di circa 10 attacchi all’anno in tutta Europa e in media di non più di un evento all’anno che abbia portato al decesso della persona coinvolta. Quindi è sì un evento pericoloso, ma raro. Nella quasi totalità dei casi si è trattato di orsi che si sentivano minacciati dalle persone. Quindi l’orso bruno, rispetto ad altri animali come i felini, non vede l’uomo come una preda e attacca principalmente se sente di doversi difendere. Esistono, infatti, delle situazioni che possono mettere le persone a maggiore rischio. La quasi totalità degli incidenti si è verificata nel caso di incontri con femmine con piccoli al seguito, che hanno uno spiccato senso protettivo nei confronti dei cuccioli; di incontri inaspettati a breve distanza con un orso, in presenza di cani liberi (che hanno inseguito gli orsi e poi tornati o difesi dal proprietario ) o nel caso di orsi attratti e condizionati da cibi di origine umana, più facilmente avvicinabili e meno schivi. Ci sono poi delle situazioni che devono essere assolutamente evitate, come avvicinarsi, appunto, ad una femmina con piccoli, ad un orso che si alimenta, soprattutto se parliamo di una carcassa, oppure disturbare un individuo in tana o avvicinarsi ad un animale ferito. Come si traduce tutto questo? Non devo più andare in montagna? No, è come se decidessimo di non attraversare più una strada perché c’è il rischio di essere investiti. Le informazioni di cui sopra ci suggeriscono una serie di comportamenti che potremmo adottare per evitare un incontro ravvicinato. Se poi mi trovo di fronte ad un animale, è fondamentale comportarsi in modo che l’orso non si senta minacciato, ovvero non provocarlo, non spaventarlo, inviargli dei segnali calmanti e se possibile distrarlo e soprattutto lasciargli una via di fuga. Gli attacchi sono eventi assai rari e improbabili, quindi la difesa o eventuali comportamenti aggressivi da parte dell’uomo sono da evitare. Lottare è sempre solo l’ultimo stadio.

La prima regola, evita di sorprendere un orso a distanza ravvicinata

1) Sii vigile (es. non camminare con le cuffie);
2) Rimani su sentieri prestabiliti ed evita i fuori sentiero;
2) Cammina se possibile in gruppo;
3) Annunciati lungo i sentieri (es. non camminare silenziosamente);
4) Se non hai visibilità in un tratto di sentiero e sei in bici o stai correndo, rallenta e preferibilmente percorri quel tratto a piedi;
5) Se hai un cane e non puoi lasciarlo a casa, portalo sempre al guinzaglio.

Se incontri un orso che ti vede a distanza

1) Stai calmo e valuta la situazione;
2) Rimani in gruppo, se non sei da solo;
2) Indietreggia lentamente, parla a bassa voce e non guardarlo: uno sguardo diretto è percepito come una minaccia;
3) Non correre: un orso è più veloce di te e potresti indurlo a inseguirti;
4) Non avvicinarti o inseguire l’orso;
5) Se il tuo veicolo è nelle vicinanze, sali il più rapidamente possibile;
6) Se ci sono cuccioli nell’area, allontanati da loro;
7) Fai il possibile per lasciare all’orso una via di fuga.

Se incontri un orso che si avvicina o ti insegue

1) Stai fermo e calmo;
2) Identificati e manda segnali rassicuranti (es. parla con voce calma e gesticola piano)
3) Distogli lo sguardo: uno sguardo diretto è percepito come una minaccia;
4) Metti lentamente lo zaino sulle spalle, se lo avevi a terra;
5) Distrailo in un’altra direzione, lanciando piano piccole oggetti se li hai a disposizione (es. sassolini);
6) Se si ferma, allontanati lentamente.

Se un orso attacca

Fingersi morti può essere un’opzione: lasciatevi cadere a terra a faccia in giù, intrecciate le dita sulla nuca e allargate le gambe per rendere più difficile all’orso girarti. Ricorda che reagire potrebbe aumentare l’intensità dell’attacco.

E se mi trovo in un centro abitato? Valgono le stesse regole, nonché avvisare le autorità competenti in termini di sicurezza pubblica. E se parliamo dell’orso marsicano? Nessuno attacco e ferimento è stato documentato con certezza in Appennino. Gli studiosi, inoltre, confermano che è geneticamente meno aggressivo come conseguenza della propria storia evolutiva. Ma anche questo ha delle conseguenze, soprattutto sul comportamento delle persone. In Appennino e in particolare in aree come il PNALM, una delle criticità più attuali, è dovuta ad una estrema biofilia e confidenza nei confronti dell’orso, ovvero le persone tendono a inseguire, accerchiare questi animali nei centri abitati, anche solo per scattare una foto o addirittura un selfie, anche a distanza di pochi metri, fiduciosi di avere di fronte un orso “buono”. In effetti, gli stessi ricercatori e il personale tecnico del PNALM potrebbero raccontare di decine e decine di incontri a distanza ravvicinata che si sono conclusi con l’allontanamento spontaneo, e in molti casi, l’immediata fuga dell’animale. Tuttavia, esiste un turismo “urbano” mirato alla ricerca di animali selvatici tra i vicoli abitati, compresi i cervi. In alcune occasioni sono stati osservati comportamenti scorretti come lasciare cibo per “sfamare” gli animali o per attirarli e poterli rivedere.

Ritratto ravvicinato di una volpe confidente, in cerca di cibo. La presenza di animali che frequentano aree periurbane in Appennino può rappresentare una forte attrattiva per appassionati, curiosi e fotografi

È da ricordare che perdere la diffidenza naturale nei confronti di animali selvatici come l’orso e non solo è altrettanto irrazionale che averne troppa: un’altra conseguenza di una “amnesia ambientale” che può portare all’estremo opposto, ovvero considerare qualsiasi animale addomesticabile. Gli animali selvatici sono geneticamente adattati ad avere una aggressività reattiva elevata, possono comportarsi “bene”, ma sono imprevedibili. Un animale selvatico potrebbe diventare “mansueto”, ad esempio in cattività, ma non sarà mai in grado di capire a pieno il nostro linguaggio, cosa che possono fare i cani, ma come risultato di un processo di selezione artificiale da parte dell’uomo iniziato oltre 10,000 anni fa. Un esempio vale mille parole. Raymond Coppinger era un biologo ricercatore che ha dedicato una vita allo studio del comportamento dei cani e non solo. Non è una presenza sconosciuta in Abruzzo, perché è proprio qui che è venuto a studiare i cani da guardiania. Nel 2000 Erich Klinghammer, suo amico e direttore del Wolf Park, in Indiana, lo invitò a entrare nella gabbia di alcuni lupi che vivevano in cattività da quando avevano dieci giorni ed erano cresciuti senza genitori, senza vedere il mondo esterno e in contatto con gli esseri umani. Erano abituati a stare al guinzaglio ed erano molto mansueti. L’amico, alla richiesta di Raymond su come comportarsi, gli disse di trattali come se fossero cani. Mai suggerimento fu più sbagliato. Quando Coppinger diede un colpetto affettuoso sul fianco a una delle femmine, Cassi, questo era il nome della lupa, sfoderò i denti e lo attaccò, mentre gli altri lupi si apprestarono a fare lo stesso. Per fortuna, Coppinger riuscì a mettersi in salvo. Chi di noi non da pacche affettuose ai cani? II pensiero di poter trattare un lupo ammansito, che aveva vissuto con gli uomini sin da piccolo, come un cane, non lo sfiorò più. Per quanto mansueto, un lupo non si farà mai addomesticare. E lo stesso discorso vale ovviamente per un orso. Quali sono le conclusioni? Non dobbiamo temere di essere attaccati da un orso in Appennino, tuttavia è bene ricordarsi che non sfidiamo la loro eccessiva tolleranza e mansuetudine. Ne vale la salvaguardia di questo maestoso animale.

Abbiamo bisogno di narrazioni più accurate, equilibrate e incentrate sulle soluzioni, in cui le persone possano anche impegnarsi, magari cambiando i paradigmi.

Sebbene gli attacchi all’uomo siano rari, suscitano reazioni letali nei confronti degli animali considerati responsabili dell’attacco, con diminuzione della tolleranza dell’opinione pubblica nei confronti di queste specie e ricadute negative in termini di conservazione. In caso di un incidente, sia gli esseri umani sia i grandi carnivori perdono, ed è per questo motivo che ridurre questi casi rimane una priorità per migliorare la coesistenza, assicurare la pubblica sicurezza e la conservazione delle popolazioni dei grandi carnivori nel lungo termine. Tuttavia, nel caso di specie come l’orso, anche se protette, non è facile cercare di stabilire o ristabilire, in caso di un incidente, la legittimità delle azioni di conservazione nei loro confronti. Come riportato nelle linee guida della Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), parliamo di conflitti radicati o identitari, in cui, gli animali sono visti come una minaccia alla propria identità. In questo scenario c’è poco spazio al dialogo e alla collaborazione e prevalgono atteggiamenti esasperati, ostilità, scetticismo e sarcasmo tra le parti.

La rimozione degli animali, ovvero la messa in cattività o addirittura l’uccisione, è vista, soprattutto da parte di un pubblico generico, come la soluzione gestionale a molti problemi. Ma lo è davvero? Può essere risolutiva nel caso di un individuo isolato che manifesti, ad esempio, un comportamento cronico di aggressività verso l’uomo, anche se non provocato. Ma se parliamo di orsi che attaccano per difendersi perché ci vedono come un pericolo, è possibile pensare di risolverlo uccidendo via via ogni animale che agisce di istinto come parte di un suo repertorio naturale? Tolto un animale, verrà lasciato un posto vacante per un altro animale. Ma forse, in questo caso, non è sempre l’orso ad essere problematico, ma il contesto. Gli studiosi confermano, inoltre, che questa pratica può comportare più rischi che benefici.

Un angolo di faggeta vetusta appenninica, una delle aree a maggiore naturalità che ancora sopravvivono nel nostro Paese.

Supponiamo di rimuovere un maschio adulto di orso. Se questo individuo è dominante, il suo posto verrà preso da un altro orso maschio che per prima cosa ucciderà tutti i piccoli non suoi. Nel caso dei lupi, la destrutturazione del branco, può disorientare gli animali sopravvissuti, portando anche maggiori danni alle attività economiche. Se usciamo dalla sfera biologica, una volta che si avvia questo processo, quali limiti ci poniamo? Una soluzione potrebbe pensare di rimuovere tutta la popolazione così da eliminare anche i rischi di cui sopra. In realtà gli effetti collaterali potrebbero essere maggiori per l’ambiente e anche per noi. Togliere da un territorio il lupo, vuol dire consentire una crescita indiscriminata di cervi, ad esempio, con un rischio di aumento di danni alle attività agricole e alla biodiversità più in generale. Non è forse meglio allora un approccio non letale e preventivo? Curare il contesto, ovvero, per prevenire situazioni rischiose o problematiche?

Tuttavia, per trovare soluzioni ai conflitti è necessario accettare che i rischi non possono essere cancellati, ma che possano essere ridotti e tollerati.

Come riportato nelle linee guida IUCN, la coesistenza tra l’uomo e la fauna può essere raggiunta soltanto attraverso una collaborazione adeguata e informata tra diversi attori per individuare una strategia accettabile e condivisibile, in base a quattro principi fondamentali:

– non nuocere,
– comprendere i problemi e il contesto,
– lavorare insieme integrando aspetti scientifici, sociali e politici,
– consentire percorsi che siano sostenibili per le persone e la fauna.

Per tutto questo, ci vuole, forse, un cambio di paradigma o meglio una nuova visione e porsi una domanda: E se le difficoltà che s’incontrano, del tutto legittime, fossero rese ancora più insuperabili da una visione troppo antropocentrica e dominante nei confronti della natura? È possibile vedere i grandi carnivori non come creature scomode o addirittura temibili e “assetate di sangue”, ma come esseri viventi che al pari nostro cercano di sopravvivere nel nostro stesso ambiente? È possibile avvicinarsi ad una visione più mutualistica del nostro rapporto con la natura, dove ogni specie è legata all’altra e all’ecosistema in cui vive? Una visione, in fondo, non così nuova, perché appartiene a molte altre culture umane.

I conflitti producono cambiamenti. Se affrontati correttamente, i conflitti tra uomo e fauna ci costringono a esaminare le tensioni e le disuguaglianze sottostanti e a lavorare insieme per migliorare il benessere, lo sviluppo e la conservazione della natura.

Le voci dell’orso

Le voci dell’orso

L’impronta di un territorio

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

Vallone dell’Orso, Coppo dell’Orso, Valico dell’Orso, Passaggio dell’Orso; Sorgente dell’Orso, Piè d’Orso, Valle Orsara…

Bisogna perdersi in un passato remoto per rintracciare gli uomini che hanno così nominato molti angoli d’Appennino. La toponomastica è l’impronta che un territorio segna nell’animo delle genti che lo abitano. E l’impronta che l’orso ha marcato in questa terra è nitida e profonda.

L’orso conserva tutto ciò che noi abbiamo ereditato dal passato.

È con questa semplice espressione che una cittadina sintetizza migliaia di anni di coesistenza tra uomini e orsi nella loro casa comune. Popolazioni umane che nel tempo hanno trovato l’equilibrio con una natura con la quale sono state e sono spesso in conflitto, ma con la quale hanno anche stabilito un rapporto di profonda conoscenza e di tolleranza e quindi di abitudine reciproca. L’Appennino è una terra dura e selvaggia, in cui l’uomo ha tentato di farsi strada con molte difficoltà, mettendo spesso le proprie necessità al sopra di quelle degli animali. Ma con il suo lavoro l’ha anche plasmata, arricchendola di praterie e di frutteti, dove molti animali hanno trovato cibo e spazio. Qui orsi, lupi, camosci si sono salvati dall’estinzione a cui sono andati incontro in quasi tutto il continente europeo. Qui sono nati i principi che hanno guidato la conservazione della natura in Italia. Nel corso del tempo, quello che era un patrimonio locale di conoscenze, ha pian piano valicato i suoi confini. L’orso, la gente comune, l’Ente Parco, gli studiosi, si sono aperti al mondo e il mondo ha potuto guardare e conoscere questa realtà. Dunque, delle voci di quegli uomini che in quel passato remoto hanno dato i nomi alle montagne, non rimane sono l’eco, ma un messaggio che risuona ancora oggi. In altri modi e in altre forme rispetto al passato, la coesistenza continua.

Un’immagine storica dei Monti della Camosciara, cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sin dalla sua istituzione.

Come allora le persone vivono con gli orsi. Coabitano il suo stesso territorio. Si relazionano con lui quotidianamente, per lavoro, per passione o anche solo per caso. Chi vive in questa terra ha l’opportunità di osservare la natura senza filtri e senza la mediazione di altri. Ma questa opportunità non è solo un privilegio. Comporta anche delle sfide. Incontrare i cervi davanti a scuola, o lupi e orsi nelle strade del proprio paese, vivere a così stretto contatto, può essere straordinario da molti punti di vista, ma spalanca un universo di difficoltà: una sfera complessa di percezioni e valori da gestire. L’Appennino offre esempi passati e presenti di naturale coesistenza con i grandi carnivori che dovrebbero essere preservati, condivisi e compresi. È soprattutto a chi vive in questa terra che tocca il compito di raccontare questa storia unica e di non perderne la strada. Solo con il loro esempio altre persone potranno capire veramente in cosa consiste la parola coesistenza.

I protagonisti dell’Appennino sono molti e ciascuno è stato ed è portatore di percezioni, valori ed esperienze diverse e queste sono alcune delle loro voci.

Sin dall’inizio l’allevatore e l’orso hanno sempre condiviso i pascoli, hanno sempre condiviso i boschi, hanno sempre condiviso tutto.

Con queste parole un allevatore descrive il doppio filo che lega l’orso a chi lavora in montagna. Ma cosa significa esattamente condividere tutto? Non si tratta solo di condividere lo spazio di un bosco, o di un pascolo, o di un frutteto, ma di avere in comune le regole, le difficoltà e i ritmi che sono alla base delle reciproche esistenze. L’annata favorevole per la frutta, o per il pascolo, ha lo stesso buon sapore tanto per gli uomini quanto per gli orsi: significa avere più risorse per vivere, per crescere i propri figli. Se l’orso è il simbolo della natura selvaggia dell’appennino, allora “la pecora e la mela” ne sono la sua controparte. Allevatori e agricoltori hanno contribuito a creare e mantenere un paesaggio che caratterizza questa zona del mondo e che ne sostiene l’alta biodiversità, orso compreso. L’orso, da parte sua, è la testimonianza vivente di un ecosistema ancora integro e funzionante. Oggi all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e sua Area Contigua ci sono 944 agricoltori e 1682 allevatori che si sono relazionati con l’Ente Parco per aver subito, ma anche prevenuto, danni da fauna selvatica, con recinzioni elettriche, strutture di protezione e ricovero e con cani da guardiania. La storia di questi protagonisti-antagonisti sembra dunque non essere ancora finita con l’estinzione dell’uno o dell’altro, come è successo in tanti altri luoghi del mondo. Continua, e merita di essere raccontata.

Le montagne dell’orso appenninico sono anche abitate da sempre dall’uomo. Con buone pratiche ed empatia le attività agricole e di allevamento possono coesistere con la salvaguardia della natura.

Ripercorrere la storia delle guardie del Parco significa anche ripercorrere una lunga parte della storia d’Italia. Per iniziare questo racconto bisogna infatti tornare indietro di un secolo e soffermarsi su alcune delle più importanti vicende che tanto hanno cambiato l’Italia, quanto hanno cambiato il Parco e il mestiere del Guardiaparco. Quando il Parco è nato, nel 1923, Erminio Sipari, primo Presidente, immaginava di costruire un corpo di 200 guardie, tale era il numero che a suo avviso era necessario per adempiere fino in fondo alla sorveglianza del territorio. Le sue ambizioni hanno dovuto scontrarsi con la mancanza di fondi e le prime guardie a prendere servizio furono solo 14. Nel 1933, quando il regime fascista abolisce ogni forma di autonomia, l’Ente Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo viene soppresso e il corpo di sorveglianza passa sotto il controllo dell’allora Milizia Forestale. Solo nel 1951, dopo un’aspra battaglia, fu possibile ricostituirlo e tornare a controllare il territorio efficacemente. Le nuove guardie assunte nel 1954 incarnano perfettamente lo spirito del tempo. Oltre ad aver vissuto l’esperienza del fascismo e della guerra, si trovano a cavallo tra due mondi. L’uno, in decadimento, rappresentato dall’economia tradizionale di montagna, dura e povera. L’altro, in procinto di arrivare, quello del boom economico. Nel primo di questi due mondi c’erano l’agricoltura e l’allevamento di sussistenza, le transumanze in Puglia, la mancanza di educazione, la miseria e l’emigrazione come unica forma di affrancamento. Molte guardie da giovanissime avevano avuto esperienza di lavoro e di vita molto dure. Diventare Guardiaparco per loro era anche motivo di riscatto sociale.

Un importante colpo contro il bracconaggio messo a segno dalle Guardie del Servizio Sorveglianza del Parco nella metà degli anni ’90.

A partire dagli anni 60, come tutta l’Italia, anche il Parco vive una fase di grande progresso. Si rinnova, amplia le proprie competenze, intensifica le collaborazioni per ricerche scientifiche. I Guardiaparco iniziano a sperimentare da protagonisti quello che diventerà uno dei principi cardine della buona gestione di un’area protetta: la presenza di personale formato e la collaborazione tra sorveglianza e ricerca. Del resto, anche se mancano di formazione scientifica, i guardiaparco sono la più preziosa risorsa di cui un ricercatore può disporre: sono ottimi camminatori e sono custodi delle memorie di chi li ha preceduti, di cui hanno ripercorso i passi fino a conoscere perfettamente le montagne e scovare ripari, tane, nidi e passaggi di animali.

Sono questi anche gli anni del boom turistico. E sono proprio i Guardiaparco il primo contatto tra il mondo cittadino e il mondo naturale. Le guardie di oggi svolgono il proprio compito in un mondo molto più complesso. Il corpo di sorveglianza di conseguenza è mutato in una struttura multiforme, più capace di far fronte alle moderne complessità, composta da 35 guardie organizzate in reparti dislocati su tutto il territorio, da 1 ufficio di coordinamento; 1 responsabile; 5 capi-ambito e 1 referente per i rapporti con il Servizio Scientifico. La figura romantica del Guardiaparco-Montanaro ha dovuto cedere un po’ il passo a quella, forse meno poetica ma oggi indispensabile, di un Guardiaparco più preparato dal punto di vista normativo, giudiziario e scientifico. Nonostante i cambiamenti però le Guardie continuano ad essere testimoni, custodi e interpreti di una storia lunga più di cento anni, durante la quale un mondo in bianco e nero si è pian piano arricchito di colori e di sfumature. Un mondo sicuramente più difficile da interpretare, ma ricco di sfide da compiere sul sentiero della protezione della natura.

Testimoni e custodi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise raccontano la loro storia.

Tutti quanti eravamo immersi in questa ventata culturale che stava pervadendo il paese e di cui il Parco Nazionale d’Abruzzo era la nave rompighiaccio. Cioè, noi eravamo il punto di riferimento culturale di mezza Europa in quegli anni…

Non c’è nulla di meglio delle metafore per ridurre qualcosa di complesso alla sua essenza. Giorgio Boscagli, biologo-faunista, utilizzò questa, particolarmente efficace per descrivere il lavoro di ricerca e conservazione che si svolgeva negli anni 80 nella prima area protetta d’Appennino. Nave rompighiaccio. Questa metafora così altisonante, a ben vedere, può davvero essere utilizzata per descrivere ciò che ha rappresentato la ricerca per il Parco (e il Parco per la ricerca) già ben prima degli anni 80.La ricerca scientifica per come la intendiamo oggi non esisteva un secolo fa quando il Parco d’Abruzzo è stato istituito. Tuttavia, il suo primo presidente, già nelle fasi embrionali della sua nascita vi diede enorme enfasi, appellandosi ai più illustri scienziati dell’epoca affinché lo appoggiassero nella sua difficile impresa. Nella sua famosa Relazione egli auspica qualcosa che oggi a noi suona scontata, ma che all’epoca non lo era affatto: far diventare l’area protetta un laboratorio scientifico, un centro di studio per tutto l’Appennino meridionale. Non solo, è proprio tra gli alleati scelti dal Primo Presidente che germoglia quello che oggi è il caposaldo della ricerca e della gestione ambientale: la visione ecosistemica.

Ma, se in molti era vivo il desiderio di proteggere le specie caratteristiche della fauna marsicana (…) nessuno aveva mai avuto la visione di un armonico complesso di provvidenze, le quali avessero salvato, in uno, e la fauna tutta e la flora, e le bellezze e i monumenti naturali e il paesaggio di quell’angolo ancor quasi vergine.

Questa visione completa l’ebbe per primo il Prof. Pirotta, il chiarissimo Direttore dell’Istituto Botanico annesso alla R. Università di Roma. Il sodalizio tra area protetta e ricerca da allora non si è mai più incrinato. Si è anzi arricchito con l’evolversi delle conoscenze. Nel 1972 nasce il Centro Studi Ecologici Appenninici, la famosa “Nave rompighiaccio”, oggi Servizio Scientifico. Un laboratorio con una visione a 360 gradi sulle problematiche ambientali. Dagli anni ’60 ci si lascia definitivamente alle spalle l’era in cui le ricerche in campo faunistico erano per lo più limitate agli insetti e agli uccelli. Già lo stesso Sipari, ma soprattutto i dirigenti che gli sono seguiti, hanno sollecitato con forza indagini sulla grande fauna, orso in primis. Un’attenzione che poi esploderà negli anni ‘70. In seno al Centro Studi nascono i gruppi di lavoro “Lupo Italia” (1974), “Camoscio Italia” (1978) e il “Gruppo Orso Italia” (1983). Punti di riferimento studiosi e gestori di tutta Europa. Lunga e fertile è stata la strada delle conoscenze sull’Orso. Iniziata con le indagini della primissima Commissione Scientifica del Parco, composta da illustri zoologi come Ghigi e Altobello (1923), fino a culminare con le avanzate ricerche dell’Università di Roma La Sapienza nei primi anni 2000, che ci hanno consegnato un quadro completo dell’ecologia di questa specie. Oggi la ricerca sull’orso, così come su tutti i grandi carnivori, è quasi completamente incentrata sulla sperimentazione di buone pratiche da esportare altrove nel mondo della conservazione. Tecnici e studiosi devono affrontare una delle più grandi sfide di oggi: la coesistenza tra uomini e animali. Il loro difficile compito consiste nell’imparare la lingua degli animali, e, proprio come degli interpreti, decifrare i loro bisogni e mediarli con le necessità della società umana.

Da sempre, nel PNALM, alle attività di conservazione si affiancano quelle di educazione e comunicazione.

Nel DNA della scienza della Biologia della Conservazione non c’è solo la comprensione del funzionamento degli ecosistemi o le conoscenze sull’ecologia delle specie animali e vegetali, non ci sono solo le strategie di contrasto all’inquinamento o alla degradazione degli habitat; c’è anche, e forse soprattutto, l’essere umano come strumento di cambiamento. E l’essere umano non è altro che ciascuno di noi. In questo senso la Biologia della Conservazione è una” scienza culturale”, perché mette al centro l’uomo e le sue relazioni con l’ambiente, e non a caso in Italia ha mosso i suoi primi passi nei portentosi movimenti ambientalisti degli anni ’70-’80. L’Appennino centrale, non solo non è stato immune da questa ventata, è stato anzi protagonista. In Appennino si sono compiute aspre battaglie contro la speculazione edilizia, che tanto avrebbe mutato il volto selvaggio di queste montagne. Insieme, dirigenti di aree protette, scienziati, tecnici, giornalisti e soprattutto la società civile, si sono mobilitati con determinazione.

Questo è quanto scriveva nel 1992 il cronista d’inchiesta, Antonio Cederna, appassionato ambientalista, dopo una battaglia durata 20 anni:

In una delle sue zone più incontaminate, tra faggi e radure, regno dell’orso marsicano, sono state sbriciolate dalle ruspe una trentina di ville abusive: al raro spettacolo in località Cicerana a 1500 metri sul mare hanno assistito in diretta centinaia di persone: naturalisti venuti da tutta Italia, scolaresche, cittadini, amministratori comunali, mentre una banda di alpini suonava l’inno di Mameli. E stata una festa popolare, che dimostra come ormai tutti abbiano capito che quello che un tempo veniva spacciata per valorizzazione turistica altro non è che speculazione selvaggia.

Oggi il mondo ambientalista è certamente più frammentato rispetto ad allora, ma è molto forte l’eredità di quella fase rivoluzionaria. L’idea che per ottenere una tutela ambientale efficace sia necessario informare, educare e soprattutto invitare la società civile alla partecipazione, si è profondamente radicata. Questa conquista, da un lato è stata integrata nelle moderne politiche di gestione delle aree protette, dall’altro ha favorito il sorgere spontaneo di molte associazioni impegnate autonomamente nella difesa della Natura. Anche in questo caso l’Appennino centrale è stato la “nave rompighiaccio”. Il Museo del Parco d’Abruzzo è stato il primo in un’area protetta italiana. I primi centri visita d’Italia sono anch’essi nati qui. Centinaia di “volontari per la natura” per anni di qui sono passati, riportando a casa esperienze straordinarie e nuove consapevolezze, grazie alla sperimentazione di programmi di interpretazione ambientale mirati a stimolare un contatto diretto con la natura, valorizzando tutti gli aspetti da quelli scientifici a quelli sensoriali e estetici. Da oltre 30 anni il Parco ha un ufficio di comunicazione e un servizio di educazione e didattica che investono risorse ed energie per favorire lo sviluppo di processi partecipativi con diversi portatori di interessi.

Guardaparco, ricercatori, biologi e tecnici intenti a monitorare la presenza dell’orso in Appennino.

Ancora più entusiasmanti sono le realtà associative nate spontaneamente dalla società civile. Alcune di esse hanno scelto proprio l’orso bruno marsicano come loro vessillo. Unioni di battaglieri per la conservazione di questa specie, emblema di una natura integra e selvaggia, ma così minacciata di estinzione. Spesso impegnati in azioni concrete, credono profondamente nell’attivismo e lavorano per una presa di coscienza collettiva. Rewilding Apennines, Salviamo l’Orso e altre piccole-grandi realtà,in sinergia con le Istituzioni, stanno costruendo nuovi modelli di convivenza, in cui le comunità locali diventano parte attiva.

Modelli che aspirano a introdurre un nuovo paradigma, secondo il quale la tutela dell’Orso non sia ridotta a una serie di norme imposte “dall’alto”, ma nasca invece da un’assunzione di responsabilità e dalla volontà di collaborare per obiettivi comuni, che enfatizzano i vantaggi del convivere con l’orso. Seguendo l’esempio nord-americano delle bear smart communities, l’Appennino centrale continua dunque a essere protagonista di iniziative del tutto innovative in Europa. Il fermento di questo territorio non si è ancora esaurito dunque. In Appennino centrale si sta scrivendo una nuova storia, che, ce lo auguriamo, ancora una volta farà La Storia della Conservazione della Natura.

Immagine di gruppo dal primo Festival delle Comunità a Misura d’Orso organizzato nel 2025 a Vastogirardi (IS)

Il bestiario della cultura umana è ricco di specie. Tutte le culture ne hanno eletto un proprio “re”. Proprio l’orso, al pari solo del leone, non ha rivali per la posizione che occupa e ha occupato nell’immaginazione umana, nella tradizione, nella cultura, nella storia dell’arte. Benché la natura dei riti, dei miti e delle rappresentazioni sia molto diversa da popolo a popolo, c’è un aspetto che sembra ricorrere in tutti i tempi e in tutte le culture: l’identificazione dell’orso con l’essere umano. La coesistenza dunque non è solo un modo di stare al mondo, ma è per l’uomo soprattutto fonte di ispirazione e aspirazione. È il riconoscimento dell’interdipendenza tra noi e tutti gli altri esseri viventi. È responsabilità collettiva verso noi stessi, gli altri e la natura.

Coesistere significa mettere le proprie capacità a disposizione della comunità per raggiungere un equilibrio tra i bisogni di tutti. Un equilibrio precario, sempre in evoluzione, che richiede un cambiamento. La strada è stata tracciata, quella della consapevolezza, dell’adattabilità e unità.

Perché conservare l’orso

Perché conservare l’orso

Una sfida che coinvolge tutti

TEMPO DI LETTURA 15 MINUTI

Direttamente o indirettamente l’uomo ha causato la scomparsa degli orsi in gran parte dell’Appennino.

Già a partire dal secolo scorso, l’orso sopravvive in una unica e isolata popolazione di poche decine di individui ristretta in un area di meno di 2000 km2. Per non estinguersi, gli orsi dovrebbero aumentare numericamente ed espandersi in tutto l’Appennino, così da potere affrontare meglio i cambiamenti climatici, ambientali e i rischi genetici legati al loro essere in pochi. Come potrebbero aumentare gli orsi? La probabilità che altri orsi immigrino da altre popolazioni è pressoché nulla, e quindi l’orso in Appennino può fare affidamento solo sulle proprie capacità riproduttive per sopravvivere, che a stento però riescono a contrastare i livelli attuali di mortalità. Tuttavia, le ricerche confermano che è possibile invertire qualsiasi tendenza negativa, riducendo appunto la mortalità. Una domanda, però, sorge spontanea: gli orsi sono davvero in grado di muoversi e sopravvivere nel resto dell’Appennino?

La disponibilità di spazio idoneo non è limitante in Appennino, e le segnalazioni di orsi degli ultimi anni lo confermano.

In Appennino centrale l’orso potrebbe muoversi in un’area di oltre 26.000 km2 dalla dorsale appenninica umbro‐marchigiana fino al Massiccio del Matese. al confine tra Molise e Campania. Tuttavia anche gli orsi, come le persone, hanno le loro preferenze e in base a migliaia di punti di presenza raccolti tra gli anni 2004 e 2014, che hanno permesso di comprendere i gusti degli orsi, e le più recenti tecniche statistiche di modellistica, solo il 20% di questa area ha in realtà le caratteristiche ambientali per ospitare stabilmente degli orsi, per un totale di 5.244 km2. Questa area è però sufficiente a sostenere, in termini di estensione e qualità ambientale, una popolazione vitale di orso, ovvero autonoma dal punto di vista riproduttivo e sufficientemente indenne da rischi di depressione da inincrocio nel breve e medio periodo, corrispondente ad almeno 200 orsi.

Paolo Ciucci ci racconta i punti di forza e le criticità per il futuro dell’orso in Appennino.

Sebbene ci sia spazio per gli orsi in Appennino, alcune aree sono troppo frammentate per accogliere femmine

Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, tra i Monti Simbruini e i Monti Ernici, tra i sistemi montuosi dei Monti della Duchessa e il Sirente Velino, tra le Gole del Sagittario e il Parco della Majella, fino al Gran Sasso, al Reatino esistono delle vere e proprie roccaforti per l’orso che, per configurazione e dimensione, sono in grado di accogliere femmine con piccoli: i futuri epicentri da cui potrebbero germogliare nuove micro popolazioni. Queste aree, che coprono una superficie non continua di 3.190 km2, potrebbero ospitare fino a 70 femmine, di cui più della metà tra il territorio del PNALM e il comprensorio degli Ernici e Simbruini. Tuttavia, le zone del Matese, della Majella nord‐occidentale, dei Sibillini e, sempre in Umbria, ampie porzioni a nord‐ovest della valle del Nera (circa il 39% delle aree idonee), sono troppo frammentate per consentire una ricolonizzazione permanente da parte dell’orso, riducendo il potenziale di espansione e crescita della popolazione.

Gli orsi hanno un rischio elevato di imbattersi in una fatalità in tutte le aree indipendentemente dalla idoneità e livello di tutela.

Per un orso muoversi in Appennino non è senza rischio. Più del 25% (6.481 km²) del territorio include zone a bassa quota, con scarsa vegetazione forestale e attraversate da strade, in cui gli orsi hanno una elevata probabilità di essere investiti o uccisi, anche solo accidentalmente, da armi da fuoco o veleno. Alcune di queste aree ricadono in zone ricche da un punto di vista alimentare, una vera attrazione per gli orsi, ma a scapito della vita. Nel PNALM, nel Sirente e negli Ernici più della metà del territorio è considerato a rischio di mortalità per gli orsi e nel Cicolano/Reatino più del 70%. Nonostante la maggior parte delle aree idonee, comprese le roccaforti, prevede una forma di tutela, perché ricadenti in aree protette o all’interno della rete di Natura 2000, anche in queste aree gli orsi muoiono. Altre aree come i Monti Sabini, i Monti Reatini, il Cicolano e i Monti Carseolani non sono attualmente vincolati da alcuna forma di protezione. In presenza di un così elevato e diffuso rischio di mortalità antropica è chiaro che qualsiasi sforzo di conservazione rischia di essere vanificato.

Movimenti di dispersioni di 3 orsi maschi. In totale, ogni orso ha “viaggiato” a distanza di oltre 200 km dal PNALM. Questi spostamenti sono tipici di giovani maschi in cerca di cibo, femmine e nuovi territori in cui prendere la residenza.

Lo scarso grado di espansione dell’areale della popolazione osservato in questi ultimi decenni potrebbe essere dovuto alla difficoltà degli orsi ad uscire.

Gli orsi incontrano non poche difficoltà ad uscire dall’area stabile di presenza (PNALM e aree contermini) verso le porzioni periferiche occidentali (Ernici e Simbruini), meridionali (Matese) e orientali (Majella meridionale). Sono pochi i corridoi sicuri, ovvero quelli dove gli orsi possono vivere e riprodursi nella loro lenta espansione: un unico nella val Roveto, in direzione nord‐ovest, che connette l’area del PNALM con il margine orientale dei Simbruini, e una serie di corridoi frammentati che connettono i versanti nord‐orientali del PNALM con la Majella, da una parte (passando per la Riserva del M.te Genzana), e con il Velino‐Sirente, dall’altra. Sebbene idonei, alcuni corridoi contengono molte trappole ecologiche, con il rischio quindi di vanificare l’effettiva dispersione di giovani orsi dalla popolazione sorgente del PNALM.

Un esempio dell’area utilizzata dall’orsa F21 nel 2019. Questa femmina è un’orsa periferica che vive gran parte del suo tempo a cavallo della Strada Statale 17, una strada a scorrimento veloce dove nello stesso anno è stata investita e uccisa una madre con il suo piccolo che è rimasto orfano. Negli anni precedenti almeno altri orsi sono stati investiti nella stessa strada, alcuni sopravvissuti.

L’orso ha tutte le condizioni per crescere numericamente ed espandersi, ma non senza un rinnovato sforzo di tutela.

Come è possibile favorire l’espansione dell’orso? Intensificando gli sforzi di conservazione sia all’interno che all’esterno delle aree protette, prioritariamente nelle aree di connessione e nelle aree che possano garantire la presenza stabile delle femmine. Pianificando interventi di ripristino di idoneità ambientale (interventi di gestione forestale e di silvicoltura); interventi di prevenzione, mitigazione e controllo del rischio di mortalità (controllo degli illeciti; miglioramento della permeabilità stradale; campagne informative); interventi di regolamentazione delle attività antropiche (accessi e costruzione di infrastrutture); interventi di prevenzione e riduzione dei conflitti sociali e economici (interventi di prevenzione e campagne di sensibilizzazione). Non da ultimo, risulta critico, predisporre il contesto sociale e culturale nelle potenziali aree di presenza dell’orso su scala appenninica, considerando che le popolazioni umane residenti nelle porzioni periferiche e di espansione dell’areale potrebbero non condividere gli atteggiamenti, i comportamenti e la tolleranza tipica delle popolazioni che da sempre vivono a contatto con l’orso.

L’orso mette in relazione molte e diverse categorie di interesse. Per creare consenso per l’orso e cambiamento ci vuole coordinamento e partecipazione.

I conflitti dietro alla conservazione dell’orso sono multiformi e investono ambiti storici, politici, scientifici, economici, cognitivi, sociali ed etici. Una ipercomplessità resa ancora più evidente dall’urgenza richiesta dalla tutela di questo plantigrado dal futuro forse incerto. Se da una parte è l’attitudine del pubblico e i conflitti che ne conseguono a mettere a rischio la conservazione dell’orso, dall’altra politici e amministratori non riescono a gestire in maniera efficiente questa complessità. Parte di queste difficoltà si riconducono a una eccessiva burocrazia, frammentazione politica e intergiurisdizionale che si traducono in estrema lentezza dei procedimenti amministrativi e decisionali, in una assente o inefficiente applicazione di piani di gestione o delle legislazioni vigente, e in un ridotto coinvolgimento e impegno del pubblico. Oltre agli impatti diretti sul benessere umano o sulle attività economiche, molti dei conflitti con l’orso rientrano, infatti, nel simbolismo associata alla sua presenza (sfiducia nelle Istituzioni, necessità di legittimazione politica etc.). Dall’altra parte è proprio dalla comprensione di questa complessità che può nascere l’opportunità da parte soprattutto del pubblico di avere un ruolo di guida e controllo nei confronti dei processi politici ed istituzionali legati alla conservazione di questo animale. L’orso è di tutti, non appartiene a un Ente o Istituzione, ovvero siede alla nostra stessa tavola che va ben oltre le mura della nostra casa.

Paolo Ciucci ci racconta del ruolo che un pubblico informato può avere per sostenere il futuro dell’orso e sul perché è importante conservare l’orso.

Che cos’è il PATOM?

Per l’orso in Appennino è stato redatto nel 2011 un piano di azione (PATOM:Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano) che analizza lo stato di conservazione dell’orso marsicano e individua le azioni da realizzare per migliorarne lo stato di conservazione. Per assicurare l’attuazione delle misure di tutela previste dal PATOM, il Ministero della Transizione ecologica (ex Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare), le regioni Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale della Majella e i Carabinieri forestali, hanno stipulato e firmato già dal 2016 una serie di accordi pluriennali per rendere attuativo il piano.

Per informazioni e approfondimenti, puoi leggere gli accordi, le relazioni e i verbali su https://www.minambiente.it/pagina/piano-dazione-la-tutela-dellorso-marsicano-patom; oppure consultare la pagina dedicata al PATOM su http://www.parcoabruzzo.it/pagina.php?id=461 e gli atti amministrativi delle Regioni; e ancora approfondire su https://www.salviamolorso.it/per-un-nuovo-patom/

Una comunità si costruisce attraverso il dialogo. Una nuova cultura condivisa della comunicazione può favorire sia l’uomo che l’orso nel lungo termine.

Le scelte gestionali per il futuro dell’orso devono sicuramente basarsi su evidenze certe, come insegna anche il mondo della scienza. Tuttavia i pericoli che gli orsi devono affrontare sono così complessi e imprevedibili, da richiedere anche tanta precauzione, ovvero agire prima che sia troppo tardi, facendo scelte che assicureranno comunque un impatto positivo all’orso ( e forse più rinunce da parte nostra). Perché parliamo di un animale che potrebbe rischiare l’estinzione. Ma per consentire a tutti di fare scelte consapevoli, è necessario riformulare una “nuova cultura della comunicazione”, che coinvolga le Università e gli Enti che si occupano di gestione e conservazione, mirata a costruire fiducia e partecipazione, attraverso la condivisione dei risultati delle ricerche scientifiche e delle scelte gestionali al di fuori del mondo accademico o dei tavoli di lavoro istituzionali. Attualmente, l’opportunità di divulgare informazioni di natura ambientale (scientifica e/o di gestione e conservazione) al pubblico generico è lasciata soprattutto ai media e al crescente numero di network sociali con scarso controllo dei contenuti informativi. Le ricerche in campo ecologico e le questioni ambientali sono poco rappresentate nei media e se presenti includono in maniera preponderante gli aspetti che generano controversia, sensazionalismo e quindi più vicini all’audience e agli interessi umani. Soltanto attraverso un diretto coinvolgimento e la giusta informazione le persone si sentiranno motivate a cambiare i propri comportamenti.

Mettere troppe emozioni o prendere distacco non consentono di fare delle scelte profonde e consapevoli. Il futuro dell’orso dipende da come decidiamo di vivere con loro.

David Mattson ci racconta di come ci sia spazio per orsi e uomini di coesistere e che dipende in qualche modo da entrambi.

E’ possibile pensare ad una visione più profonda, intima, e nello stesso tempo razionale del perché della tutela dell’orso? Ce lo insegna lo stesso orso. Lo studio dell’ecologia di questo animale ci mostra come tutti gli esseri viventi siano interconnessi. Ciò che accade all’orso, accade anche a noi e ciò che fa bene all’orso, fa bene anche a noi. E’ da questa consapevolezza che può nascere l’apprezzamento e il rispetto per la conservazione di questo animale e anche le nostre scelte gestionali. Innanzitutto, bisognerebbe forse partire dall’idea che un modello di separazione totale tra uomini e animali è irrealizzabile soprattutto in un contesto italiano, dove la densità abitativa è alta anche all’interno di aree naturali. L’uomo non si pone dei limiti e confini (abbiamo costruito paesi e città nelle valli più produttive, scansando gli animali), come pretendere che lo facciano gli animali. Un modello di piena convivenza è forse altrettanto utopistico, perché non vuol dire semplicemente dividere lo stesso spazio, ma si basa su un concetto di relazione, ovvero nasce dalla consapevolezza che tutti gli essere viventi dipendono gli uni dagli altri e sono uniti da relazioni e si completano. Una visione ideale, ma estrema forse, anche per gli animali stessi. Il segreto della conservazione è probabilmente nel mezzo. La soluzione forse è coesistere, dividere ovvero lo stesso spazio, ma senza interferire, o disturbarsi a vicenda, ovvero dandosi spazio reciprocamente. In questo non sono certo gli animali che possono scegliere ( possono solo essere in grado di adattarsi), ma siamo noi che dovremmo concedere il giusto spazio. La coesistenza, tuttavia, non si deve basare solo sulla tolleranza, ma soprattutto sul riconoscere che uomini e animali fanno comunque parte di uno stesso ecosistema, e che le relazioni di cui si parlava prima esistono realmente. E’ da questo riconoscimento, che nasce il rispetto. In questa visione, trovare soluzioni o mitigare i conflitti non è altro che uno dei motivi del vivere insieme. Ma una cultura della coesistenza nasce e cresce da un lavoro di gruppo, ovvero dalla fusione delle azioni dei singoli e quindi dal sentirsi una comunità. E come scrisse un anonimo:“Sii gentile sempre. Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla: un pensiero che dovrebbe valere per gli orsi come per gli uomini”.

La conservazione dell’orso richiede umiltà e la voglia di rispondere a poche e semplici domande: a cosa siamo disposti a rinunciare per vivere con gli orsi? E’ così impossibile adattarsi e cambiare, ovvero modificare la propria vita per accogliere l’altro?

L’orso e le strade

L’orso e le strade

E’ l’orso che attraversa la strada o la strada che attraversa la terra degli orsi, questione di prospettiva

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

La sagoma di un animale morto lungo una strada è un’immagine comune in quasi tutti i paesi del mondo. Gli animali si muovono per cercare cibo, acqua e compagni e se le strade tagliano il loro territorio non possono fare altro che attraversarle.

Dall’altra parte, anche gli esseri umani utilizzano le strade per le loro necessità. Se le vie degli orsi e degli uomini si incrociano inaspettatamente, è un rischio per entrambi. Ogni anno nel mondo, milioni di animali selvatici vengono uccisi dai veicoli, decine di migliaia di persone rimangono ferite, centinaia vengono uccise e i danni economici possono ammontare a molti miliardi. In ogni provincia italiana si stima siano investiti ogni anno oltre 15.000 animali. Il fenomeno è in aumento e non va sottovalutato perché gli incidenti possono ridurre in maniera significativa la sopravvivenza di alcune specie animali, oltre a limitarne gli spostamenti. Gli animali, come gli orsi, che si muovono su vaste aree e che non si riproducono ogni anno, possono risentire in maniera drammatica della presenza di queste infrastrutture, soprattutto se sono pochi, come in Appennino. Gli incidenti aumentano con la velocità dei veicoli, il volume di traffico, la densità e il numero di corsie delle strade e se sono presenti ostacoli o barriere che intrappolano gli animali nel tratto stradale (ad esempio muri, reti e gallerie). Più la maglia stradale penetra in aree critiche o all’interno di corridoi di spostamento degli animali e maggiore saranno i rischi, soprattutto se gli animali vi si avvicinano per trovare cibo (erba, alberi di frutta, carcasse di animali investiti, rifiuti etc.).

Gli orsi come gli uomini sono attratti dalle stesse aree di fondovalle, perché più produttive in termini di cibo e ideali per spostarsi rapidamente da un’area all’altra.

Una storia di repulsione e attrazione lega gli orsi alle strade in tutto il mondo come in Appennino.

Quanto più gli orsi frequentano o vivono vicino alle strade, maggiore è il rischio che non sopravvivano a lungo, perché investiti o vittime di atti di uccisione accidentali o intenzionale. E’ quello che emerge da uno studio condotto in Appennino, in base al quale quasi la metà del territorio di presenza attuale e futura dell’orso contiene fattori di rischio per la vita di un orso, tra cui proprio le strade. Perché gli orsi non evitano queste aree? Perché, come hanno scoperto i ricercatori, la maggior parte di queste zone sono delle vere e proprie trappole ecologiche, ovvero gli orsi ne sono attratti perché trovano cibo a volontà, ma a scapito a volte della vita. In base a studi condotti in Nord America, la densità degli orsi e la loro sopravvivenza diminuiscono fino a quattro volte in aree a densità elevata di strade (maggiore di 0.6 km/km2), causando il declino numerico di alcune popolazioni di orso. Secondo questi studi, una femmina per avere una buona probabilità di sopravvivenza e di riprodursi, dovrebbe avere un territorio in cui la percentuale di aree sicure e prive di strade superi almeno la metà. In Appennino, la densità di strada può superare questi valori, soprattutto al di fuori delle aree protette. Dall’altra parte, anche nei Parchi come nel PNALM, alcune femmine occupano aree considerate totalmente a rischio.

In Appennino, gli orsi, se possono, evitano aree densamente abitate e attraversate da strade asfaltate, e se devono attraversare una strada, lo fanno di notte, quando il traffico diminuisce. In estate, in particolare, cercano di evitarle del tutto. In questa stagione, infatti, alcune strade statali che attraversano i Parchi possono essere percorse da quasi 14.000 veicoli in una sola settimana, con quasi la metà degli automobilisti che non rispettano i limiti di velocità consentiti. Sebbene di notte le occasioni siano più basse, la scarsa visibilità e l’eccessiva velocità hanno determinato nel 2010 l’investimento e l’uccisione di una femmina con due piccoli dell’anno precedente, rimasti orfani nel mese di giugno. Questi dati trovano riscontro anche in altre popolazioni di orso. In Nord America, gli orsi frequentano di meno aree con strade percorse da più di 20 veicoli al giorno, ed evitano del tutto quelle attraversate da oltre 100 veicolo. Il traffico veicolare sembrerebbe giocare anche un peso maggiore rispetto alla densità di strade. L’avversione è così forte, quanto rapida è la reazione se le condizioni di traffico cambiano. Con l’ausilio di foto trappole, alcuni studiosi hanno dimostrato che a seguito della chiusura di una strada molto popolare nel Parco Nazionale di Banff, nel giro di pochi giorni si è registrato il doppio dei passaggi di orso.

Nella fotografia, l’orsa deceduta nel 2019 lungo la SS 652 in Molise giace su tavolo operatorio dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo prima della sua necroscopia.

Alcune strade, quindi, possono rappresentare delle vere e proprie barriere e compromettere l’espansione degli orsi. Studiando i movimenti di 38 orsi grizzly con collare GPS in British Columbia, i ricercatori hanno dimostrato che l’autostrada numero 3 (3700 veicoli/ giorno) che attraversa le Montagne Rocciose bloccava il passaggio di metà degli orsi noti, impedendo loro di trovare nuovi territori e compagni. In base allo studio condotto in Appennino, sono pochissime le aree che potrebbero funzionare da corridoi tra il PNALM e il resto dell’Appennino, a causa della presenza nel resto delle aree di infrastrutture che mettono a rischio gli orsi. Nel 2019 sono 2 le orse investite sulla strada statale 17 in Abruzzo e sulla statale 652 in Molise, di cui una con un piccolo dell’anno in aree esterne al Parco.

Ma la storia tra gli orsi e strade non è ancora finita. Ai margine delle strade gli orsi trovano arbusti, rovi, alberi di frutta, piante erbacee e formicai e, a volte, anche discariche. Nei Parchi nazionali, alcuni orsi si sono abituati a frequentare queste aree, lasciandosi osservare a poche decine di metri e anche meno. Tale fenomeno è andato di pari passo a quello della congestione di numerosi veicoli e di persone che si fermano per fotografare gli orsi. Queste situazioni, diffuse in Nord America e anche in Europa, suscitano molta preoccupazione anche in Appennino, perché aumentano il rischio di incidenti stradali tra veicoli, veicoli e orsi. Uno degli effetti collaterali è anche una eccessiva abituazione all’uomo, che potrebbe comportare perdita di diffidenza e maggiore probabilità di frequentazione di strade e dei paesi, con rischio di condizionamento alimentare e di possibili interazioni negative tra orsi e uomini.

Ai margini delle strade, gli orsi possono trovare frutta e insetti, ma anche discariche e rifiuti organici sparsi, lasciati, a volte, proprio con l’intenzione di attrarre gli animali selvatici, come le volpi ad esempio.

Reti, sovrappassi, sottopassi, limiti di velocità e segnaletiche si sono dimostrate estremamente efficaci nel ridurre gli incidenti e i benefici superano i costi nel tempo.

Esistono diverse strategie per aiutare gli orsi ad attraversare le strade in sicurezza. Chi si deve prendere cura della sicurezza delle strade? Le competenze si rimbalzano tra ANAS, Polizia stradale, Enti territoriali che hanno poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna (Comuni, Province, Regioni, e Enti Parco) e che si occupano della progettazione, manutenzione e sicurezza delle strade. Le strategie possono variare a seconda della tipologia della strada e includono: miglioramenti ambientali per aumentare la visibilità e ridurre l’attrattività di alcuni tratti stradali (ad esempio rimozione di fonti di cibo); sistemi per allertare i guidatori o gli animali (segnaletica stradale, riflettori ottici, sistemi acustici e luminosi etc.); costruzione di barriere perforate, ovvero un sistema di reti, sovrappassi e sottopassi che insegnano agli animali dove attraversare; chiusura o regolamentazione del traffico stradale. Recinzioni, passi e sovrappassi possono dimezzare gli incidenti se non ridurli anche del 95%, come riportano diverse ricerche condotte in Svezia e in Nord America. A titolo di esempio, uno studio condotto sulla Trans-Canada Highway, dove si stimava un incidente ogni 4-8 ore con danni economici anche di oltre 30.000 euro per animale investito ha dimostrato che in 15 anni, dopo la costruzione di barriere e sovrappassi, oltre 20.000 animali hanno imparato ad usarli, con un risparmio di oltre 85.000 dollari all’anno. Tuttavia, le responsabilità risiedono anche nei singoli fruitori delle strade, ovvero nel rispetto dei limiti, nel percorrere le strade con più consapevolezza e nell’evitare comportamenti scorretti che potrebbero mettere a rischio persone e animali.

Nell’ambito del progetto Life Crossing, sono stati installati in diverse aree protette dell’Appenino dei sistemi di prevenzione (AVC PS) per allertare sia le persone che gli animali. Quando sensori a infrarossi (PIR) e/o una telecamera termica registrano la presenza di un animale, un segnale allerta gli automobilisti a ridurre la velocità. Un sensore radar doppler posto sul palo del cartello stradale controlla se il veicolo rallenta. Se questo avviene, il sistema si ferma; in caso contrario, il radar invia un segnale alla centralina di controllo, che attiva il sistema di dissuasione acustica, con la funzione di allontanare l’animale e prevenire un suo eventuale attraversamento.

L’ORSO IN PAESE:
UNA STORIA DI ATTRAZIONE E REPULSIONE

Gli animali utilizzano o intercettano le strade per le loro necessità così come gli esseri umani. Tuttavia, quando le vie degli orsi e degli uomini si incrociano è un rischio per entrambi. Non esiste una soluzione definitiva, ma è sempre possibile mitigare e prevenire situazioni rischiose.

I veicoli condividono il loro mondo con persone e animali, pertanto sarà difficile eliminare completamente i rischi per gli animali e per le persone, ma è possibile prevedere e mitigare tratti stradali più pericolosi e contribuire ogni giorno con i nostri comportamenti a prevenire incidenti.

L’orso quando può evita l’uomo

L’orso quando può evita l’uomo

Vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo costringe a fare dei bilanci

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

Gli esseri umani hanno modificato in maniera significativa la vita di molti animali anche in tempi molto brevi, ovvero poche centinaia di anni, da un punto di vista evolutivo.

I risultati di molti studi concordano che gli animali percepiscono la presenza umana come un disturbo, o meglio un potenziale pericolo. Come reagiscono nell’immediato? Manifestando, ad esempio, reazioni di allerta e paura: il battito cardiaco e il respiro aumentano (grazie al rilascio di ormoni come l’adrenalina e il cortisolo), i muscoli diventano più tonici e si contraggono pronti a scattare, le pupille si dilatano per aumentare la capacità di osservazione. Che cosa gli animali possono mettere in atto? Reazioni di fuga e di evitamento delle aree disturbate per ore, giorni o addirittura settimane. Queste alterazioni, anche se potenzialmente adattative, possono, in realtà, ripercuotersi sulle capacità degli animali di alimentarsi, di riprodursi e di curare la prole, costringendoli, ad esempio, ad abbondare aree preferite. Non solo, se cronicizzato, lo stress indotto, potrebbe favorire l’insorgenza di patologie (riduzione delle difese immunitarie, indebolimento delle condizioni fisiche, depressione e riduzione delle capacità riproduttive).

Più sono gli individui a risentire di questi effetti e maggiori saranno le ricadute su tutta la popolazione a cui appartengono. E dato che tutti gli animali vivono all’interno di comunità, gli effetti a catena possono ricadere a cascata anche su di essa. Sebbene le reazioni degli animali siano molto simili, sia che si parli di una infrastruttura (ad esempio un centro abitato) che di persone in escursione, non tutti i disturbi sono uguali. Tanto più un disturbo è frequente, imprevedibile, veloce e tanto più insiste in aree critiche per gli animali (siti rifugio e cura della prole, aree di alimentazione), tanto più potrebbero essere maggiori le ricadute sulla loro salute e sopravvivenza. Una persona a piedi su un sentiero avrà sicuramente meno impatto di una squadra di cacciatori in battuta o di un gruppo di cinquanta escursionisti, ma un gruppo di persone fuori sentiero nei pressi di una tana potrebbe avere un impatto confrontabile se non maggiore, ad esempio, su un orso.

Un orso allarmato si solleva sulle zampe posteriori per esaminare meglio, con olfatto, udito e sguardo, l’origine di un rumore.

La femmina F05, nota anche come Marina, è una femmina molto schiva. Il suo territorio è decisamente arroccato su un comprensorio montuoso a Nord del Parco. Erano le 6.30 del mattino del 4 settembre, ed ero in osservazione, come ogni estate da oltre dieci anni. Coperta dalla testa ai piedi e nascosta da una roccia, a fatica trattenevo la gioia. Marina aveva un piccolo con sé, una femmina, anche se questo lo abbiamo scoperto più avanti, grazie alla genetica. La femmina mangiava tranquilla già dalle prime luce dell’alba su un cespuglio di ranno, a circa 800 metri di distanza sotto di me. Nonostante le attenzioni, quel giorno ricordo di non avere studiato bene il vento rispetto alla mia posizione. E’ bastato un giro di vento, un capello che si è sollevato in maniera quasi impercettibile sulla fronte, ed ecco che la famiglia si è dileguata ad una tale velocità che mi è sorto il dubbio se fosse mai stata lì, lasciando dietro di sé sensi di colpa e tanta frustrazione.

Elisabetta

Gli animali si possono abituare a un disturbo se prevedibile e se non ricevono nessuna esperienza negativa. L’abituazione di per sé non è altro che un riflesso dell’intelligenza e adattabilità di molti animali, tra cui l’orso, qualità che li rendono in grado di accedere a qualsiasi cibo, anche in ambienti molto modificati dall’uomo. Tuttavia, animali abituati riducono la distanza di fuga, diventano meno reattivi, sono facilmente avvicinabili e quindi anche più facilmente vittime di atti bracconaggio, attraversano con più frequenza zone antropizzate con maggiori rischi di essere investiti, e possono diventare attori di episodi spiacevoli di interazione tra uomo e orso (attacchi e ferimenti). Inoltre, l’assenza di reattività (ad esempio la fuga), non implica necessariamente che l’animale sia tranquillo. Tale comportamento, infatti, potrebbe comunque essere associato ad uno stato di stress e di tensione. Quante persone sembrano apparentemente serene e tranquille, ma in realtà, ad uno sguardo più attento si mangiano un’unghia o sbattono la punta del piede, rilevando, appunto, nervosismo. Così può succedere anche agli animali. Diversi ricerche condotte in Nord America e in Nord Europa, hanno dimostrato che gli orsi che frequentano zone abitate, sono più stressati (elevato battito cardiaco o alti livelli di ormoni dello stress) di quelli che frequentano zone remote, nonostante l’apparente calma quando si muovono tra le case.

L’osservazione dell’orso, come d’altronde di tutte le specie della fauna appenninica è un’attività istruttiva ed entusiasmante, ma è fondamentale rispettare le norme di tutela delle aree protette e, soprattutto, la sicurezza e il benessere degli animali.

Gli orsi trovano facilmente soluzioni per vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo, ma non sono bravi a fare i bilanci.

Gli orsi, se possono, fanno di tutto per evitare l’uomo. In Appennino, e in Europa in generale, gli orsi evitano le aree ad alta densità abitativa e hanno abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne. Ma cosa succede se gli uomini si avventurano tra gli orsi? Alcune ricerche offrono degli spunti interessanti.

Nella penisola scandinava, le femmine di orso raddoppiano il loro peso dalla primavera all’entrata in tana, cibandosi soprattutto di bacche. Per alimentarsi in maniera adeguata (ci vuole tempo per ingrassare con frutti così piccoli!), gli orsi vanno alla ricerca dei cespugli più carichi di bacche anche di giorno. Ogni ora è indispensabile. Tuttavia, queste aree sono frequentate da turisti, raccoglitori di bacche e cacciatori. Quando sorpresi, soprattutto nel caso di persone fuori sentiero, gli orsi reagiscono rinunciando ad alimentarsi nelle ore di luce anche per diversi giorni.

In alcune aree del Nord America ci sono delle falene che formano, di giorno, delle vere e proprie aggregazioni su pareti aperte, rocciose e poco raggiungibili. Gli orsi possono mangiare fino a 40.000 falene al giorno nella stagione estiva (circa 20.000 calorie), ma possono farlo solo nelle ore di luce, le stesse utilizzate dagli arrampicatori a scopo ricreativo. In loro presenza, gli orsi manifestano reazioni di stress e interrompono continuamente il loro pasto, e consumano fino a 12 kcal/minuto. Diversi studi, inoltre, documentano come la presenza di attività forestali, estrattive o ricreative nelle zone di svernamento degli orsi, può avere anche un impatto maggiore, come, ad esempio, l’abbandono e quindi la morte dei piccoli.

Molte pratiche venatorie, come le battute di caccia o l’addestramento dei cani si verificano in aree e periodi critici per l’orso. Le battute al cinghiale, ad esempio, vengono di norma condotte con numerosi cani e persone, per 2 o 3 giorni a settimana da ottobre a gennaio. Il disturbo, quindi non si limita solo al momento dello sparo, ma è associato ad un aumento dell’attività in tutta l’area interessata (presenza di veicoli, inseguimenti, abbai dei cani, trasporto degli animali morti tec.). Quali sono i rischi per gli orsi? Sicuramente la possibilità che di colpire erroneamente un orso, invece di un cinghiale, criticità documentata in tutta Europa. Non solo, ma soprattutto gli orsi spavaldi, possono imparare ad associare la possibilità di ritrovare una carcassa o un animale ferito durante e dopo una battuta, e arrischiarsi, creando anche maggiori rischi e occasioni di conflitto. Inoltre, gli orsi possono associare questa attività ad un disturbo, come conferma uno studio condotto in Svezia, rinunciando ad alimentarsi e rifugiandosi, soprattutto nelle prime ore del mattino, con effetti che possono durare anche per diversi giorni. In una stagione in cui gli orsi devono ingrassare per trascorrere diversi mesi a digiuno, tutto questo può compromettere la loro salute e capacità nelle femmine di riprodursi.

Loi sfruttamento forestale, le attività sportive e ricreative, la caccia, la raccolta di funghi, tartufi e altri prodotti del bosco sono voci importanti per chi vive e frequenta le montagne dell’Appennino, ma rappresentano anche situazioni di possibile interferenza con la vita dell’orso e delle altre specie. Il buonsenso e il rispetto sono gli ingredienti base per una convivenza armoniosa.

In ambienti sottoposti a crescente pressione umana, gli orsi hanno bisogno di finestre temporali per svolgere in tranquillità le proprie attività.

Le ricerche condotte in diversi contesti di studio offrono, ad oggi, una grande opportunità agli Enti gestori per stabilire come e quando intervenire, e a tutti per comprendere cosa c’è dietro all’applicazione di regolamenti restrittivi applicati soprattutto all’interne delle aree protette. La regolamentazione dell’accesso di alcune aree e la chiusura stagionale di alcuni sentieri sono, ad esempio, alcuni dei provvedimenti che vengono imposti per lasciare tempo e riservatezza agli orsi.

Negli ultimi anni il turismo mirato a fotografare o osservare gli orsi ha subito un vertiginoso incremento (in Europa come in altre aree del mondo). Di fronte a questa nuova pressione, gli orsi hanno poco margine per adattarsi se non vengono aiutati da comportamenti più consapevoli da parte delle persone. Nelle aree protette la sfida è particolarmente alta, perché alcuni orsi finiscono per abituarsi sempre più alle persone, diventando facilmente avvistabili: un vero e proprio magnete per appassionati. Osservare un orso da vicino è un’esperienza unica e può giovare all’immagine e alla conservazione di questi animali. Tuttavia, il problema è che anche le persone si abituano agli orsi, sottovalutando e non comprendendo a pieno il rischio di comportamenti non neutri e imprevedibili, avvicinandosi sempre più, dando cibo, a scapito della propria incolumità e di quella degli orsi. Un attacco o un riferimento a una persona da parte di un orso, può ridurre in maniera drammatica il grado di accettazione nei confronti di questi animali, così come il sostegno alla loro protezione e conservazione. Per questo Istituzioni, Enti e pubblico generico dovrebbero collaborare tra loro per arrivare ad un nuovo livello di gestione della natura, basato sul rispetto e sulla giusta distanza.

Una serie di immagini registrate da una fototrappola puntata ad un albero “speciale” del PNALM mostra come orsi ed altre specie frequentino le stesse aree utilizzate dall’uomo, però in momenti diversi per evitarlo il più possibile.

Gli orsi attaccano di rado e solo in certe condizioni, ma con la giusta informazione e comportamento, e un pizzico di genetica, il rischio potrebbe essere trascurabile.

Ma gli orsi sono pericolosi? Nella maggior parte delle situazioni, gli orsi se possono evitano l’incontro e si dileguano. Lo dimostrano diverse ricerche condotte in Svezia, in cui orsi singoli o gruppi familiari dotati di radiocollare satellitare, sono stati intenzionalmente avvicinati in centinaia di occasioni da persone a piedi. Che cosa si fa per la ricerca! Ebbene, nell’ 80-95% delle occasioni, gli orsi si sono allontanati e in pochissime occasioni sono risultati visibili. Le statistiche di attacchi giocano a nostro favore. In tutta Europa, infatti, gli attacchi di orso bruno non superano in media la decina di casi all’anno. Nella maggior parte dei casi sono coinvolte femmine con piccoli, per la loro natura apprensive nella difesa dei piccoli e situazioni “particolari”: orsi sorpresi a distanza ravvicinata e in ore notturne, orsi in tana o in difesa di una carcassa, orsi feriti o condizionati da cibi «antropizzati», orsi inseguiti dai cani senza guinzaglio.

Che notizie ci sono per gli orsi marsicani? In Appennino non è mai stato documentato un caso certo di attacco o ferimento a persone. Gli orsi sono per loro natura meno aggressivi, ci racconta la genetica. Secondo alcuni studiosi, inoltre, orsi che vivono ad alte densità, come può verificarsi nel PNALM, sono più portati ad essere tolleranti non solo con i conspecifici, ma di ricaduta anche con altri animali, compreso l’uomo. Tuttavia, gli orsi sono sempre animali selvatici, dotati di forza straordinarie e artigli potenti. E’ per questo che è fondamentale seguire poche regole utili in caso di incontro. Non avvicinarsi, non gridare, allontanarsi con calma e lasciare sempre una via di fuga fra sé e l’animale. E’ bene, inoltre, evitare situazioni in cui un orso può essere sorpreso, rimanendo possibilmente su un sentiero (se segnato e autorizzato meglio) e facendo sentire, con discrezione, il proprio arrivo (gli schiamazzi vanno comunque evitati).

La domanda a cui tutti vorrebbero una risposta è quanto è possibile avvicinarsi ad un orso senza suscitare nessuna reazione. Una domanda da milioni di dollari. La distanza alla quale un animale reagisce dipende da molti fattori: età, sesso, storia individuale, indole e contesto. Alcuni studi suggeriscono che gli orsi possono percepire la presenza dell’uomo anche a più di un chilometro di distanza, soprattutto se gli orsi sono attivi e vigili. Altre ricerche sostengono che gli orsi abituati alle persone, possono essere avvicinati anche a qualche decina di metri. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi, suggerisce di mantenersi ad almeno 100-200 metri di distanza, questo per evitare qualsiasi situazione rischiosa.

Era una mattina di metà luglio del 2008. Indossavo i miei jeans consumati di campo e una camicia a scacchi. Zaino stretto sulle spalle e antenna e radio alla mano. Giro di controllo orsi. Segnale radio debole e rimbalzi in tutta la valle. Meglio salire sulla cima per capire la direzione del segnale. Arrivata sul crinale, dopo un dislivello di 600 metri, l’unico pensiero era sedermi e prendere fiato. La vista era annebbiata, per il caldo e la stanchezza e la luce contro. Un vento lento, ma costante mi rinfrescava il viso. Da seduta, muovendomi a destra e a sinistra con il corpo, incominciai a studiare il posto. A pochi metri da me, qualcosa di più che ombra tra le foglie faceva la stessa cosa. Il tempo di mettere un fuoco: un orso seduto mi osservava. Era il maschio M10, noto tra gli addetti come Ciccio, catturato da pochi giorni. Il collare verde bene in evidenza. Primo pensiero e cuore a mille: quale è il rischio di attacco in percentuale? Secondo pensiero e respiro accelerato: se mi attacca è un disastro, tutti cominceranno ad avere paura degli orsi. Terzo pensiero e gola secca, diamine ho gli stessi pantaloni della cattura, si vendicherà? Quarto pensiero e lungo respiro: calma, distrailo, non spaventarlo, parla amichevole e soprattutto non fuggire. E così feci, non ricordo esattamente le parole, ma qualcosa dissi e lanciai piano uno o due sassolini, credo. E funzionò, l’orso si alzò su una pietra per osservarmi meglio – mi feci sempre più piccola – e poi se ne andò. Paura, fascino, emozione. Ricordo soltanto che in un tempo che mi sembrarono ore, mi portai fuori vista, e mi allontanai rapidamente, molto.

Elisabetta

L’ORSO E L’UOMO: FATTI PIU IN LÀ

Gli orsi riescono a vivere in aree modificate dalla presenza dell’uomo, ma non sono bravi a fare i bilanci dei costi e benefici delle loro scelte. A volte non ci rendiamo conto del nostro impatto. Eppure, con piccoli gesti consapevoli è possibile contribuire alla conservazione della natura più di qualsiasi Ente o Amministrazione, sia fuori che dentro un’Area protetta.

Da molti studi emerge che le persone hanno una bassa percezione del disturbo che arrecano e difficoltà a rinunciare alle proprie abitudini. Regolamenti o sanzioni possono aiutare, ma il rispetto degli animali dovrebbe essere una scelta volontaria di responsabilità che non dovrebbe richiedere norme.

Una comunità per l’orso, sapori e dissapori

Una comunità per l’orso,
sapori e dissapori

Le cose da osservare per scegliere un buon ristorante

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

In alcuni paesi dell’Appennino, tra agosto e settembre, può succedere che alcuni orsi prima dell’imbrunire facciano la loro comparsa tra i viottoli di un paese in cerca di mele, pere e susine mature.

È un fenomeno che si verifica anche in altre aree del Pianeta, con orsi bruni e neri che vivono vicino agli insediamenti umani. Nel Parco, il primo caso risale al 1994. Negli ultimi 25 anni sono stati 8 gli orsi ad avere manifestato questo comportamento: 7 femmine e 2 maschi, tutti di età compresa tra i 2 e i 5 anni alla loro prima comparsa in un centro abitato. Un fenomeno che non interessa tutta la popolazione e molto variabile di anno in anno. Da dove e come si origina questo comportamento? I motivi sono diversi e spesso si sovrappongono tra loro. 

Passare in un centro abitato non è un evento straordinario per un orso marsicano. I paesi dell’Appennino sono circondati dalle montagne e dai boschi dove l’orso abita, ma anche da coltivi e frutteti (alcuni abbandonati) che possono attrarre gli animali. Nella maggior parte dei casi il plantigrado li attraversa semplicemente per spostarsi da una parte all’altra del suo territorio usando per lo più le zone periferiche degli insediamenti, e in genere di notte per non incontrare nessuno. A fine estate, in particolare, gli orsi frequentano comunemente i fondivalle proprio perché sono ricchi di frutteti e rovi che producono grandi quantità di more, di corniolo, biancospino, rosa canina: tutte piante dei cui frutti l’orso è ghiotto.

Tipico mosaico ambientale di un fondovalle dell’Appenno, caratterizzato da coltivi, prati, boschetti e macchie di arbusti, dove, a seconda delle stagioni, gli animali possono nutrirsi di erba, insetti, frutti coltivati o spontanei.

La prima cosa che abbiamo imparato dagli orsi è la loro diversità e individualità. La femmina F05, ad esempio, ha sempre frequentato un’area molto più ristretta degli altri orsi e praticamente del tutto arroccata nelle zone più remote del Parco. Si è riprodotta per ben due volte, quindi a quanto pare aveva tutto il necessario per sopravvivere. Non si è mai avvicinata ad un centro abitato. La femmina FP01, invece, ha frequentato il doppio del territorio e a furia di attraversare i centri abitati, ha preso il vizio di mangiarsi qualche gallina. Anche lei si è riprodotta. La femmina F08, invece, anche lei diverse volte madre, ha vissuto a cavallo della valle del Sangro, e pur attraversando più volte un centro abitato, non hai mai indugiato a lungo tra le vie del paese. Gli orsi si adattano al territorio che trovano, e riescono a trarne tutti i vantaggi che possono.

Elisabetta

Secondo alcune ricerche, le femmine con i piccoli dell’anno e gli individui giovani frequentano le aree limitrofe ai paesi per trovare rifugio da maschi adulti aggressivi. Fenomeno che si verifica soprattutto se la densità degli orsi è elevata, come nel caso dell’orso bruno marsicano. Gli orsi sono anche animali facilmente condizionabili dal cibo (hanno fame per la loro natura) e nei centri urbani possono trovare fonti di cibo ad alto contenuto energetico (es. mangime, arnie, pollai, bestiame, orti, ecc.). Meli e peri domestici, in particolare, fruttificano in quasi tutti gli anni rispetto alle specie selvatiche, e, da opportunisti come sono, gli orsi lo sanno e possono esserne attratti.

Fino al maggio del 2007, il fatto che gli orsi potessero essere così condizionabili dal cibo era solo nelle mie letture. Avevo letto in uno studio che gli orsi abituati a ricevere cibo dagli uomini in natura, erano in grado di imparare gli orari di arrivo del cibo e si facevano trovare pronti. Avevamo preso l’abitudine di lasciare 2 o 3 mele davanti alle foto trappole per convincere l’orso a sostare e avere degli scatti migliori per riconoscere le marche auricolari degli orsi noti. In genere, facevo un controllo ogni sette giorni e più o meno sempre allo stesso orario. Una mattina di un settimo giorno, ricordo di essermi allontanata dalla fototrappola e di esserci tornata dopo neanche cinqui minuti perché avevo dimenticato lo zaino. Un orso giovane aveva appena finito di mangiare tutte le mele. Entrambi rimanemmo molto sorpresi dell’accaduto. E parliamo di soltanto di tre mele.

Elisabetta

Nel 2020, la femmina F17, nota come Amarena, è diventata famosa per aver partorito 4 cuccioli e per avere frequentato i dintorni del paese di Villalago per diverse settimane, attirando molti curiosi. Qui, l’orsa e i suoi piccoli fanno una scorpacciata di ciliegie.

Considerando questo scenario, se alcuni orsi vengono premiati ripetutamente quando passano nei paesi, apprendendo che è facile accedere a queste risorse (frutteti e pollai facilmente accessibili e non protetti) vorranno ritornarci continuamente per ottenerlo quando e come vogliono. Se il condizionamento è associato anche a perdita di diffidenza nei confronti dell’uomo, ecco che alcuni orsi possono iniziare a frequentare i paesi anche in ore diurne, malgrado la presenza di persone. Se si tratta di una femmina con piccoli, è facile che anche i piccoli apprenderanno questo comportamento nel tempo. E da qui che possono nascere i conflitti.

Quando orso e uomo si avvicinano troppo si entra in un territorio “spinoso” sia per gli orsi che per le persone.

Un orso confidente e condizionato può diventare attore di ripetuti incidenti potenzialmente “spiacevoli” con l’uomo. Per un orso, muoversi all’interno di un centro abitato, non è come camminare in un bosco o in montagna, e quindi in un ambiente naturale. La struttura stessa di molti paesi in Appennino, fatti di vicoli stretti e angusti, può determinare incontri ravvicinati e a sorpresa tra uomo e orso mettendolo facilmente alle “strette “e senza vie di fuga. Sebbene gli orsi abituati possano essere meno inclini a reagire in modo aggressivo durante gli incontri con le persone, perché meno timorosi, si fanno però avvicinare molto più facilmente a distanze a rischio. Inoltre, le persone possono adottare comportamenti inappropriati e incauti, sia associate alla paura, con reazioni di fuga o aggressive, sia a troppa confidenza, inseguendo o braccando gli animali per fotografarli o attirandoli con il cibo, rischiando di essere percepiti come minaccia dagli orsi e/o condizionando e abituando ancora di più l’orso.

A livello sociale, la presenza degli orsi nei centri abitati e i contesti di cui sopra sono percepiti da alcuni settori del pubblico, come perdita di qualità della vita, non solo in termini in economici, ma di sicurezza e tranquillità. Emozioni come la paura e il timore possono produrre risultati contrastanti, ma contribuiscono a ridurre la tolleranza e l’accettazione nei confronti degli orsi, rendendoli impopolari. L’aggressione da parte di un orso per atteggiamenti imprudenti, influenzerebbe negativamente l’opinione pubblica e tali attitudini possono risultare in una resistenza in generale a programmi di recupero e conservazione di questa specie. Questo fenomeno può acuirsi in maniera drammatica al di fuori delle aree protette, e soprattutto in aree di recente espansione, dove le persone non sono più abituate a convivere con l’orso da secoli.

Un orso in cerca di frutta attraversa un centro abitato del PNALM durante le ore notturne. (© Marco Colombo – www.calosoma.it)

Erano le 21:30 del 20 agosto del 2016. Stavo risalendo in macchina il viale che mi portava alla mia abitazione in uno dei comuni del Parco. Ecco che mi si presenta davanti una scena che aveva dell’assurdo. Due persone erano intente a farsi un selfie sotto un lampione. A pochi metri da loro un orso in piedi messo alle strette su un muretto. Ecco l’oggetto del selfie. Sono queste le situazioni che dovrebbero essere assolutamente evitate. Anni di conservazione e di convivenza pacifica che potrebbero bruciarsi per avere dei likes sui social.

Elisabetta

Orsi abituati e condizionati sono avvicinabili e diventano facili vittime di atti di bracconaggio e di incidenti stradali. Uno studio condotto sugli orsi neri a Durango, in Messico, ha evidenziato come spesso le apparenze ingannano quando si parla di orsi. Orsi femmine che si alimentavano nei pressi del centro abitato, producevano cucciolate più numerose di quelle più “selvatiche”, generando l’opinione generale che la popolazione stesse aumentando numericamente. Tuttavia, gli orsi attraversando con più frequenza le aree abitate, venivano investiti anche con maggiore frequenza. Confrontando il numero dei nati e dei morti, i ricercatori hanno scoperto che la popolazione stava diminuendo. Non solo, ma i conflitti generati dalla presenza degli orsi, hanno costretto gli Enti gestori a rimuovere molti orsi dalla natura. Sottovalutando i rischi di avere un orso in paese, possiamo trovarci di fronte alla scelta “obbligata” di dovere “rimuovere” l’orso a fini gestionali (es. mettere in cattività), cosa che è già successa in Appennino nel passato: una perdita drammatica, se si tratta di una femmina.

Convivere implica la necessità di modificare i propri comportamenti e adattarsi all’altro, e qui parliamo non solo di correggere quelli degli orsi, ma anche (e soprattutto) quelli dell’uomo.

Molte di queste situazioni potrebbero essere prevenute o controllate. Come? Finché un orso riceverà un premio (cibo) all’interno di un centro abitato, esso continuerà a utilizzarlo. Quindi per scoraggiare tali comportamenti è necessario rimuovere o rendere inaccessibili le fonti trofiche all’interno dei centri abitati. Non è facile, considerando che si tratta a volte di decine e decine di singoli alberi da frutto isolati. L’adozione di misure di prevenzione (ad esempio, messa in sicurezza dei frutteti) richiede un investimento rilevante di risorse umane e finanziarie, soprattutto per coinvolgere le popolazioni locali, ma è l’unica soluzione che può ridurre in maniera significativa l’insorgenza del fenomeno. La protezione delle fonti alimentari può essere realizzata attraverso cassonetti anti-orso, l’installazione di recinzioni elettriche e pollai anti-orso prefabbricati; adeguamenti strutturali su pollai con strutture sufficientemente adeguate e con campagne di raccolta della frutta (un po’ prima che sia maturata) presso i frutteti non protetti dei centri abitati. Parallelamente alla prevenzione, vengono anche favoriti interventi selvicolturali e di gestione forestale, mirati a preservare i cibi naturali, che ad oggi, nel territorio del Parco, consentono all’orso di riprodursi ogni anno e con successo, e che conserva la maggior parte degli orsi nella loro selvaticità.

Alcune “signore” di Opi, piccolo centro d’Abruzzo, collaborano alla raccolta anticipata della frutta dagli alberi in paese per renderlo meno attraente per gli orsi. I frutti raccolti vengono distribuiti nel vicinato e utilizzati per preparare marmellate e dolci.

Tuttavia a volte è necessario intervenire con azioni reattive nei confronti degli orsi da parte di personale esperto e autorizzato, producendo rumore e arrecando dolore attraverso l’uso di proiettili di gomma non letali. Tali azioni sono a volte necessarie per allontanare l’orso dal centro abitato e evitare situazioni potenzialmente critiche e pericolose per l’orso stesso e per la sicurezza pubblica. Tali azioni dovrebbero anche tentare di “rieducare” l’animale, facendo in modo che esso associ i centri abitati e la presenza di persone a situazioni spiacevoli (condizionamento negativo). Tuttavia, molte ricerche confermano che, se gli orsi hanno motivazioni forti, possono “decidere” che il rischio di visitare i centri abitati e di subire azioni di dissuasione sia inferiore al rischio di confrontarsi con individui dominanti o di perdere cibo “facile”. Intervenire sull’orso ha pertanto poco effetto, se prima non si interviene sul comportamento delle persone.

Durante le attività di controllo della presenza degli orsi nei centri abitati, il personale della Sorveglianza del PNALM impiega la telemetria per monitorare i movimenti di un animale confidente.

Gli orsi hanno fame, non sono affamati, per questo si può giocare in anticipo.

Il fenomeno degli orsi in paese è molto variabile negli anni, in funzione dell’età, dell’indole e della disponibilità di cibi in natura. Negli anni di abbondanza di frutta secca ipercalorica (ghianda e faggiola) la frequenza di danni e orsi nei paesi in genere diminuisce, ma può aumentare negli anni successivi (più gli orsi mangiano, più ingrassano e maggiore è il bisogno di mangiare anche in futuro). Un fenomeno naturale che in molti paesi gestiscono attraverso campagne di sensibilizzazione sulla prevenzione. Se è dunque così difficile rendere inaccessibili le fonti alimentari all’interno dei centri abitati, e gli orsi dipendono così dal cibo, perché non si mette cibo supplementare in natura in maniera tale da tenere gli orsi fuori dai centri abitati? In alcuni contesti internazionali, sia in Europa che in Nord America, la somministrazione di cibo supplementare (es. siti di alimentazione riforniti con carcasse, frutta secca, etc.), viene utilizzata come strategia gestionale per allontanare gli orsi dai centri abitati e ridurre danni e conflitti con le attività antropiche. Diversi autori concordano che questa pratica può avere efficacia in anni di vera scarsità di cibo naturale. Ma gli orsi non sono mai realmente affamati in natura (di alternative ce ne sono sempre), e una volta impiegata questa pratica, non è più possibile tornare indietro, crea dipendenza, aumenta i conflitti e altera il modo di vivere (alcuni non svernano più). Questa pratica, inoltre, concentrando più animali in una stessa area aumenta il rischio di trasmissioni di malattie da parte di altri orsi e di altre specie; aumenta i casi infanticidio da parte di maschi adulti nei confronti di femmine con cuccioli e innesca meccanismi di competizione o aggressività da parte di orsi dominanti. 

L’ORSO IN PAESE:
UNA STORIA DI SAPORI E DISSAPORI

Attraversare un centro abitato, per spostarsi da una parte all’altra del suo territorio, non è così raro per un orso in Appennino. Tuttavia se, in questo frangente, un animale viene “premiato” con del cibo, esso vorrà tornarci. Se il condizionamento alimentare è associato ad una perdita di diffidenza nei confronti dell’uomo, ecco che alcuni orsi possono diventare dei vicini “ingombranti”. Modificando alcune abitudini e comportamenti è possibile garantire una vita tranquilla a noi e agli orsi e creare una comunità

Probabilmente non è possibile raccogliere tutta la frutta nei paesi e tenere gli orsi sempre lontani dai centri abitati. Ma coesistere non significa soltanto eliminare i danni, riguarda la nostra capacità di essere tolleranti e rispettosi, di adattarci alle novità e di modificare comportamenti e atteggiamenti.

Emergenze e opportunità

Emergenze e opportunità

Questione di impegno politico, informazione e maggiore coinvolgimento civico

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

Il successo nella conservazione dell’orso è funzione di una complessità di fattori che vanno dalla biologia alla politica, dall’ambiente alla sfera culturale e sociale.

Una buona ricetta per minimizzare i rischi che l’orso deve affrontare in Appennino dovrebbe prevedere una serie di ingredienti indispensabili: una corretta informazione, maggiore sensibilità ambientale e grado di accettazione, maggiore impegno civico e incisività della componente politica. Da questa consapevolezza possono nascere nuove opportunità per affrontare e risolvere i problemi. Ma quali sono, in base agli studi, i principali potenziali fattori di rischio per l’orso e quali sono gli strumenti per risolverli?

Investimenti, veleno, armi da fuoco, lacci causano un numero elevato di morti e richiedono una presa di responsabilità collettiva.

Gli orsi muoiono in Appennino. Tra la data di istituzione del Parco (1923) fino al 1970, almeno 60 orsi sono stati uccisi. Dagli anni 70 ad oggi, nulla sembrerebbe essere cambiato, mediamente 3 orsi sono ritrovati morti ogni anno. Adulti e giovani, maschi e femmine, per un totale di almeno 124 orsi negli ultimi 50 anni. Tra il 1980 e il 1985, in particolare, sono stati raggiunti numeri vertiginosi con picchi compresi tra i 27 e i 32 orsi morti in meno di 5 anni. Tuttavia, facendo un salto di 40 anni, nel 2018, 6 animali sono morti in un solo anno. Di cosa muoiono gli orsi? Gli orsi muoiono di cause naturali, ad esempio uccisi da altri orsi o a causa di malattie. Tuttavia, dagli anni 70 ad oggi, sono almeno 40 gli orsi vittime di atti di bracconaggio (ad esempio presi ad un laccio o avvelenati) o morti per armi da fuoco (accidentalmente e/o intenzionalmente durante battute di caccia).

Una strage passata inosservata

Alle ore 9:00 di mattina del 30 settembre 2007 il collare del maschio marcato M06 cambia il ritmo del suo segnale. I ricercatori sanno che quando succede l’animale è immobile da almeno 6 ore. L’orso è morto o ha perso il collare. Il ritrovamento dopo poche ore del corpo inerte e integro dell’orso dal personale del Parco e dell’Università vanifica ogni speranza che l’orso possa essere ancora vivo. Nei quattro giorni di sopralluoghi successivi, lo scenario si fa sempre più drammatico. Sono rinvenute le carcasse di altri due orsi, una femmina adulta e un giovane di 2 anni, di cinque lupi e almeno diciotto cinghiali. Contestualmente, i guardiaparco e i carabinieri forestali individuano almeno undici carcasse tra capre, pecore e mucche sparse in zona. L’autopsia e le analisi tossicologiche su una capra, sugli orsi e del contenuto di una bottiglia abbandonata non lasciano dubbi: gli animali sono stati avvelenati con un pesticida che ad alte concentrazione può uccidere un essere vivente in pochissime ore. Tutto questo è accaduto a pochi chilometri da Pescasseroli, il centro del Parco. Chi sono i responsabili? Le indagini non hanno dato nessun esito sul possibile colpevole. Quale è stata la risposta del pubblico? Una manifestazione locale, ma nulla a livello nazionale.

A questi si aggiungono altri 28 orsi investiti da treni o automobili o annegati all’interno di serbatoi idrici o feriti da cani domestici o di patologie associate alla presenza diffusa di animali domestici non vaccinati (clostridiosi, tubercolosi). Per quel che noto, l’uomo direttamente o indirettamente è responsabile di oltre l’80% delle morti ad oggi documentate. Tuttavia, la morte di molti orsi potrebbe essere prevenuta con politiche di gestione territoriali mirate, campagne di informazioni e maggiore impegno civico.

Orsi persi in un bicchiere d’acqua

In data 15 novembre 2018 il personale del Parco, coadiuvato dai Carabinieri forestali, ha recuperato 3 orsi in una vasca per la raccolta dell’acqua ai margini dell’Area Contigua del Parco. Si tratta di una femmina di circa 10 anni, con 2 cuccioli dell’anno, un maschio e una femmina, che sono presumibilmente annegati cadendo nella vasca per la raccolta delle acque dalla quale non sono riusciti a risalire. La vasca, nella quale erano già morti altri 2 orsi nel 2010, era già stata messa in sicurezza, ma gli interventi nel tempo non sono stati adeguati a garantire la sicurezza di uomini e animali. A dare l’allarme sulle condizioni della vasca a rischio è stata una ONG e un escursionista, ma soltanto 8 anni dopo i primi interventi. Tutto è accaduto in un’area fuori Parco, in un territorio attraversato da tutti e da nessuno. Una situazione che si è persa dietro ai ritardi della burocrazia degli enti pubblici, mancanza di coordinazione istituzionale e una estrema frammentazione amministrativa del territorio oltre che la noncuranza di molti cittadini.

Mele, pere, pecore, galline e api attraggono gli orsi, e sebbene i danni economici possono essere mitigati, sono oggetto di conflitto.

Necessità, adattabilità e intelligenza consentono agli orsi di imparare rapidamente a sfruttare nuove risorse alimentari, soprattutto quando si tratta di cibi ipercalorici prodotti dall’uomo. I danni da orso al bestiame, ai raccolti e agli alveari sono documentati sin dalla fine degli anni ’60 nel PNALM. Dal 2005 al 2015, ad esempio, mediamente 190 danni/anno al patrimonio zootecnico sono stati reclamati entro i confini dell’Area Contigua con coinvolgimento di ovi caprini, mucche e cavalli, animali da cortile e alveari e circa 50 danni/anno alle colture, con prevalenza di alberi di frutta, per un totale di circa 76.000 euro di costi di indennizzo. La maggior parte degli eventi si verifica in estate e autunno e le categorie più colpite sono in genere pecore e vitelli, anche se in termini di costi, le arnie da sole contribuiscono al 20% degli indennizzi. In media soltanto il 6% delle aziende zootecniche e il 20% di quelle apistiche presenti nel territorio subiscono danni ogni anno (da 6 a 49 aziende colpite ogni anno), di queste circa 4 subiscono danni cronici e contribuiscono, da sole, al 24% degli indennizzi risarciti.

Le recinzioni elettriche risultano efficaci nel proteggere piccole imprese, come gli apiari, dai danni da orso e favoriscono la coesistenza con gli orsi.

Gli strumenti per mitigare questi danni esistono. Diversi studi e l’esperienza diretta di molti allevatori, confermano che l’adozione di misure di protezione (recinzioni elettriche, pollai anti orso, cani da guardiania e sorveglianza da parte di pastori) è un investimento di energie e economico, ma contribuisce a contenere le perdite entro i limiti del rischio di impresa. Tuttavia, in assenza di controllo, manutenzione e di adozione di buone pratiche da parte dei singoli individui (ad esempio la rimozione di attrattivi alimentari o il ricovero in stalla notturno), l’efficacia di questi sistemi si riduce però al minimo. Dall’altra parte, le Regioni, le Aree protette e diverse Associazioni non governative offrono, ad oggi, non solo programmi di indennizzo e/o risarcimento economico, ma anche altre forme di incentivi economici per la prevenzione. Tuttavia, negli ultimi anni, la presenza ricorrente di orsi condizionati dal cibo (polli, conigli e alberi da frutta non protetti) all’interno dei centri abitati sta generando molte controversie di natura sociale e gestionale. Se da una parte esistono gli strumenti per mitigare i danni economici, la mitigazione dei conflitti non può prescindere da una stretta collaborazione, fiducia e supporto reciproco fra Enti gestori e i soggetti interessati (allevatori, agricoltori e abitanti in generale) secondo un modello comunitario nordamericano che si sta diffondendo anche in contesti europei. E’ possibile creare una comunità a prova di orso?

L’aumento vertiginoso del numero visitatori all’interno delle aree protette offre molte opportunità, ma se non gestito, anche effetti indesiderati.

L’ecoturismo è un settore in forte crescita negli ultimi anni in tutto il mondo. Tra le forme di turismo più attrattive e popolari rientrano il turismo mirato ad osservare gli animali e le attività ricreative e sportive spese in natura. In Italia sono oltre 100 milioni i visitatori all’interno delle aree protette. Gli Enti gestori si trovano di fronte a una vera sfida, ovvero ridurre qualsiasi effetto indesiderato sugli animali, senza perdere l’opportunità di valorizzare il ritorno economico per le comunità locali e soprattutto il potenziale di utilizzare questi numeri per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche ambientali. Gli strumenti a disposizione sono molti (campagne di informazione, applicazione delle normative vigenti, adozione di regolamenti di accesso e fruizione del territorio), ma richiedono collaborazione e consapevolezza da parte dei fruitori del territorio. Negli ultimi anni, una criticità emergente anche su scala internazionale, è lo stalking nei confronti degli orsi e non solo, da parte di appassionati e emulatori di ogni genere e professione, che si affollano nei centri abitati o sulle strade o in aree sensibili per avvistarli o fotografarli. Gli effetti di questi comportamenti potrebbero compromettere nel lungo termine il benessere degli orsi. Ma perché gli orsi sono così sensibili e quali sono le conseguenze di avvicinarsi troppo ad un orso?

La presenza di orsi che frequentano aree vicine a centri abitati in Appennino può rappresentare una forte attrattiva per appassionati, curiosi e fotografi.

La genetica e i piccoli numeri non giocano a favore degli orsi, ma la sua unicità è da preservare.

Le ricerche ad oggi condotte sul genoma confermano come la ridotta variabilità genetica e l’elevato livello di inincrocio degli orsi in Appennino, potrebbero contribuire a ridurre la loro capacità di sopravvivere e riprodursi. La circostanza aggravante, in questo scenario, è il numero basso di orsi che rendono la popolazione molto fragile, perché sensibile a qualsiasi evento catastrofico. Rubando una immagine dal nostro quotidiano, è possibile tranquillamente affermare che tutta la popolazione di orsi nel PNALM, potrebbe entrare in unico pulmino scolastico. Una curva sbagliata ed ecco che l’orso potrebbe scomparire del tutto. E’ possibile auspicare degli interventi di salvataggio genetico, magari prendendo orsi da altre popolazioni europee? Sebbene non siano da escludere nel lungo termine, molti ricercatori concordano che l’unicità genetica, morfologica e comportamentale dell’orso in Appennino potrebbe essere del tutto compromessa da questo tipo di azioni. Ad oggi, l’aumento numerico della popolazione, così come una sua espansione, sono le uniche condizioni che potranno contribuire realisticamente a ridurre la perdita di variabilità genetica degli orsi. I ricercatori concordano, infatti, che in termini di priorità, tra le azioni necessarie per il futuro dell’orso, quelle mirate alla riduzione della mortalità e all’aumento del grado di accettazione del plantigrado nelle future aree di espansione, sarebbero sicuramente al primo posto.

Gli zoologi Paolo Ciucci a Anna Loy ci raccontano dell’unicità genetica degli orsi in Appennino e di come preservarla.

I cambiamenti climatici potrebbero mettere a rischio o favorire gli orsi nel futuro, contribuendo anche ad aumentare i conflitti.

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sugli orsi e sulla loro capacità di adattamento? Domande che attendono ancora molte risposte, ma su cui gli studiosi stanno investigando. Le temperature minime primaverili ed estive sono già aumentate di un paio di gradi durante il secolo scorso. Nel prossimo secolo le temperature si alzeranno ancora, causando siccità e cambiamenti significativi nella comunità vegetale, comprese molte risorse alimentari appetibili dagli orsi. Le direzioni di questi cambiamenti potranno essere varie (alcuni cibi aumenteranno e altri diminuiranno) e potrebbero contribuire ad aumentare i conflitti con le attività antropiche. In questa prospettiva, preservare e ripristinare, attraverso interventi selvicolturali, le fonti di cibo naturali per gli orsi e altri animali, dovrebbe diventare una priorità; così come mantenere ampie aree sicure e diversificate in termini di biodiversità, in modo da favorire un maggiore adattamento degli animali alle condizioni ambientali future.

L’esperto di orsi americano David Mattson ci racconta come i cambiamenti climatici potrebbero avere un impatto sulla vita degli orsi.

La conservazione dell’orso è legata ai nostri comportamenti, valori e decisioni. Maggiore sarà il rispetto e la tolleranza, meno vulnerabile sarà la popolazione ai cambiamenti del clima e all’uomo, e maggiore la probabilità che gli orsi riusciranno a muoversi con successo in Appennino.

In cerca di orsi

In cerca di orsi

Conoscere l’orso richiede studio, dedizione, ingegno e passione

TEMPO DI LETTURA 11 MINUTI

Prendendo ispirazione dal concetto di biofilia del biologo Edward Wilson, la ricerca nasce da una nostra innata tendenza a concentrare l’attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, inevitabilmente, come sosterrebbe l’antropologa Jane Goodall, ad affiliarsi emotivamente.

La ricerca inizia con la curiosità, ovvero con il porsi domande ispirate dallo studio o da semplici intuizioni. Dalle domande si entra nella fase più creativa, quella di formulazioni di ipotesi a cui segue quella di sperimentazione su campo. La sperimentazione passa attraverso una raccolta dati rigorosa e consapevole, ovvero ben pianificata in tutti i suoi aspetti (cosa, quanto, dove e quando raccogliere). Ma è dall’analisi che i dati prendono vita aiutandoci a scoprire le relazioni ecologiche di un animale. Per riassumere, quando la curiosità e l’intuizione vengono applicate con un approccio sistematico, si sta facendo ricerca. Come si entra nei panni di un orso rimanendo alla giusta distanza minimizzando il nostro impatto?

Lo studioso Paolo Ciucci racconta la storia della ricerca nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

L’identità degli orsi è scritta nel loro pelo, ed è così che vengono contati.

La natura elusiva e notturna di questi animali e soprattutto le vaste aree che ogni orso può occupare non rende facile contarli. Ebbene, grazie a una buona conoscenza delle abitudini degli orsi e all’utilizzo di tecniche utilizzate in genetica forense, è possibile oggi non solo sapere quanti orsi ci sono in una determinata area, ma anche studiare la dinamica di questi numeri (ovvero l’andamento di popolazione), e capire se aumentano, diminuiscono o rimangono stabili nel tempo. Infatti, mediante l’analisi specifica del DNA raccolto da campioni biologici, ad esempio peli, è possibile identificare personalmente in maniera univoca ogni orso. Come si preleva il pelo ad un orso? Ed è qui che interviene l’astuzia. Gli orsi sono animali dipendenti dal cibo. I ricercatori approfittando della loro “gola”, hanno elaborato una sorta di inganno versando un fluido molto odoroso fatto di sangue e pesce marcio su una catasta di legno marcio, ricoprendola di foglie. In pratica, i ricercatori si comportano come un orso che nasconde una carcassa di un animale. La “carcassa” viene circondata da filo spinato a qualche metro di distanza. L’orso per raggiungerla passerà sopra o sotto il filo, lasciando, anche se non sempre, del pelo. Queste cosiddette trappole per peli vengono distribuite in tutta l’area di studio in maniera regolare, così da aumentare la probabilità di catturare virtualmente tutti gli orsi.

Tecnici e ricercatori allestiscono “trappole” di filo spinato per prelevare i peli degli orsi che verranno utilizzati per identificarli.

Come si è certi di riuscire a ottenere una conta realistica, ovvero molto vicina al numero reale? E’ qui che interviene a supporto la statistica, attraverso l’elaborazione di modelli matematici e complessi algoritmi matematici che restituiscono il numero degli orsi (ovvero la stima) e il grado di incertezza associato al suo valore (ovvero intervallo fiduciale), calcolando la probabilità di catturarli. Per semplificare all’osso, supponiamo che contiamo 4 orsi, se un orso ha la probabilità del 50% di essere catturato ( ovvero che il suo pelo venga catturato), vuol dire che potremmo averne non visti 2 e quindi il numero totale di orsi presenti è 6. Come si costruisce questa probabilità? Raccogliendo i peli con regolarità ad intervalli di 10-15 giorni, e contando le volte che ogni orso noto viene identificato. Un lavoro molto faticoso, che richiede decine di operatori per ogni raccolta e centinaia di ore di lavoro. La stagione di raccolta infatti inizia a fine aprile e continua fino a fine giugno! Purtroppo, nonostante lo sforzo, questa tecnica non è sufficiente. I ricercatori sfruttano anche l’abitudine degli orsi di grattarsi agli alberi e la loro passione per le bacche del ranno, per allungare la stagione di raccolta, e quindi aumentare la probabilità di catturare più orsi. Il filo spinato viene messo sugli alberi e intorno alle piante con le bacche. Il lavoro finisce all’inizio dell’autunno. Se tutto questo lavoro viene replicato negli anni, ecco che è possibile studiare come varia il numero degli orsi nel tempo.

“La ricerca è parte integrante della mia vita. È andare fuori, in natura, vedere cosa succede e soprattutto capire perché succede. La ricerca mi ha aiutato a comprendere, a conoscere e quindi ad entrare in contatto con un’altra specie vivente.”

Karen Noyce

Strategia e tecniche di ricerca applicate nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise negli ultimi 16 anni.

Tanti occhi discreti per studiare le capacità riproduttive dell’orso.

Gli orsi si riproducono molto lentamente e per questo motivo qualsiasi variazione nel numero di femmine che si riproducono ogni anno può influire drasticamente sull’andamento della popolazione. Se le femmine aumentano nel tempo, è molto probabile che anche gli orsi stiano aumentando. Ebbene, è per questo che viene applicata nel Parco la tecnica di conta delle femmine con piccoli, che si basa sulla individuazione e conteggio annuale delle femmine che si riproducono ogni anno in una determinata area di studio, attraverso strategie complementari di raccolta dati: osservazioni dirette e l’uso di fototrappole. Le osservazioni mirate e il monitoraggio tramite fototrappole vengono effettuati dall’inizio della primavera fino alla fine dell’estate in tutta l’area di studio, mentre, da agosto fino a settembre, vengono realizzate osservazioni dirette in simultanea, da circa 30-40 postazioni fisse, nelle aree di maturazione delle bacche di ranno, dove gli orsi si aggregano ogni anno. Punti strategici, orari della giornata e stagioni in cui la probabilità di osservare gli orsi sono maggiori sono stati invidiati attraverso uno studio sperimentale iniziato nel primo anno di progetto. Come distinguere le femmine con piccoli e quindi contarle? A differenza di quanto si pensa è difficile, se non impossibile, distinguere una femmina dall’altra. Per questo ci si basa su tre criteri. Se una femmina è nota, ovvero ha delle marche auricolari ( appositamente messe dai ricercatori quando gli orsi vengono catturati e radio collarati), e l’altra no, allora sono diverse. Se nessuna delle due è marcata e le vediamo in contemporanea, è chiaro che non possono essere la stessa. E in tutti gli altri casi? Le femmine con il collare hanno insegnato ai ricercatori come e quanto si sposta una femmina nel Parco. Usando queste informazioni, è possibile a stabilire con una probabilità molto alta se le femmine osservate sono le stesse oppure no.

Dal 2006 ad oggi, tecnici e ricercatori contano le femmine con i piccoli nel PNALM utilizzando diverse tecniche, dalle osservazioni dirette al monitoraggio fotografico.

Dal numero delle femmine con piccoli è possibile conteggiare le femmine adulte e riproduttive. Nel Parco le femmine si riproducono almeno ogni 3 anni. Quindi in un anno è poco probabile che si siano riprodotte le femmine che hanno avuto i cuccioli nei due anni precedenti. Pertanto, sommando le femmine con piccoli conteggiate in questi tre anni, si ottiene il numero di femmine adulte presenti nella popolazione in grado di riprodursi. Come interpretare i dati? Il numero di femmine con piccoli conteggiato non deve essere considerato come un numero assoluto, ma una buona approssimazione della realtà. Infatti non possiamo essere sicuri che alcuni gruppi familiari siano sfuggiti al nostro binocolo. Tuttavia, possiamo utilizzare questo numero come un indice, ovvero un numero che ci racconta come variano le nascite nel Parco (per esempio, aumentano, diminuiscono o rimangono stabili) o ancora meglio ci racconta dello stato di salute della popolazione (se nascono i piccoli le femmine stanno bene in salute e se le femmine che si riproducono aumentano, allora aumenta anche la popolazione). Lo stesso vale anche per le femmine riproduttive. Noi sappiamo che la maggior parte delle femmine si riproduce ogni 3 anni, ma alcune possono riprodursi ogni 2, altre ogni 4 anni. Quindi, ovviamente, sommando le femmine ogni 3 anni, cerchiamo di avvicinarci alla realtà dei fatti, non per guardare ai numeri, ma alla tendenza.

“La ricerca fin da quando sono in grado di ricordare è stato il mio sogno. È la mia passione, il mio principale interesse ed è importante per la società. Stiamo perdendo biodiversità, specie animali e ambienti a causa dell’uomo e io spero di contribuire a fare vedere che gli animali sono parte integrante del nostro mondo.”

Andreas Zedrossser

Peli ed escrementi possono raccontarci le abitudini alimentari dei singoli orsi e di come cambiano nel tempo e degli anni.

Il comportamento alimentare degli orsi si è articolato principalmente attraverso l’analisi del contenuto degli escrementi. Considerando la natura onnivora degli orsi, le analisi vengono fatte stagionalmente e annualmente, con una raccolta di escrementi su base mensile, in modo da evidenziare la mutevole disponibilità di fonti alimentari utilizzate dagli animali. I percorsi di raccolta vengono fatti coincidere con le potenziali direttrici di spostamento degli orsi attraversando il maggiore numero di ambienti possibili e in settori a raggiera in tutto il Parco. Lì dove presenti orsi al radiocollare, è stata effettuata una raccolta mirata sulle localizzazioni di animali noti, al fine di massimizzare la probabilità di rilevare qualsiasi fonte alimentare. La strategia applicata ha consentito di raccogliere oltre 2000 escrementi in quattro anni, che hanno permesso di descrivere le abitudini alimentari dell’intera popolazione. La quantificazione della dieta passa attraverso ore ed ore trascorse in laboratorio, a sotto campionare gli escrementi (si analizzano solo 2 aliquote di 50 ml per ogni escremento), a separare manualmente i resti indigesti e identificarli e a misurarne il volume. In fase di analisi, i volumi di resti indigesti vengono convertiti in misure di biomassa e energia assimilata, attraverso l’utilizzo di coefficienti di correzioni (che tengono conto della digeribilità di ogni alimento e del suo contenuto nutritivo) elaborati con esperimenti di offerta alimentare condotto in cattività su esemplari di orso bruno in altre aree di studio.

Tecnici e ricercatori identificano e quantificano i resti indigesti contenuti negli escrementi degli orsi per studiare le loro abitudini alimentari.

Grazie alla raccolta nei peli effettuata per il conteggio degli orsi, nel 2014 è stato possibile quantificare la dieta degli orsi a livello individuale attraverso l’applicazione di un’altra tecnica, ovvero l’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto. Le firme isotopiche riflettono la componente di carboidrati e di proteine che derivano dall’alimentazione, ovvero da ciò che si è assimilato di una specifica fonte alimentare. Dato che ogni fonte alimentare ha una sua firma isotopica, dall’analisi dei peli è possibile ricostruire la dieta di un orso di un anno prima di quella di raccolta. Non solo, dato che i peli hanno una crescita graduale, analizzando in ordine di crescita dalla base alla punta, segmenti successivi di peli è possibile studiare lo sviluppo stagionale della dieta di ogni singolo individuo, identificato tramite il DNA.

Nel 2021 sono stati pubblicati su una rivista scientifica internazionale i primi risultati di uno studio sulla dieta condotto tra il 2013 e il 2014 con l’analisi degli isotopi su 35 campioni di pelo appartenenti a 27 orsi diversi (16 femmine e 11 maschi). Che cosa è emerso? Lo studio, se confrontato con quello condotto tra il 2006 e il 2009, ha confermato che gli orsi appenninici sono principalmente vegetariani, ovvero erbe e frutti vari rappresentano il pasto principale in tutte le stagioni. Il consumo di carne continua ad essere secondario se confrontato a quello di altri cibi e con picchi tra marzo a luglio, quando gli orsi ci cibano principalmente di cervi, caprioli e cinghiali. In estate e in autunno, gli orsi non si fanno sfuggire un frutto, e sebbene in estate vadano ghiotti soprattutto di frutti selvatici, in autunno quelli domestici fanno loro concorrenza. Gli orsi maschi sono più ghiotti di carne in primavera e in autunno, mentre le femmine preferiscono dedicarsi alla ricerca di erba, formiche nella prima stagione e frutti secchi nella seconda. Sebbene tutti gli orsi abbiamo accesso a tutti i cibi, è emerso anche che ogni orso ha la sua dieta preferita. Infine, la dieta degli orsi confidenti e di quelli più selvatici non è poi così differente nelle varie stagioni, sebbene in autunno i primi consumino più frutti domestici. Nel complesso, il consumo di cibi selvatici prevale su quelli di origine antropica, confermando ancora la ricchezza alimentare del PNALM. Una ricchezza che deve essere preservata e aiutata a mantenersi.

“La ricerca è importante per me perché sono una persona curiosa. Non c’è niente di più affascinante che studiare gli orsi in natura: sono intelligenti, adattabili, fanno mille cose diverse. Ogni giorno è una continua scoperta.”

David Mattson

La tecnica più efficace per lo studio di animali particolarmente elusivi è rappresentato dalla telemetria satellitare. Il metodo permette di localizzare e seguire a distanza gli animali, ma anche di monitorarne la sopravvivenza. Il sistema consta di un localizzatore GPS incorporato in un radio-collare che viene applicato all’animale catturato. Il collare possiede anche una radio trasmittente VHF che permette attraverso una ricevente ed una antenna di localizzare anche manualmente l’animale in macchina o a piedi. Normalmente però, informazioni come data, ora e coordinate geografiche arrivano direttamente al computer o sul cellulare attraverso specifiche applicazioni e software. Questi collari sono in grado anche di rilevare l’attività degli orsi a scala di secondi (spostamento o riposo), misurando le oscillazioni del collare in tre direzioni, così come dare indicazioni sulla mortalità dell’animale, attraverso l’invio di un messaggio, quando il collare rimane fermo per oltre 8 ore. La cosa sorprendente di questa tecnologia, è che è possibile dialogarci, ovvero programmare il collare quando e come si vuole, chiedendogli di dirci dove si trova l’orso ogni 5 minuti, così come una volta al giorno, in base agli obiettivi di ricerca.

Un satellite e sistema radiomobile di telefonia cellulare a tecnologia digitale (GSM) collaborano per seguire gli spostamenti degli orsi.

Personale del PNALM impegnato in tutte le fasi che porteranno all’applicazione del radio collare all’orso F24 e al maschio M18, dalla messa a terra dei lacci alla cattura vera e propria.

Ma come si cattura un orso? Le catture sono pianificate per garantire l’assoluta incolumità degli animali catturati per motivi scientifici, etici e legali. Le catture non hanno soltanto lo scopo di permettere l’applicazione del collare per seguire attività e spostamento degli animali, ma anche quello di raccogliere prelievi biologici (sangue, tamponi nasali e rettali, feci) e misure biometriche (peso e misurazioni morofometriche) per valutare lo stato nutrizionale degli individui. Per la cattura sono utilizzati speciali lacci che catturano la zampa dell’animale con un meccanismo a scatti (Lacci di Aldrich), dotato di sistemi di sicurezza come la presenza di una rondella anti torsione e un sistema a molla antistrappo di ancoraggio ad un albero. Ciascuna trappola è collegata a un trasmettitore che avvisa in tempo reale dell’avvenuta cattura, consentendo alla squadra di arrivare al sito in meno di 20-30 minuti. I lacci vengono innescati in punti di passaggio obbligato da parte di personale esperto curando di non lasciare odori. Una volta catturati gli animali vengono narcotizzati, esaminati, misurati, marcati e dotati di radio collari. La somministrazione di un antidoto permette all’animale il recupero immediato della sua forza e delle sue facoltà. L’intera procedura, dall’anestesia al rilascio effettivo, non dura in media più di un’ora.

La ricerca e la conservazione possono andare di pari passi, la prima fornisce le basi per fare scelte più consapevoli e fondate, mentre la seconda è quella che ci mette in azione.

BACK
error: Content is protected !!